Recensione: MY GENERATION, un film di David Batty. La Swinging London secondo Michael Caine

My Generation, un docufilm di David Batty. Con Michael Caine. Al cinema fino al 29 gennaio. Distribuzione I Wonder.
Presentato a Venezia fuori concorso e adesso al cinema (fino al 29). L’ennesimo documentario sulla Swinging London, sugli anni che con minigonne e musiche cambiarono il mondo. O almeno questa è la narrazione dominante da mezzo secolo in qua, cui My Generation si attiene. Non sarebbe il caso di un po’ di sano revisionismo? Si salvano il testimone-guida Michael Caine e l’intuizione (non sviluppata) di quel sommovimento come rivolta del proletariato cockney. Voto 4 e mezzo

Ancora! Ancora un film su quant’era bella signora mia la Swinging London delle gonne corte-corte, di Twiggy, dei capelli a caschetto, dei Beatles e dei Rolling Stones bravi belli e, chi più chi meno, dannati (più i secondi, ovvio). Pare che si siano impiegati cinque anni per realizzare questo docu britannicissimo sugli anni Sessanta britannici, quelli che cambiarono l’Inghilterra e il mondo. O almeno, questa è la narrazione invalsa da mezzo secolo in qua e che purtroppo My Generation ripercorre, fa propria e rilancia senza osare il minimo scostamento, la minima revisione. Anni degli autori a ricercare negli archivi e di lavoro preparatorio a stretto contatto, così assicura il pressbook, con Michael Caine, oggi ultraottantenne e però sempre ricercatissimo dal cinema anche più giovane – d’altra parte, come si fa a non volergli bene? Michael Caine, anche coproduttore, che in questo film fa da testimone e guida nella riscoperta, o disseppellimento, dei favolosi (uffa) Sixties dicendosi parte attiva di quel sommovimento, di quella rivoluzione. E raccontandoci un qualcosa di sé e della propria vita giovane, ma solo qualcosa, e invece molto di più degli altri che furono e continuano a essere le icone di quel tempo. Peccato, di lui avremmo voluto sapere di più, aspettiamo l’autobiografia. Intanto qua ci dice un po’ della famiglia, della zia, della sua provenienza e appartenenza cockney, ovverossia proletario-londinese e socialmente bassa, mentre noi lo abbiamo sempre visto, così biondo, ammodo, pettinato e con quell’aplomb da Lord, come la quintessenza della britishness più aristocratica. Che misunderstanding. Cockney era, e cockney si sente ancora nel profondo il nostro adorato Michael. Che per perdere il suo accentaccio working class – ci racconta in My Generation – dovette sudare e lavorare e fare teatro di repertorio in giro per tutte le province per la bellezza di nove anni. E però, quando l’americano Cy Enfield (“fosse stato un regista inglese non mi avrebbe mai scelto”) stava cercando, era il 1964, un ragazzo per interpretare un impettito ufficialetto di Sua Maestà in Zulu optò proprio per lui, e fu l’inizio della carriera che sappiamo. Le confessioni di Caine in My Generation finiscono praticamente lì, e stupisce che lui dica di essere stato così connesso a, e partecipe di, quel sommovimento di Beatles e pietrerotolanti e quant’altro, perché, visto da qui, ne sembrava proprio agli antipodi con quei modi così perbene e gli occhiali da ragazzo serio. Ecco, se i pochi cenni autobiografici di Caine accendono in platea un qualche interesse, il film perde quota, si affoscia, si spegne quando va a ripercorrere il già mille volte visto-sentito. Forse i ragazzi oggi che niente sanno, potranno anche provare una qualche curiosità, un qualche fremito, un qualche palpito. Ma io ho esurito da un pezzo la mia riserva di pazienza, figuriamoci l’entusiasmo. Basta, abbiamo già dato. Se ancora una volta mi fate vedere le solite facce e sentire la stessa (peraltro eccellente) musica faccio ‘na pazzia. Invece qua si procede imperterriti col museo delle cere, anche se le cere son mostrate negli anni del loro fulgore. John Lennon, Paul MacCartney e gli altri Beatles. Mick Jagger, Brian Jones e gli altri Rolling Stones. Marianne Faithfull, Mary Quant, Biba, George Best, Roger Daltrey, Carnaby Street, Oxford Street, David Bailey, Julie Christie, Twiggy, Jean Shrimpton, Vidal Sassoon (e il suo caschetto), David Hockney. Vero, in My Generation – ogni allusione all’epocale song dei Who non è casuale –  siamo parecchie spanne sopra per documenti visivi e reperti d’epoca esibiti (molti con i protagonisti di allora parlanti e testimonianti in presa diretta sugli eventi) rispetto alla sbobba che ci è precedentemente toccata, ma Dio santo non ci si scosta di un millimetro dalla narrazione e dalla leggenda che da allora si sono cristallizzate. Gli anni che hanno sconvolto il mondo! Il grande strappo con il passato! Da allora il mondo non è più stato lo stesso! E la musica rivoluzionaria. I costumi sessuali capovolti. Lo scandalo della mini inguinale per le femmine e dei capelli lunghi per i masculi. E il consumo allegro di droghe per dilatare la coscienza (ma va’ là). A mezzo secolo non se ne può più, si impone una rigorosa revisione storiografica, un approccio meno reverente e nostalgico, meno sdato e più inventivo, più critico e impassibile ai fatti, alle facce, ai personaggi di primo secondo terzo piano. Eppure, su quegli anni che se cambiarono il mondo non lo fecero nella direzione auspicata, innescando anzi parecchie derive pericolose, l’attenzione degli storici non si è mai posata davvero. Si continua a ripetere pigramente il solito mantra, nessuno che provi a dirci perché accadde quella rupture, che cosa davvero accadde nel profondo, e non nella superficie dei costumi e dei comportamenti. Di interessante, in questo per me quasi inguardabile My Generation, c’è l’intuizione del sommovimento inglese anni Sessanta come ribellione cockney, del proletariato londinese, e dell’Inghilterra tutta, contro la ruling class britannica, la sua separatezza, la sua azzimata arroganza, i suoi riti sociali ossificati, la sua impenetrabilità. Caine e gli autori del film ci suggeriscono, forse inconsapevolmente, che la Swinging London fu il teatro di quella che sul continente si chiamò, più marxianamente, lotta di classe. Solo che lì, oltre la Manica, la lotta restò confinata al terreno dei modi, dei comportamenti. Dell’espressività. Mentre in Eropa il change sarebbe sfociato nei sessantottismi di ottusa ideologia rivoluzionaria. E mentre là tutto implodeva nell’uso e abuso di droghe pesanti e nello sfascio delle rockband feticcio, qui andava peggio, con passaggi in Germania e Italia alla lotta armata. Sono le uniche utili riflessioni che questo inutile film, suo malgrado, ci induce.

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