Recensione: LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE, un film di Woody Allen. Perché l’America lo stronca e l’Italia lo ama

La ruota delle meraviglie (Wonder Wheel), un film di Woody Allen. Con Kate Winslet, Jim Belushi, Juno Temple, Justin Timberlake, Max Casella.

Stroncato in America dai critici e disertato in massa dal pubblico, gran successo invece in Italia. Si conferma la ‘differenza italiana’ nei confronti del cinema di Woody Allen. Che qui realizza un melodramma anni Cinquanta mirabilmente scritto e recitato, con abbondanti citazioni da Tennessee Williams e altro teatro d’epoca. Peccato per la freddezza dell’operazione, temperata però dalla meravigliosa performance di Kate Winslet. Le luci di Storaro? Bellissime. Anzi troppo. Voto 7

Il caso Woody Allen. Non nel senso del suo coivolgimento o non coinvolgimento in molestie e altri scandali sessuali del dopo-Weinstein, o, almeno, non immediatamente in quel senso. Più materialisticamente, scendendo dalle grandi questioni etico-sociali e dal rapporto (guasto) tra i sessi sul terreno del mercato: come mai Wonder Wheel in America è stato ammazzato dalla critica (39 su Rotten Tomatoes, un altrettanto misero 45 su Metacritic) e disertato dal pubblico che pure negli ultimi anni aveva premiato i film di Allen, Blue Jasmine in testa, mentre da noi, In Italia, sta succedendo esattamente il contrario? Da noi i soliti ottimi incassi per un Allen-movie – si è prossimi ai tre milioni di euro – e accoglienza critica assai benevola, con punte di entusiasmo e delirio, chi mai l’avrebbe detto?, tra i jeune critique del web. Cifre a confronto, per capirci meglio. Sul mercato nordamericano Wonder Wheel ha incassato neanche un milione e mezzo di dollari in più di un mese di programmazione, raggiungendo in tutto il mondo a fatica i sei (dati Box Office Mojo). Un disastro, inutile girarci intorno, siamo se ricordo bene al peggior risultato di Allen degli anni Duemila. Quei sei milioni stanno anche a significare che la metà dell’incasso globale viene dall’Italia, ci rendiamo conto? E che gli euro tirati su da noi sono il doppio di quanto il film abbia realizzato in Usa e Canada. Da restarci sbalorditi. E allora qui rientra in ballo la faccenda molestie, abusi, innamoramenti e amori per ragazzine assai giovani, insomma quella nube scura e tossica che insegue il nostro da anni, alimentata anche dalle accuse rivoltegli dalla ex Mia Farrow a proposito della figlia adottiva di lei Dylan. Benché io non sia un complottista e ritenga insensato anche solo ipotizzare che si sia stroncato il film per colpire l’autore, penso che il cattivo clima intorno a lui abbia alterato in una qualche misura la percezione di recensori e pubblico. Condizionamento ambientale, ecco. Pregiudizio diffuso. Nella sua recensione sul NYT Manohla Dargis sfiora la questione, e ci fornisce una chiave per capire il rigetto. Ricordandoci come la relazione nella Ruota tra Justin Timberlake e la figliastra di Kate Winslet abbia più di un’affinità con quella (poi sfociata in matrimonio) dello stesso Allen con Son-Yi figlia adottiva di Mia Farrow, scrive: “Credo sia sempre una cattiva idea mettere un film sul lettino (dello psicanalista), ma che dire quando è il film a saltare sul lettino e comincia a strizzarti l’occhio?”. In effetti. E più avanti, riferendosi sempre a Soon-Yi e alla facenda Dylan Farrow: “I critici hanno spesso ignorata, e con fatica, questa storia (di Allen), solo che è lui stesso a fare di tutto per evocarla”. Tradotto in volgare: caro Woody Allen, qui si son chiusi benevolmente gli occhi per tanto tempo, però se poi tu ci sbatti in faccia certa roba mica si può far finta di niente. Che il clima intorno al già venerato regista di Manhattan e Hannah e le sue sorelle sia in rapidissimo deterioramento lo si deduce anche dal fatto che Greta Gerwig, signora del cinema indipendente, ora in gran spolvero per via del successo del suo primo film da regista Lady Bird, lo abbia scaricato con mossa assai poco elegante e maramaldesca: “Se avessi saputo allora (ai tempi in cui girava con Allen To Rome with Love, ndr) quello che so adesso, non avrei recitato nel film”.
Eppure, in questa orribile circostanza, l’Italia continua a proclamare la sua inossidabile fedeltà ad Allen. Si innamorò di lui, l’Italia riflessiva e non becera, la soi-disante “parte migliore del paese”, ai tempi di Manhattan, e non l’ha più abbandonato. Ah certo, si dirà, mica siamo quei puritani di americani, noi. Noi che ne abbiamo visti troppi di peccati della carne, dai Borgia a Berlusconi, per indignarci. Invece credo che la fedeltà dell’Italia, unica al mondo, al cinema di WA, abbia altre radici e ragioni. È che nessun regista dalle nostre parti si è consolidato come lui – grazie anche a una critica spesso pigra e compiacente – agli occhi del pubblico ‘intelligente’ come il simbolo stesso del cinema alto, colto, autoriale. Allen, con le sue continue ed esibite citazioni da Bergman, Cevov, Tolstoj ecc. ecc., è perfetto per far sentire il suo spettatore intellettualmente e antropologicamente diverso e superiore al basso consumatore dei cinepanettoni. Lo si ama incondizionatamente, nonostante tutto e anche in presenza di brutti film (ne ha fatti pure lui, eccome) in quanto certificatore del proprio status, quale cartello segnaletico di confine tra noi (il meglio del paese) e loro (il peggio).
Quanto a me, non ho mai considerato WA uno dei miei nomi di riferimento, preferisco la sua prima fase gioiosamente farsesca (Bananas continua a farmi ridere molto) a tutte le successive, e se devo scegliere un solo suo film andrei sul remoto Io e Annie. Di fronte a La ruota delle meraviglie non ho provato gli orgasmi dell’underground critique italiana e però, sì, mi colloco dalla parte di chi ha apprezzato. In mezzo a tanto cinema arruffato e involuto, o pesante come piombo per dimensione e durata, ci si ristora con la sublime abilità woodyalleniana di scrivere un dramma da camera (quasi) perfetto nello spazio-tempo aureo dell’ora e mezza. Una storia tersa e diretta, che va dritta al suo programmato gran finale senza (quasi) perdersi in trame e sottotrame parallele e ininfuenti, applicando un’economia espressiva oggi rara. Certo, mancano le lines memorabili, ma qui non siamo nell’Allen battutaro, piuttosto in quello serio e aspirazionale, nel senso di: vorrei essere Bergman, Cecov, ecc., quello di Interiors et similia. Interpreti che non sbagliano niente, e al centro una Kate Winslet nella sua forse migliore interpretazione di sempre, e fa specie che non abbia avuto neanche una nomination in questa stagione di premi, e di sicuro, viste le nubi nere intorno ad Allen, non l’avrà nemmeno agli Oscar. Nella sua Ginny, quarantenne dalla vita comune e banalmente infelice che voleva fare l’attrice ed è finita cameriera, Allen riversa tutte le sue memorie di eroine qualunque e insoddisfatte di tante buone letture fatte e tanto buon teatro visto (lo sappiamo, Woody Allen ha una cultura, di solito modellata su canoni assai condivisi, accettati e consolidati, e ci ha sempre tenuto a farcelo sapere: vedi, tanto per stare solo agli ultimi, Paris Midnight). Sicché si comincia con l’archetipo Madame Bovary, si continua con la Nina aspirante attrice del Gabbiano di Cecov, poi si plana con decisione – come già in Blue Jasmine – sulla Blanche di Un tram che si chiama desiderio. Il monologo finale – gran pezzo di cinema, e anche di teatro -, di una Ginny/Kate Winslet che ormai sembra aver perso la connessione con la realtà, persa nel suo delirio, rimanda a quello scritto da Tennesseee Wlliams. Anche Ginny è vittima delle proprie aspirazioni irrealizzate e non realizzabili, dello scarto tra sogno inseguito e misera realtà vissuta, e percepita. Tutto il film è pensato per arrivare a quella grande scena madre (in tutti i sensi) e dunque gli si perdonano certi difetti di costruzione qua e là. Per esempio la figuretta del figlio piromane (ma perché mai? col rischio oltretutto di scivolare dal registro drammatico in quello comicarolo). O l’incongruenza della figliastra (Juno Temple) che, inseguita dall’ex marito mafioso e dai suoi sgherri, si rifugia dal padre. Ovvero nel luogo più prevedibile e raggiungibile. Vero che Allen, rendendosi conto della falla, cerca di metterci una toppa – senza riuscire a convincerci – facendo dire alla ragazza “sono tornata qui (dal padre, ndr) perché mio marito sa che, avendo io e te litigato furiosamente, questo è l’ultimo posto in cui mi rifugerei”. Ma sono quisquilie, in fondo. Meglio lasciarsi suggestionare dai clins-d’oeil di un Allen che in questa storia ambientata all’ombra della Ruota della spiaggia popolare di Coney Island nei primi Cinquanta omaggia e cita non solo Tennessee Williams, ma anche altri drammaturghi a lui coevi o di poco precedenti, dall’Eugene O’Neill di Lungo viaggo verso la notte (la cui madre morfinomane è una deragliata al pari di Ginny) ai ‘realisti’ e ‘naturalisti’ Clifford Odets e Paddy Chayefski. Al quale, mi par di capire, rimandano gli ambienti proletari, working class, in cui si muovono Ginny e il buon marito, di mestiere meccanico alla Ruota. Un’America anni Cinquanta blue collar diversa da quella dei suburbia middle class di tanto cinema dell’epoca e su quell’epoca (da John Waters a Suburbicon). E che quel teatro sia il riferimento di tutta l’operazione lo si evince anche dal personaggio di Justin Timberlake, bagnino ma aspirante commediografo (son cose che solo allora in America, e solo adesso in Woody Allen). A convincere meno è la freddezza, il distacco del regista rispetto alla materia narrativa, e ai suoi personaggi. Come di un compito diligentemene svolto, ma mai davvero sentito. Un’estraneità che solo la performance straordinaria di Kate Winslet riesce a temperare (quanto a Justin Timberlake: impressiona come in certe inquadrature somigli al Montgomery Clift pre-incidente). L’ultima meraviglia, apparentemente almeno, è la fotografia di Vittorio Storaro. Di tale virtuosismo – nessuno come lui sa usare la luce e tradurla in cinema, ma questo lo si sa da un pezzo – da prevaricare sullo stesso film. Come se Storaro si volesse fare co-autore al pari di Woody Allen. Ma anche una fotografia, come dire, drammaturgicamente non così centrata, perché più che il technicolor spudorato di certi melodrammi anni Cinquanta-Sessanta tratti da Tennessee Willimas e non (La gatta sul tetto che scotta, Venere in visone ecc.), sembra richiamare di più l’espressionismo. Che è altro clima e altro cinema.

 

 

 

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