Recensione: ‘Il ragazzo invisibile – Seconda generazione’, un film di Gabriele Salvatores. La via italiana al super-eroistico non convince

Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, un film di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Ksenia Rappoport, Ivan Franek, Galatea Bellugi, Dario Cantarelli.
Sequel di quel Ragazzo invisibile che tre anni fa fu un discreto successo al box office. Gabriele Salvatores ci riprova a inventarsi una via italiana, più intima, meno fracassona, al genere super-eroistico nella sua variante teen. Azzecca più di qualcosa – il protagonista, la location triestina, l’intreccio familiare – ma non riesce a togliere al film una cert’aria di incompiutezza, di inadeguatezza. Voto 6
Pazza l’idea di Gabriele Salvatores di importare nel nostro cinema il supereroistico, adattandolo alla nostre sottodimensioni produttive, e anche inventandosi una vocazione al genere che dalle nostre parti non c’è mai stata. A meno di tirar fuori l’acheologico Maciste, che aveva comunque più a che fare con la materialità della forza bruta, muscolare, della fatica proletaria (il primo Maciste era un camallo genovese), che con i poteri aerei e disincarnati, e senza sudore, degli attuali colossi digitalizzati. Il rischio è quello del wannabismo, e difatti non lo si evita in Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, pur nella dignità del progetto e della sua realizzazione. Traspare sempre un senso di incompiutezza, di mancanza, di inadueguatezza rispetto ai modelli americani, replicati con buona volontà ma senza intima, vera convinzione. Come volendo ubbidire a un’astratta scommessa, quella di mostrare come anche qui si possa essere competitivi internazionalmente nel campo, presidiato da Hollywood e dagli asiatici, dei blockbuster. Sappiamo com’è andata. Se il primo episodio, Il ragazzo invisibile, aveva incassato in Italia un buono ma non clamoroso 4 milioni e qualcosa, questo secondo, che arriva a tre anni e più dal fondativo, sta andando piuttosto male, con finora 1 milione e 300mila, e scrase prospettive di andare a fine sfruttamento molto oltre i 2. Eppure Il ragazzo invisibile – Seconda generazione si lascia guardare, paradossalmente più per la sua differenza rispetto ai modelli tonitruanti di Hollywood che per le affinità. Per come sceglie, o è costretto a scegliere, una tonalità non fracassona e più intima. Certo, bisogna adattare il nostro sguardo, dimenticare The Avengers e X-Men (cui pure Il ragazzo invisibile 2 esplicitamente allude, con la banda di diversi addestrati ad affinare la propria abilità segreta), accettare questo strano supereroistico da camera, più interessato alle turbe adolescenziali, al romanzo familiare, alle distruttive relazioni madre-figlio – trapela un filo di tragedia greca – che alla fantasmagoria e alla cacofonia degli effettacci speciali sbrang-sbrang. Solo che il complicato coming-of-age con al centro l’adesso sedicenne Michele Silenzi (Ludovico Girardello è convincente e credibile, un punto di forza del film, e non è mica poco) non è così appassionante, non ce la fa ad emanciparsi pienamente dai suoi modelli – non solo il già citato X-Men o Spider-Man, ma anche il manifesto nerd Kickass e il bellissimo Chronicle -, ed è fin troppo parco di climax spettacolari. Con qualche goffaggine di confezione che rischia di farlo scivolare nel B-movie, con una economia di mezzi che lo fa avvicina pericolosamente a certi nostri prodotti seriali anni Sessanta in cui si copiavano, come si poteva, le trionfanti spy-storie alla James Bond.
La partenza è davvero mediocre, con una ragazzina (che si scoprirà più tardi essere la sorella segreta di Michele, anche lei dotata di un super potere) inseguita in una medina araba da certi tipacci, in un fastidioso clima di esotismo di maniera. Meglio va quando l’azione si sposta, come nel primo episodio, in una Trieste vista e fotografata da Salvatores come il nostro avamposto proteso verso l’Est Europa, o come una scheggia di Est e Centro Europa incapsulata in territorio italiano. Un qui che è nello stesso tempo un altrove, e quindi luogo di sospensione, di passaggio, di confine, eccellente scenario – forse l’unico possibile tra le nostre città – per una storia oscillante tra realismo familiare e cinema fantastico. Ed è, la location, uno dei segni più dell’operazione. Michele, persa (con molti sensi di colpa a carico) l’adorata madre adottiva, la poliziotta Valeria Golino, adessi fa i conti con le leggi del sangue e dell’ereditarietà, scoprendo come il suo super potere di diventare invisibile sia cosa di famiglia. Conoscerà la madre biologica, venuta dai campi di reclusione e rieducazione di un regime che molto somiglia a quelli della storia russa del Novecento, e con lei la sorella, e tutta la banda dei diversi oppressi dagli aguzzini dell’Est. E ora ansiosi di vendicarsi. Volendo esagerare, si potrebbe vedere Il ragazzo invisibile 2 come la rappresentazione per mezzo di metafora delle complicate relazioni oggi tra Italia (ed Europa occidentale tutta) con il rinnovato potere mondiale della Russia di Putin, potere fondato sulle ricchezze naturali di petrolio e gas. Ecco, sceneggiatura non priva di buone idee, messa in cienma da una regia assai professionale e molto vicina, molto attenta al suo protagonista. Resta, insopprimibile, la sensazione di un film-copia, che nonostante certe buone intuizioni non ce la fa davvero a reinventare il genere teen-superoristico, e una via nazionale al genere, finendo con l’apparire come un oggetto sfuocato e irrisolto.

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