Recensione: LA POLTRONA DEL PADRE, un film di Antonio Tibaldi e Alex Lora. Nella casa-tana di due gemelli accumulatori compulsivi

La poltrona del padre, un documentario di Antonio Tibaldi e Alex Lora. Una produzione Italia-Usa.
Un film impassibile e disturbante su due anziani fratelli di Brooklyn che hanno trasformato la loro casa in un antro di oggetti inutili e rifiuti. Voto tra il 6 e il 7
Per sapere in quali cinema è ancora proiettato La poltrona del padre consultare il sito di Lab 80.
Li chiamano hoarders, accumulatori compulsivi di oggetti, rifiuti, cose vecchie e smesse. Fino a trasformare la propria abitazione in un antro invivibile. Poteva mancare la medicalizzazione del fenomeno? Ovvio che no. Ed ecco codificato e servito con, immagino consigliate terapie farmacologiche e psycho, il Compulsive Hoarder Disorder. E poteva mancare il reality? Ovvio che no, ed ecco sei stagioni di Hoarders dal 200 al 2013 su un canale Usa (credo mai arrivato da noi). Adesso tocca a un documentario italo-americano rigoroso, di quelli da festival estremi (difatti a Mlano l’han dato all’austero Film Maker, edizione 2016). Titolo: La poltrona del padre, distribuito non senza coraggio dalla Lab 80 di Bergamo, e sia onore al merito per questo e altri, e altrettanto non compiacenti, film del suo listino. A doppia firma Antonio Tibaldi e Alex Lora, La poltrona del padre (Thy Father’s Chair) ci fa penetrare nella casa-caverna di due gemelli ebrei ortodosssi di Brooklyn, Abraham e Shagra, sui sessant’anni, che quella casa ereditata dai genitori l’hanno riempita di ogni tipo di oggetto e di rifiuto e di scarto fino a renderla impraticabile, un buco sozzo e repellente. Il loro vicino, e inquilino, del piano di sopra li ha convinti a chiamare un’agenzia specializzata in pronto intervento in case di hoarders – si presentano con guanti, mascherina, scafandro di plastica come palombari, o come addetti alla disinfestazione di aree contaminate – e buttano tutto in enormi sacchi e via, verso misteriose discariche che tutto inghiottono. Non ne posso più della puzza, dei topi, degli scarafaggi e altre immonde creature, protesta esasperato l’inquilino che sta sopra, o fate pulizia o io non vi pago più. E di fronte alla minaccia del mancato introito il più ragionevole dei gemelli – l’altro se ne sta perlopiù fuori casa a stordirsi di alcol, confessando poi, nella scena più straziante e disturbante, di essere un alcolista – si convince, accetta, accoglie i ripulitori. E insieme a loro la cinepresa, che registra implacabile l’operazione, raccogliendo i lamenti, le disperazioni del gemello presente. Il quale, a ogni oggetto che gli portan via ha una fitta al cuore, e scongiura di non distruggere una preziosa pergamena talmudica finità chissà dove nel caso emergesse dal caos, e di non toccare, non maltrattare, la sedia, per lui un sacro feticcio, su cui amava sedersi il patriarca di famiglia pio uomo di fede. Son scene che fanno star male chi guarda. E l’impressione è che, più che nella roba trovata per strada o raccolta tra i cassonetti, il problema di Abraham e Shagra stia nella loro incapacità di disfarsi degli cose di casa una volta usate, o mai usate. Di fare, semplicemente, un minimo di ordine e pulizia. Il film non va mai oltre quanto ci mostra, oltre la apparentemente avalutiva osservazione dei fatti, delle cose, delle persone, in quella fattualità, e nuova oggettività, che distingue tanto documentarismo oggi. Riuscendo a comunicarci un senso di disagio, di imbarazzo. Facendoci sentire dei voyeur di quelle due vite così disastrate. E facendoci precipitare in un’ansia subitanea di pulizia ossessiva di casa nostra – roba da Mammina cara -, per esorcizzare lo spettro di quell’orrenda fine. Si spera che ci venga detto e fatto capire di più, che emerga dal passato dei due fratelli un qualche indizio di questa loro deriva. Ma, al di là di certi oggetti eloquenti che ogni tanto riaffiorano e rirendono vita dalla casa-tana, e dei cenni del gemello più ciarliero al padre e alla madre defunti, niente di più. E noi, alla fine si resta con un vago ma netto e non sopprimbile senso di colpa. Per essere entrati impietosamente nella vita di due persone sofferenti che, forse, avrebbero meritato rispetto e silenzio. Anche perché lo svuotamento di una casa, anche quando non c’entra la compulsione all’accumulo, è sempre un’esperienza di angoscia, per come va a distruggere storie di famiglia, sedimentazioni decennali se non secolari, memorie.

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