Recensione: COME UN GATTO IN TANGENZIALE. Un film-commedia che si merita i 9 milioni (finora) incassati

Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani. Con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Sonia Bergamasco.
Gran successo del box office post-natalizio. Una commedia italiana sopra la media del genere, con la coppia Paola Cortellesi (mattatrice)-Riccardo Milani (regista) al suo meglio. E se la Cortellesi travolge con la sua energia, Antonio Albanese le fa da contrappeso con una recitazione introflessa e controllata. Incontro-scontro di due opposti: lui parapolitico della Roma che conta, lei madre-tigre borgatara. Tutto abbastanza già visto. Di buono ci sono la qualità della recitazione, la scrittura precisa e mai sciatta, certe invenzioni non banali. In primis quella delle due ziastre gemelle, ladre e fan della Leosini. Voto tra il 6 e il 7
Di questi tempi di prefiche, prediche e geremiadi – non sempre ben argomentate -, sui dati certificanti la clamorosa ritirata al box office del cinema italiano, anzi signora mia è proprio una Caporetto, almeno una buona notizia c’è. Quella di Come un gatto in tangenziale che, uscito subito dopo Natale, si avvia verso i 9 milioni di euro di incassi, e chissà mai che non faccia 10, attestandosi come il miglior risultato del cinema indigeno da molti mesi in qua (e stiamo a vedere se l’appena uscito Benedetta follia di Carlo Verdone – niente male – ce la farà a superarlo). Solita commedia, come no, inscritta pienamente nel genere primo e principe dell’industria cinematografica romana, e romanocentrica. Però un bel po’ più su della media, e dunque se lo merita questo successo. La coppia (pure fuori dal set: mi pare siano moglie e marito) Paola Cortellesi primattrice e Riccardo Milani regista, già rodata in precedenti cinecollaborazioni, mette a segno la sua cosa migliore. Film popolare infarcito di abbondanti cliché (se vuoi far soldi i cliché li devi cavalcare, attraversare, anche rischiando di rimanerci intrappolato, non ce n’è), ma con sceneggiatura ben calibrata  e tornita, confezione impeccabilmente artigianal-professionale. Si vede che ci si è sforzati, che si sono abbandonate le scorciatoie facili e si è sudato sul copione. Aggiungeteci una Paola Cortellesi formidabile anche se un po’ troppo mattatrice fuori controllo, e a questo punto degna erede delle grandi della nostra commedia, Monica Vitti e Mariangela Melato, cui fa da contrappeso un Antonio Albanese contenuto e introflesso, e i nove milioni si spiegano tutti.
Lui, Giovanni, è un post-politico (riciclato?) a capo di un think tank elaborante progetti muticulturalisti per ‘riqualificare e integrare le periferie metropolitane’ andando ovviamente a bussare a fondi all’Unione europea. Un uomo del nord, inteso come Milano, calato a Roma e ivi incastonatosi e ben acclimatatosi nel milieu politico progressista. Lei, Monica (omaggio di Cortellesi alla Vitti?) è ‘na coatta delle moderne suburre con tutte le stigmate della sua appartenenza antropologica, lingua tra il turpiloquo e il battutismo cinico de borgata, temperatura caliente del carattere, e, omaggio ai coattismi contemporanei, tatuaggi e pettinature di improbabili fogge e colori. Lui abita nella Roma figa, lei a Bastogi (confesso, mai sentito prima di questo film, son di Milano, che ce volete ffà), area ai limiti, e oltre, della metropoli. Lui sforna dotti e ispirati e civilmente indignati paper sulle banlieue italo-romane dalle molte etnie, dall’illegalità diffusa e in attesa di redenzione, lei invece ci sta immersa nella banlieue, abitando in un palazzone di parabole sui balconi e di olezzi di cucine diverse che si incrociano sui pianerottoli, e mica detto che si amalghino. Tutto déjà-vu, come no. E non è nuovo, anzi addirittura archetipo narrativo, il cortocircuito tra chi rappresenta l’uno e l’altro mondo, l’altoborghese – qui tendenza radicalscicchista – e il basso-sottoproletario. A fare incontrare Monica e Giovanni e inizialmente scontrare – con tanto di mazzata da baseball da lei inferta sul parabrezza di lui – è l’innamoramento e forse amore tra i rispettivi pupi adolescenti, la di Giovanni figliola, il di Monica figliolo. Amore quanto mai improbabile, ma che volete, siamo nel cinema (che mica sempre è lo specchio della vita), si doveva pur trovare un pretesto per far partire la storia. Ne esce un film che funziona soprattutto per l’energia messa in circolo da Cortellesi, per la rabbia (positiva, per dirla con gli psicologi da pronto intervento televisivo), per la (s)carica adrenalinica che dallo schermo esonda in platea. E fa niente se ogni tanto Cortellesi la fa, letteralmente, da padrona (il film è, se ho ben capito, produttivamente un po’ suo), giacché è strepitosa in questa riedizione della madre-matriarca mamma-tigre popolana a tutto disposta per la propria famiglia e il proprio pargolo. A dare ulteriore solidità a Come un gatto in tangenziale sono la scrittura precisa, mai sciatta, il lavoro al bulino sui dettagli, i dialoghi e i personaggi maggiori e minori, con attori mai mandati allo sbaraglio. La ricchezza, insolita per un film nostro con destinazione il largo pubblico, delle idee, comiche ma non solo. Come l’invenzione delle due meravigliose ziastre (o sorellastre, se le guardiamo dal punto di vista di Monica) interpretate – per me una rivelazione – dalle gemelle Alessandra e Valentina Giudicessa, sedicenti malate di shopping compulsivo, in realtà semplicemente ladre. E di nome Pamela e SueEllen, come le ue femmine alfa di Dallas, e già questo, se permettete, è colpo di genio. Aggiungeteci che le due passano le loro giornalte, quando non rubano, sprofondate nel divano a guardarsi in loop Storie maledette del loro idolo Franca Leosini. La quale, Leosini, compare quale se stessa nel clan di borghesi-intellò di Capalbio dove Giovanni un giorno porta Monica, e la scena delle pitonesse che parlano di Biennale veneziana (e il pensiero corre subito a Le vacanze intelligenti di Sordi, ovvio, e anche a I mostri episodio del Gassman en travesti) in tuniche bianche e a piedi signorilmente nudi è un notevole pezzo di cinema popolare. Fa da voluto contrasto la giornata al mare a Coccia di Morto, spiaggia di buzzurri e coatti e sottoprolo abbronzatissimi, untissimi, capellutissimi, tatuatissimi, in una riedizione post-moderna e post-apocalittica (intendendo per apocalisse la mutazione antropologica descritta da Pasolini) della Domenica d’agosto di Luciano Emmer ( o di La famiglia passaguai). Della suburra da spiaggia è simbolo e testimonial nel film un Claudio Amendola core e viscere de Roma, spaventoso nel suo corpaccione, nella sua voracità animale, nel suo capello mesciato, anzi sbiondito con quel sigillo di finta eleganza e vera volgarità che è lo shatush. Come un gatto in tangenziale (il titolo allude alle chance, prossime allo zero, di sopravvivenza dell’amore interclassista tra i due ragazzi) vale per come ce la fa, quando ce la fa, a rinfrescare i cliché, a immergerli nella nostra contemporaneità, e attraverso di loro a metterci di fronte al ritratto di questa Italia, adesso, oggi. Poi, certo, guardandolo ti assale il malessere per l’autodenigrazione tutta italiana che lo percorre, per quell’odio e disprezzo verso noi stessi da cui la commedia, anche la grandissima degli anni Sessanta dei Risi e Monicelli, Scola e Germi, è geneticamente minata. Ma è discorso che ci porterebbe lontano, e non è il caso. Diciamo che l’autodisprezzo qualche volta ce la fa a sublimarsi e rovesciarsi in sacrosanta autocritica, e resta da vedere se questo è il caso. Altro fastidiosissimo vizio intrinseco e per così dire ideologico di Come un gatto in tangenziale è il suo gentismo, la populistica quanto falsa contrapposizione tra la plebe portatrice sana di valori sani e la la classe politica e parapolitica irrimediabilmente sconnessa del reale. Ma questo ahinoi è lo spirito del tempo. Dimenticavo: Sonia Bergamasco dopo la riuscita di commediante in Quo vado di Zalone qui si riconferma quale ex moglie milanese di Giovanni riciclatasi (“ma se sei nata a Porta Romana!”) in creatrice di essenze con colture di lavanda in Provenza. Allungando la lista delle sciure milanesi tra lo snob e lo stronzo viste al cinema, dalla immensa Franca Valeri del Vedovo (“taci, cretinetti!”) alla Melato di Travolti da un insolito destino (“sodomizzami!“).

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