Film stasera in tv: VIAGGIO SOLA (ven. 12 genn. 2018, tv in chiaro)

Viaggio sola, Rai Movie, ore 23,55. Venerdì 12 gennaio 2017.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film.

20130304051647A107_C008_0524GMViaggio sola, un film di Maria Sole Tognazzi. Con Margherita Buy, Stefano Accorsi, Fabrizia Sacchi, Gian Marco Tognazzi, Lesley Manville.A056_C005_05034RB048_C007_0508C0
Margherita Buy è Irene, di mestiere controllore di qualità in hotel di lusso: arriva in incognito, testa il livello del servizio, assegna il voto. Ha 40 anni e qualcosa, non ha marito né compagno né figli. Finchè un giorno, a Berlino, un fatto imprevisto rischia di distruggere le sue certezze. Un film delicato e intelligente, che però non ha il coraggio di scandagliare davvero il suo personaggio, limitandosi a un generico ‘single (forse) è bello’. Ma Viaggio sola ha molti meriti. Il maggiore: è uno dei rari esempi di cinema italiano borghese. Un film educato, sobrio, elegante, pieno di riserbo. Lontano dai climi plebei e urlati di tante nostre produzioni. Peccato per il product placement troppo invasivo. Voto 6 e mezzo

La regista Maria Sole Tognazzi (a destra) con Lesley Manville

La regista Maria Sole Tognazzi (a destra) con Lesley Manville

Ecco un raro esempio di cinema italiano borghese: un film trattenuto, compassato, elegante, pieno di riserbo fino all’elusività, del tutto immune dai vizi plebei, dalle urla, dalla caciara di tante nostre produzioni. Oserei anche dire un film civile, ove per civiltà si intenda urbanità dei modi e dello stile. Raro davvero da noi, tant’è che di registi il cui lavoro possa rientrare nella categoria di cinema borghese non ne ricordo tanti, mi vengono in mente certo Antonioni, Franco Brusati, il Fabio Carpi di Quartetto Basileus. Luchino Visconti no, lui era un aristocratico che faceva del cinema aristocratico, che è tutt’altra cosa. In questo assai chic Viaggio sola si inserisce e si muove molto bene quella che è difatti la meno popolar-popolana delle nostre attrice, Margherita Buy, a suo agio quale nomade internazionale tra un grande albergo e l’altro a perenne contatto con un’umanità cosmopolita, e credibile quando parla inglese o francese. Vi par poco? A me no, scusate. Si intravedono dietro la regia di Maria Sole Tognazzi buona cultura, buone letture, buone relazioni sociali, l’appartenenza a certa Roma non chiassosa (difatti è del ramificato clan Tognazzi, con il padre che sappiamo e due fratelli attori-registi). Direi che il modo, e il tono, del film è il suo merito più grande, e non è mica merito da poco. Un modo che si fa anche stile di ripresa cinematografica e di racconto. Il resto però convince meno. La storia è esangue, debole e irresoluta fino all’evanescenza, e il riserbo, la sobrietà borghesi in questo caso finiscono con l’essere un macigno che pesa sulla narrazione. Il non-detto prevale nettamente sul detto, sicchè a un certo punto viene il sospetto che il film non dica e non espliciti non tanto per senso della misura, ma perché – più banalmente – non c’è molto da dire. Cosa mai vorranno comunicarci Maria Sole Tognazzi e i suoi co-sceneggiatori Ivan Cotroneo e Francesca Marciano? Che viaggiare soli nella vita è bello? Che una donna può bastare a se stessa e sentire soddisfazione e appagamento anche senza un compagno, senza una famiglia? Ma queste sono piccole mitologie anni Ottanta, quando l’Italia scopriva il buono (e non ancora il brutto) della singletudine di massa e i magazine soprattutto femminili si riempivano di articolesse e lenzuolate su quant’è bello signora mia fare la single e sull’a-me-mi-basto. Tempi remoti, ormai, e una mitologia parecchio usurata e corrosa. Eppure mi par proprio sia questo che il titolo suggerisce: viaggio sola, e, sottinteso, viaggio più leggera e felice. Solo che il messaggio, se così possiamo ancora chiamarlo, l’elogio della solitudine, mi pare non venga poi così confermato dal racconto e sia anzi sfuocato, sfuocatissimo. Come incerto e oscillante è il carattere principale interpretato da Margherita Buy, quello di Irene, quarantenne e qualcosa senza marito, senza compagno, senza figli, soltanto con sorella cognato e due nipoti, che di mestiere fa uno strano mestiere, vale a dire il controllore di qualità dei massimi alberghi internazionali. Si presenta in incognito, “ospite segreto”, e testa livello del servizio, della camera, della pulizia, si accerta che tutto corrisponda agli standard dichiarati dall’hotel (e ai suoi prezzi stellari). Dopodichè assegna il relativo voto. Gran bella professione che le permette di vivere in una sorta di bolla artificiale, di frequentare e vivere in alberghi che col suo stipendio le sarebbero inaccessibili. Storie zero, frequenta un suo ex (Stefano Accorsi) con cui avrà un ritorno di fiamma di una notte, e intanto apprende che lui sta con un’altra, e l’ha pure messa incinta, lui che ai tempi in cui stavano insieme di figli non voleva sentir parlare, e lei pure. A-me-mi-basto. A far da contraltare alla solitudine di Irene c’è la famiglia della sorella, con cui è eternamente in conflitto e battibecco, cose da sorelle per l’appunto. Davvero è così soddisfatta Irene? Non pare proprio. Tant’è che le sue certezze, diciamo il suo sistema esistenziale, vacilla fortemente quando a Berlino, all’Adlon (dove se no?) – camere con vista sulla porta di Brandeburgo – conosce una sessuologa inglese studiosa di pornografia. Uno spirito eccentrico, una testa assai lucida – a me ha ricordato l’implacabile, anche impietosa capacità analitica di Camille Paglia – che la invita a ripensare a cosa siano il sesso e la ricerca della felicità nella cupa alienazione (maschile, femminile, di massa) attuale. Quello che Kate Sherman – è il nome dell’antropologa-sessuologa – dichiara in un talk show alla tv tedesca, un j’accuse al sesso seriale e anodino ancorchè obbligatorio di oggi, è tra le cose più interessanti che mi sia capitato di sentire al cinema negli ultimi mesi. Complimenti a chi il personaggio lo ha inventato e gli ha messo in bocca quelle parole. A Kate – la interpreta strepitosamente Lesley Manville che era la buffa, adorabile alcolista di Another Year di Mike Leigh – succederà qualcosa, qualcosa di grave che turberà nel profondo Irene e la indurrà a interrogarsi sulla propria vita, sull’essere single. È il punto drammaturgicamente più importante del film, quello che potrebbe mettere in discussione l’ideologia obsoleta del single è bello, e aprire a sviluppi imprevedibili e anche narrativamente non ovvii. Purtroppo poco succede e nulla cambia davvero in Irene, arroccata in se stessa. Fino a un sottofinale con la fidanzata incinta dell’ex compagno che, per melensaggine e assoluta inattendibilità, grida vendetta. Sicchè un film qua e là notevole finisce col deludere assai. Peccato. Due ulteriori perplessità. La prima: dove mai in Italia, in questa Italia, può esistere una rivista (cartacea! con quel che costa al giorno d’oggi!) che possa permettersi – come quella del film – di mandare in giro per il mondo in incognito una propria testatrice di hotel di lusso. Che vuol dire alienarsi ogni possibile inserzione pubblicitaria e pure pagare l’albergo alla suddetta. Chi conosce un minimo la realtà, oggi in epocale crisi, della carta stampata nel nostro paese, sa che la cosa non sta nè in cielo nè in terra. Seconda perplessità: mica mi scandalizzo – non sono un moralista a buonmercato, anzi – se il film, come risulta dai crediti di testa, si avvale del “supporto” di una catena internazionale di hotel di alta gamma, ancora meno mi scandalizza che Viaggio da sola ci mostri gli alberghi in cui la sua protagonista alloggia con tanto di insegna e marchio (es. il Crillon di Parigi e l’Adlon di Berlino). Però, Dio mio, si è un tantino esagerato con il pur sacrosanto e indispensabile product placement. Se ricordo bene, ci vengono ampiamenti fatti vedere hotel – oltre che di Parigi e Berlino – di Marrakech, Gstaad, Puglia e Toscana, e forse ne dimentico altri. Troppo, troppi. Non sarebbe stato meglio tagliarne almeno un paio? E quell’indugiare sui panorami circostanti lo si poteva evitare del tutto.
Update a sabato 27 aprile, ore 16,00. Una lettrice mi fa notare che Irene è la “mystery guest” mandata dalla stessa catena alberghiera a controllare in incognito gli standard qualitativi dei propri hotel, e che dunque non esiste alcuna rivista di cui lei è alle dipendenze e alla quale riferisce: come invece ho scritto. Può darsi che io abbia malinteso, però se ricordo bene a un certo punto la protagonista a Roma parla con un suo chiamiamolo così superiore, che a me era sembrato proprio il direttore (o il caporedattore) di un magazine. Invito altri lettori che abbiano visto Viaggio sola a dire la loro su questo punto controverso e a chiarirmi le idee.

 

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