Recensione: PARADISE di Andrej Konchalovsky. Melodramma di nazismo, resistenza e Shoah

33808-paradise_533806-paradise_4Paradise, un film di Andrej Konchalovsky. Con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne. In concorso a Venezia 2016. Al cinema da giovedì 25 gennaio 2018.
33804-paradise_1Tre ai tempi del nazismo: un commissario nella Francia occupata, una principessa russa emigrata a Parigi, una SS tedesca. Ognuno racconta la sua storia come in un confessionale, o in un tribunale. Dove sono, e chi sono davvero? Scopriremo che le loro traiettorie si incroceranno. Film ambiguo, e irrisolto nonostante il gran mestiere di Konchalovsky, pencolante tra momenti di grande cinema e altri insostenibili. Voto tra il 5 e il 6
33814-paradise_3Visto in concorso a Venezia 2016 dov’era moltopiaciuto a pubblico e stampa (non a me, però). Distribuito solo adesso, a un anno e mezzo di distanza, in occasione della Giornata della memoria. Film che segna il ritorno al cinema del grande russo Andrej Konchalovsky, autore di lunga e gloriosa carriera (Siberiade, Maria’s Lovers, il meraviglioso A 30 secondi dalla fine), che quattro anni fa era stato apprezzato a Venezia con Le notti bianche del postino portandosi anche a casa un premio importante. Un signore che ha attraversato molte stagioni cruciali del Novecento, lavorando in Urss poi negli Usa poi di nuovo in Urss poi nella Russia post comunista. Rappresentante di una illustre dinastia russa: il nonno era un pittore dell’aristocrazia, sopravvissuto con successo alla rivoluzione comunista; il padre ebbe un ruolo politico centrale nell’apparato della cultura sovietica; il fratello è il Nikita Mikhalkov che conosciamo, pure lui regista di massima rilevanza e oggi uomo di gran potere del sistema cultural-cinematografico putiniano.
Se ne porta dietro e dentro di storie, sue e e della sua patria, il signor Konchalovsky. Che con questo film però non replica certi risultati del passato. Paradise è dramma e melodramma in bianco e nero, che fa alta autorialità, collocato in uno dei periodi più neri del secolo breve, quello dei campi di sterminio nazisti. Solo che oggi, se appena ti vuoi misurare narrativamente con la Shoah, non puoi non fare i conti con un film-spartiacque come Il figlio di Saul che della Shoah ha reinventato la rappresentazione, e con un libro come Le benevole di Jonathan Littell. Invece Konchalovsky, figlio del suo tempo e della sua generazione, anche in un racconto generoso e indignato come Paradise non riesce a evitare gli ormai insostenibili cliché, con tutti quei nazisti che si muovon come marionette meccaniche, blaterando di superomismi e niccianesimi volgarizzati e ululando ossessivamente heil Hitler. Una mitologia che Littell ha minuziosamente smontato nel suo sconvolgente romanzo, per mostrarci la normalità del male e il distacco catatonico, anestetizzato, di chi lo produce su scala industriale, il che è ben peggio di ogni nazista-mostro. Quel che è davvero rilevante in Paradise è la struttura narrativa. Tre personaggi, il francese Jules, la russa Olga, il tedesco Helmut, che raccontano la propria vita e la propria verità inquadrati a mezzobusto in un ambiente astratto e asettico, tutti nella stessa grigia uniforme, mentre guardano in macchina. Dove sono? Chi sono? Non posso dire granché in questa era di paranoia di massa per gli spoiler. Si comincia in Francia: nella Parigi occupata dai tedeschi una signora viene arrestata in quanto membro della resistenza e per aver aiutato bambini ebrei a nascondersi. Olga è un’aristocratica esule dalla Russia bolscevica, lavora per Vogue, si ritrova di colpo in galera mentre il commissario Jules cerca di estorcerle informazioni sui resaux clandestini. Finirà in Germania, in un campo dove oltre agli ebrei son detenuti i dissidenti politici. In parallelo alla sua storia si svolge quella di Helmut, aristocratico tedesco che, prostrato dall’abisso in cui è caduta la Germania dopo la sconfitta nella grande guerra, si converte al nazismo sognando la rinascita e decidendo poi di entrare nel suo corpo più fanatico e ideologizzato, le SS. Non dico altro, se non che le traiettorie tra i due avranno dei punti di incorcio. Che portano Paradise pericolosamente vicino a quei film degeneri, figli bastardi del Portiere di notte, che negli anni Settanta costituirono il genere detto pornonazi, o nazi-exploitation, anche se Konchalovsky è troppo scafato per cadere nel baratro. Intanto Helmut ritrova un amico sopravvissuto che ha per lui un’attrazione omoerotica, ed ecco riaffacciarsi un altro cliché, il vecchio binomio omosessualità-nazismo, omosessualità come perversione borghese e segno di decadenza, che imperversava prima che i movimenti gay lo rovesciassero e instaurasse il politicamente corretto in materia. La parte migliore di un film a tratti abilissimo anche se equivoco, e girato con indiscutibile mestiere e senso dello spettacolo, è quella italiana. Ed è incredibile come un russo abbia azzeccato tutto, le atmosfere, i meravigliosi abiti maschili e femminili, quel clima di fatuità prima della tragedia che fu dell’Italia mussoliniana degli anni Trenta, gli anni del consenso per dirla secondo Renzo De Felice, e se per caso avete in mente le foto di Galeazzo e Edda Ciano, con loro due di inarrivabile eleganza, sapete quel che dico. E come sottofondo sonoro Parlami d’amore Mariù nella versione, mi pare, di Vittorio De Sica. La parte finale (arrivano i russi!) è concitata e narrativamente contraddittoria. Con un colpo di scena che non si spiega, se non buttandola sul senso di espiazione (in Paradise c’è anche, nemmeno troppo celato anzi clamorosamente evidente nel finale, un lato religioso). Helmut è slavista, appassionato di letteratura russa e nell’orrore del lager disquisisce di Cecov con l’amico innamorato. In questo film il meglio e il peggio si susseguono, gli squarci di gran cinema si alternano a momenti equivoci (vogliamo parlare della kapò tendenza lesbo?). Resta l’indiscutibile qualità della confezione siglata Konchalovsky.

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