Recensione: L’ORA PIÙ BUIA, un film di Joe Wright. Oggi al posto di Churchill che scelta faremmo?

L’ora più buia (Darkest Hour), un film di Joe Wright. Con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Lily James, Stephane Dillane, Ben Mendelsohn.
Sorprendente buono, per chi si aspettava (temeva) un affrescone storico nei modi inamidati del cinema britannico. L’ora più buia è quella in cui Churchill – siamo nella primavera del 1940 – deve decidere se scendere a patti con un Hitler trionfante o dichiarargli guerra. Passaggio cruciale non solo nella sua vita, ma nella storia del Novecento, e nella nostra storia. La scelta di Winston si trasforma in un thriller politico, e della coscienza, benissimo condotto-diretto da Joe Wright (Anna Karenina). Voto 7 e mezzo
Please, non liquidiamolo – anche se, lo ammetto, ne ha l’apparenza – come uno di quei biopic e period movies di produzione britannica assai bien fait, di leccatissima confezione, con tazzine e cerimonie pomeridiane del tè, gli accenti oxfordiani a sancire l’abisso tra le classi anzi le caste, le posture impettite, i modi inamidati. Quelle cose che stan benissimo in serialità televisive vecchie (meglio: decrepite) o finto-nuove, ma che al cinema sono zeppe che pesano, impiombano, tirano a fondo. Che già tra cinema e Gran Bretagna, la sua anima,non sembra esserci mai stata immediata compatibilità (sentenziò Truffaut, e al di là della Manica le p***e ancora gli girano: “Parlare di ‘British cinema’ è contraddizione in termini”). Ecco, assai consapevole del rischio colletto-inamidato-a- Downton-Abbey, il bravo Joe Wright – che qualche anno fa ci consegnò un’Anna Karenina sottratta alla convenzionalità e al trattamento crinoline-e-merletti ambientandola in una specie di teatro-circo – si ingegna in ogni modo per sottrarre alla staticità il pezzo di vita di Winston Churchill che il film racconta, passaggio cruciale suo ma anche della stessa storia inglese, della democrazia occidentale, del Novecento tutto. Adeguandosi al carattere da bulldog ringhioso e per niente accomodante del suo smisurato, fuori taglia (oh sì, bigger than life!) protagonista, Wright riversa nella narrazione una sorta di scarica elettrica, o adrenalinica, sottraendola all’immobilismo ingessato della celebrazione, all’accademismo, al rischio della biografia reverente e genuflessa. Sentiamo, respiriamo la minaccia – il nazismo arrembante in quella primavera del 1940 quando la Germania, a inizio guerra, sembrava aver già vinto tutto – e, come in un thriller, restiamo inchiodati alla poltrona in attesa di sapere cosa succederà, e quale decisione prenderà il nostro eroe (Winston, ovvio): se cercare un compromesso con Hitler e abbozzare, o scendere in campo contro di lui. In un momento in cui nessuno, ancora nessuno, sarà il caso di ricordarlo, si era schierato contro i nazisti che in un’avanzata-blitz avevano occupato Olanda, Belgio e, abbattuta la Maginot, erano ormai prossimi a Parigi. Che è anche – digressione – la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la paranoia dilagante degli spoiler è una delle tante scemenze di massa di questi tempi molli. Sappiamo benissimo come andò a finire, eppure non possiamo fare a meno di farci coinvolgereo. Anche perché conta non tanto la scelta di Churchill, ma come ci si arriva. Wright spinge al massimo sulla tensione, impedendo a L’ora più buia di incagliarsi nella retorica e nei tempi dilatati dell’affresco storico. Perfino i momenti privati – la relazione con la moglie Clementine, donna pungente, per niente portata ai piagnucolosi sentimentalismi eppure compagna amorevole, benissimo resa da Kristin Scott Thomas – sono sottratti a ogni birignao di messinscena. E quanto Wright sente avvicinarsi il pericolo della monumentalità, del trombonismo, velocizza e spettacolarizza con riprese più che dall’alto, dal cosmo, copiando gli zoom vertiginosi dall’immensità dello spazio all’infinitamente piccolo di Google Earth.
Eppure. Eppure, riconosciuto quel che si deve riconoscere a Wright, questo film non è la sua regia, non è la sua messinscena, ma il suo contenuto, i fatti e gli eventi che mette in fila, è il suo protagonista, la sua storia. La Storia (sì, maiuscola). Hitler avanza in Europa, si avvicina a Parigi, chiude in una sacca a Dunquerque francesi e inglesi – centinaia di migliaia – e di fronte a tanta esibizione muscolare, a tanto sfoggio di potenza militare, a tale schiacciante e perfino irridente superiorità, a Londra, nella Londra dei palazzi del potere, ci si divide. Si è tentati dal cedimento. Capeggiata dal premier dimissionario (e anche malato terminale) Neville Chamberlain, che a Monaco nel 1936 aveva molto concesso a Hitler sperando di bloccare le sue mire egemoniche sul continente, c’è un’ala assai forte e numerosa, per la quale simpatizza pure il sovrano Giorgio VI (il re balbuziente, il padre di Elisabetta), che vorrebbe replicare lo sciagurato appeasement monacense e scendere di nuovo a patti con i croceuncinati. Via libera al Führer in cambio della promessa di lasciar fuori dai suoi progetti la conquista dell’Inghilterra. Naturalmente si colloca su tutt’altra sponda di opinione Winston Chirchill, già ultrasessantenne e messo ai margini dallo stesso partito conservatore cui appartiene, con una pessima fama per via del carattere deciso e grintoso fino all’aggressività, considerato un impulsivo incapace di controllare le rabbie, e perseguitato dall’ombra di certi suoi fallimenti politici pregressi. Ccme quando, da ministro – più precisamente: quale primo Lord dell’Ammiragliato, assimilabile a un ministro della Marina -, durante la prima guerra mondiale spinse per la sciagurata campagna dei Dardanelli in cui la Gran Bretagna sarebbe rimasta invischiata e  intrappolata per mesi pagando un tributo altissimo di vite umano. “Gallipoli!”, gli urlano contro come un insulto in parlamento, e fuori, i suoi nemici (chi volesse sapere tutto su quell’episodio cruciale della Grande Guerra si legga il recente Il crollo dell’impero ottomano di Sean McMeekin, Einaudi; il capitolo su Gallipoli è a pagina 203. E val la pena ridare un’occhiata al vecchio film australiano Gallipoli, con un Mel Gibson pre-Hollywood e la regia di Peter Weir). Insomma, Churchill è un has been, un pensionato di fatto, un illustre tagliato fuori quando nella primavera del 1940 incominciano le grandi manovre nei palazzi per la nomina di un nuovo primo ministro. Lui, Winston, è tra i non molti del suo partito che rifiutano ogni accomodamento e un nuovo vergognoso appeasement con Hitler, ed è invece paradossalmentee sostenuto dagli avversari del partito laburista, che di Chamberlain e della sua cricca non vogliono più sapere. Il palazzo, inteso come il re (in Il discorso del re abbiamo visto un Giorgio VI coraggioso contro il nazismo, qui lo vediamo in tempi antecedenti, ben più perplesso e tentennante) nicchia, non c’è intesa tra lui e Churchill, ma poi la decisione della sua investitura a premier viene presa. E da responsabile del governo Churchill si trova di fronte alla Scelta (sì, maiuscola, se permettete). Rabbonire Hitler negoziando con lui un trattato di pace – si è offerto come intermediario l’ambasciatore italiano a Londra -, o andare da soli, senza alleati (nemmeno Roosevelt gli garantisce in quel maggio 1940 di scendere in campo con lui), alla guerra. Oggi ce lo siamo dimenticati, attribuendo la vittoria contro il nazismo da una parte all’Unione Sovietica di Stalin e dall’altra allo sbarco americano in Europa. Ma in quei primi mesi del ’40 fu Churchill, e solo Churchil, a schierarsi e dire di no. Se gli Usa nicchiavano, Stalin aveva addirittura stretto un accordo sciagurato l’anno prima con Hitler per spartirsi la Polonia. L’ora più buia tra gli altri meriti ha anche quello di rimettere figure e figurine al loro posto, di fare ordine e pulizia negli archivi della nostra memoria, collocando, giustamente, Winston Churchill sul gradino più alto del podio. Alla decisione arriva dopo giorni, settimane, di dubbi tormentosi, e il film – non so se sia verità storica o furba invenzione di sceneggiatura – ce lo mostra determinato solo dopo essere sceso in metropolitana a interpellare ‘il popolo’, ‘la gente’. Che, almeno in quei due vagoni, si dichiara compatta per il resistere resistere resistere (a Hitler). E così, dopo la discesa (un filo equivoca e populista per i cultori, come me, della democrazia rappresentativa e non immediatista, non diretta) nella viscere della città e della nazione, Churchill pronuncia a Westminster il suo storico disorso in cui promette all’Inghilterra non un paradiso di fiumi di latte e miele, ma “sangue, fatica, lacrime e sudore” (“blood, toil, tears and sweat”). Che è il punto più alto, fino alla vertigine, del film. Quello per cui è indispensabile vedere L’ora più buia, e magari rivederlo. Che lezione di storia, e che lezione morale, Ascoltando Churchill/Gary Oldman si piomba in un vortice di pensieri, buoni e meno buoni, di riflessioni anche amarissime. Non ho potuto fare a meno di misurare la distanza tra quell’Inghilterra, quel primo ministro, quelle parole, e l’oggi. Non solo dell’Italia, ma dell’Occidente. Oggi, che il marketing degli spin doctor applicato alla politica induce ogni leader ad allisciare il pelo al suo elettorato, a promettere l’impossibile nascondendo semplicemente la realtà e i suoi prezzi. Oggi, che se solo chiedi al popolo sovrano (eterna plebe ribollente e schiava del sue pulsioni, dico io) un sacrificio microscopico – mica lacrime, sudore e sangue – vieni spazzato via dalla sua rabbia. Ma come siamo finiti? In quale zona morta della coscienza, della morale, della dignità? Oggi se un Churchill a reti unificate e in streaming andasse a dire quel che lui disse quel 13 maggio 1940 non sopravviverebbe al linciaggio. Oggi noi, questa Italia, questa Europa, questo Occidente, andremmo a trattare una pace vergognosa e oltretutto inutile con l’Hitler di turno, ci inchineremmo a lui per ignavia, per cinismo, per stanchezza. L’ora più buia vale, ed è ineludibile, non tanto per la perizia di Joe Wright nel maneggiare i materiali e i linguaggi del racconto storico e del dramma politico, ma per l’assunzione di responsabilità del suo protagonista. E poi dite che il cinema è solo entertainment, che non tiene pensieri e non deve farcene venire.
Postilla su Gary Oldman: gli daranno l’Oscar?, di sicuro la nomination (le candidature verranno comunicate alle ore 14,30 – nostre – di martedì 23 gennaio). Certo, performance strabiliante la sua, per immersione totale nei modi e nel dato fisico, somatico e psichico del personaggio, ma è di quei casi – come successe con la Margaret Thatcher di Meryl Streep – in cui ci si chiede quanto ci sia di abilità attoriale e quanto di mimetismo alla, si sarebbe detto un tempo, Noschese.

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2 risposte a Recensione: L’ORA PIÙ BUIA, un film di Joe Wright. Oggi al posto di Churchill che scelta faremmo?

  1. il.giallo scrive:

    un minimo appunto: il discorso del “blood, toil, tears and sweat” è quello iniziale (quando Churchill assume l’incarico), non quello finale (in cui annuncia la volontà di resistere rifiutando ogni accordo)

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