Recensione: CHIAMAMI COL TUO NOME, un film di Luca Guadagnino. Se le merita tutte le sue 4 Oscar-nomination

Chiamami con il tuo nome (Call Me By Your Name), un film di Luca Guadagnino. Con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois.
201712831_1Un film che respira, di massima naturalezza, mai affettato. Un piccolo miracolo. Guadagagnino prende un racconto di formazione di André Aciman e lo sposta in una meravigliosa villa alla Bertolucci nella bassa padana. Un ospite che pare uscito dal pasoliniano Teorema sonvolgerà vite e susciterà passioni, portando il ragazzo Elio alla scoperta – e alla pratica – del suo lato omosessuale. Gran successo americano, e 4 nomination all’Oscar. Voto 8+
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Visto lo scorso febbraio, praticamente un anno fa, alla Berlinale nella sezione (non competitiva) Panorama. Quando già intorno a Call Me by Your Name del siciliano assai cosmopolita Luca Guadagnino si era scatenato l’hype per via dell’inaspettato gran successo ottenuto giusto qualche settimana prima al Sundance. E ricordo come a Berlino fosse piaciuto più ai recensori stranieri che ai non moltissimi italiani presenti. Reazioni tiepide, diciamo. Che oggi, di fronte all’orgoglio patriottico dilagante su carta e su web per “l’italiano dalle 4 nomination all’Oscar” (le categorie: migliore film; miglior attore protagonista; migliore sceneggiatura non originale; migliore canzone), vien da farsi qualche domanda molesta. Del genere: dove eravate un anno fa? ci voleva l’Academy per darvi una svegliata? E comunque, finalmente, cccolo qua nei nostri cinema (consiglio: se potete, vedetevelo in VO, per quell’impasto linguistico – inglese, francese, italiano, dialetto cremasco – piallato via dal doppiaggio). Effettivamente bellissimo. Forse il miglior Guadagnino, anche meglio di Io sono l’amore che un sospetto di indebito viscontismo l’aveva suscitato. Tanto che qualche perfido brillante l’aveva subito ribattezzato il Visconti dimezzato (e però, dico io, meglio un conte Luchino a metà che zero. Per la cronaca: una signora della famiglia del’aristocratico Luchino compare nei credits di Call Me by Your Name, ed è l’interior decorator Violante Visconti).
Chiamami con il tuo nome è tratto da un libro dell’ebreo egiziano, oggi americano (e con qualche anno di mezzo vissuto in Italia) André Aciman. che m’è capitato di leggere una decina di anni fa (Guanda) e di cui a essere franco non ricordo niente, se non che era ambientato in Liguria, mentre qui azioni e accadimenti sono spostati ‘Somewhere in Northern Italy’, come avverte la dicitura a inizio film. Stando a Aciman, ricordo invece benissimo un altro suo, e migliore, libro, Ultima notte ad Alessandria, memoir che consiglio caldamente sugli anni di infanzia e prima adolescenza dell’autore ad Alessandria (d’Egitto) e poi sul forzato esilio, come è capitato a tutte le famiglie ebraiche egiziane dopo la presa di potere di Nasser. Quanto a Chiamami col tuo nome nella versione Guadaganino: siamo a Crema (bisogna intuirlo, perché nulla se ne dice esplicitamente nel film), meravigliosa quanto sottovalutata città di cui non mi pare il cinema si sia mai occupato in precedenza, e siamo più precisamente in una villa di rustica eleganza che ricorda quella abitata da Alida Valli in La strategia del ragno di Bertolucci. Trionfo della Padania, dell’Oceano padano per citare il libro di Mirko Volpi (Laterza), in questo film pure così international, e chi mai l’avrebbe detto. Case basse, mura rosse di mattoni, muggiti dalle ricche stalle, brusche parlate e modi sobri, acque di fiume e di lago, pesci d’acqua dolce. Per un lombardo come me, godimento senza fine.
Racconto di formazione del ragazzo Elio, di famiglia ebraica – padre americano, madre francese – trasferitasi nel cremasco per via del papà archeologo-studioso di arte antica occupato in certe perlustrazioni sul fondo del non lontano lago di Garda, a Sirmione (emergeranno tesori classici). In quella magione nella bassa che sembra così tagliata  fuori invece passa il mondo. Ci arriva anche Oliver – è un’estate dei primi anni Ottanta -, americano, amico di famiglia e assistente del padre, un bellone che ha la prepotenza fisica di Armie Hammer (non così convincente, e con qualche anno di troppo per la parte: forse il punto di fragilità in un film che azzecca quasi tutto). Un bel po’ ospite pasoliniano alla Teorema, visto che piace a tutti e tutti conquista, uomini e donne, un permanente centro di irradiazione sessuale piantato nel bel mezzo di quel microcosmo dedito ai piaceri dell’arte e della cultura, e del bel vivere, del buon cibo, delle passeggiate, delle letture, delle conversazioni con gli amici. Un ospite-angelo destinato a cambiare più di una vita altrui.
La storia di Chiamami col tuo nome è la storia tra l’adolescente Elio -anni diciassette – e il ventenne Oliver. Elio (interpretato da un attore a me sconosciuto fino a questo film, Timothée Chalamet, di clamorosa bravura e naturalezza, finito adesso nella cinquina dei candidati all’Oscar come migliore attore) suona e compone, ha una mezza storia con la coetanea Marzia (Esther Garrel figlia di Philippe, sorella o forse sorellastra  di Louis), ma è attratto da Oliver. Le sue tempeste ormonali e le sue fantasie van sempre a parare lì, sul corpo di Oliver. Non crederete però che i due si mettano a far subito l’amore dietro le frasche padane, macché, sarà dura e lunga la conquista, e non si capisce se sia Elio a far capitolare Oliver o viceversa. La sceneggiatura è cofirmata nientedimeno che dall’oggi novantenne James Ivory (uno dei fregi araldici che Guadagnino ama inserire nei suoi film, un vezzo che gli si perdona visti i risultati), che qui immette la sua sensibilità mai dolciastra, la sua delicatezza elegante. Ma il film è di Luca Guadagnino, il quale scansa mirabilmente i rischi che una simile operazione si porta dietro. Quello del film lgbt militante con messaggio. Quella del viscontismo di risulta e malcopiato, languori e peccatii esteticamente correttissimi e un po’ inamidati. Quello del film arty con cultura esibita a legittimare  e sublimare l’abbondanza di fluidi corporali tra le lenzuola. Realizzando invece un film che respira come un organismo vivente, di massima naturalezza, non sbagliando niente, i tempi, i gesti, le parole, gli ambienti. Le scene d’amore tra Elio e Oliver sono le più convincenti, e le meno affettate, dai tempi di Weekend di Andrew Haiig, un capolavoro del cinema gay. Niente sdilinquimenti, nemmeno quell’hard sex che s’accompagna a tanti gaysmi, invece un avvicinarsi lento e circospetto al sesso, dubbi, esitazioni, voglie e paure che comunicano un senso di verità. Guadagnino gioca intelligentemente con certi stereotipi e vecchi modi di rappresentazione dell’omoseesualità (del resto siamo nei primi anni Ottanta): quella matura coppia di gay in visita in abito rosa pallido – e uno dei due è interpretato dallo scrittore André Aciman -, l’ammirazione alla Winckelmann per i torsi delle statue classiche. Ma si evitano grazie al cielo le scene di (melo)dramma con sottofondo di Callas. Quando Elio usa in modo sessualmente creativo una pesca sentiamo Battiato, mica Casta Diva. Evidentemente Guadagnino quegli anni Ottanta italiani se li ricorda bene e li ricostruisce benissimo, e alla lirica preferisce come colonna sonora il pop, quello alto di Battiato e quello bassissimo della dance made in Italy. Il finale è presa-di-coscienza della realtà e della vita da parte del ragazzo Elio, e la Bildung si compie. Considerazione finale: Guadagnino ha fatto bene a portare il suo film al Sundance e alla Berlinale, non a Venezia, dove non i critici non l’hanno mai amato (uso un garbato eufemismo). Si pensi all’indifferenza con cui fu accolto a suo tempo Io sono l’amore, che poi sarebbe stato adorato dagli americani, e al massacro in sala stampa – fischi e buuh – due edizioni fa di A Bigger Splash. Tutti o quasi schifati anche per via del tremendo cameo di Corrado Guzzanti. Ma era colpa di Guzzanti, mica di Guadagnino. Quanto a me: rimando alla mia recensione da Venezia di A Bigger Splash.

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4 risposte a Recensione: CHIAMAMI COL TUO NOME, un film di Luca Guadagnino. Se le merita tutte le sue 4 Oscar-nomination

  1. Gabriele scrive:

    Buongiorno Sig. Locatelli. Apprezzo sempre molto le sue recensioni e le condivido spesso. In questo caso devo dissentire. Al contrario di quanto dice nel suo incipit, l’ho trovato alquanto affettato, con dialoghi molto curati, ma spesso improbabili e rivolti più che altro a compiacere un pubblico americano.
    Inoltre ho trovato il personaggio di Oliver alquanto irritante e scortese, per non usare altri termini. Oltre che scortese, sempre improbabile l’atteggiamento di un ragazzo di 24 anni che arriva dalla costa Est degli Stati uniti e che ha immediatamente bisogno di riposare un giorno e mezzo. Personalmente quando rientravo per lavoro da Seattle e via Amsterdam rientravo a mezzogiorno in Italia, andavo direttamente in ufficio e lavoravo fio a sera.
    Inoltre non ho minimamente apprezzato il fatto che un ragazzo di 24 anni, maturo e sicuro di sé, approfitti, e questo è proprio il termine esatto, di un diciassettenne molto sensibile con una sessualità ancora non definita, pieno di insicurezze e di dubbi.
    E’ certamente un film costruito molto bene e ottimamente recitato, ma ribadisco il mio giudizio negativo.

  2. Ugo Malasoma scrive:

    Beh giudizio negativo mi pare esagerato.
    Certo è che non vederci una certa “affettazione” suona un po’ sospetto. Qui ci vedo molta “bella” maniera ( fotografia nitida ma siamo sicuri che la campagna intorno a Crema non abbia anche tanta caligine durante l’estate?) montaggio essenziale ma film troppo lungo ed estenuante nella ripetitività, musiche ruffiane, una seconda parte esibita oltre misura, altro che “naturalezza”. Il film è di una “programmaticità” talmente studiata ( c’è Ivory infatti dietro)che esclude proprio quel termine. L’americano, che nella pellicola distribuita parla un fiorente italiano fa subito bisboccia coi locali nel giocare a carte….suvvia! Elio che suona così bene il pianoforte che quanto meno dovrebbe esercitarsi ore e ore ogni giorno invece che andare per bici o amori variegati.I genitori ebrei del 1983 sarebbero così “avanti” che non fanno mistero di alimentare l’amore gay del figlio? E il pistolotto finale del padre che in sostanza riferisce al figlio di essere stato lì lì per diventarlo? E la scena della pesca?
    Son d’accordo che tra i film italiani sia una spanna “sopra” agli altri, ma ci vuole anche molto poco, invero!
    Si rimane spettatori, attenti nella prima parte poi annoiati e perplessi, e certamente non per gli amorini gay, ma proprio per la scarsa credibilità del racconto. E tanto entusiasmo nel pubblico non l’ho proprio percepito.
    Saremo tutti tonti e superficiali?

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