Recensione: BENEDETTA FOLLIA di Carlo Verdone. Buona la prima parte, molto meno la seconda

Benedetta follia, un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Ilenia Pastorelli, Maria Pia Calzone, Lucrezia Lante della Rovere, Paola Minaccioni, Francesca Manzini.
Il grigio uomo qualunque sconvolto da una donna-ciclone: una storia vista mille volte al cinema, da Susanna! di Hawks in giù. Qui lui è il proprietario di un negozio di paramenti sacri, lei una supercoatta. Si incontrano, si scontrano, e le loro vite non saranno più le stesse. Carlo Verdone abbandona le commedie fini, anche troppo, degli anni scorsi e torna alle origini, a una comicità più diretta e selvaggia. Peccato che il film nell’ultima mezz’ora si afflosci nell’ansia di aggiustare e perbenizzare tutto. Voto 6+
Le cifre del box office parlano chiaro: questo Benedetta follia è andato, sta andando, meglio del precedente Verdone-movie L’abbiamo fatta grossa (anche se la distanza non è stellare). Ha pagato la decisione di CV di affidarsi a due nuovi cosceneggiatori, Nicola Guaglianone e Menotti (planati qui da Lo chiamavano Jeeg Robot) e di dare con il loro contributo una bella spolverata al mobilio di quel salotto un po’ chiuso e soffocato che era diventato il suo cinema. Niente di che, intendiamoci. Zero rivoluzioni. Anzi, se mai un ritorno all’antico, alle origini, ai macchiettoni di una Roma eternamente papalina e di una Roma coatta che segnavano l’antropologia e gli orizzonti del primissimo Verdone. Una Roma dimidiata. Spaccata tra opposti, eppure sotterraneamente comunicanti e necessari uno all’altro. Una città doppia, alta-e-bassa, che si incarna in lui come in nessuno. Verdone è Roma, come lo sono stati in passato – sto al cinema, allo spettacolo – Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Anna Magnani. In Benedetta follia si abbandonano le commedie piccolo-borghesi e cetomediane, e fin troppo costruite, degli ultimi anni e si torna a una comicità più diretta, primaria, meno filtrata da ironie e satire di costume, alimentata dalla carne dei personaggi. Si torna ai ritrattoni sbalzati, e non è un male, perché si ride fragorosamente, senza peraltro vergognarsi come succede con altri. Con vezzi autocitazionisti (la motocicletta tirata fuori dal garage). E poi, quant’è diventato bravo il Verdone attore, il passaggio attraverso La grande bellezza l’ha come prosciugato, essenzializzato, consegnandoci un interprete di penombre, mezzi toni, allusioni, sottintesi. E però capace di scatenarsi quando necessario in macchina produttrice di comicità piena. Il suo Guglielmo, tenutario di un negozio di arredi, paramenti sacri, abiti talari per prelati vaticaneschi, è semplicemente sublime, ed è un godimento vedere come consiglia un pizzo, un decoro, al monsigore o al cardinale vanesio che si contempla allo specchio. Chiaro che quel tempio dell’ordine e dell’eternamente uguale che è il negozio sarà sovvertito (ma non distrutto: Verdone è un mediatore, romano-papalino anche in questo, poiché tutto nel suo cinema e nel suo mondo si ricompone in un nuovo equilibrio senza lasciare lacerazioni), e naturalmente sarà una donna a portare la tempesta. E naturalmente sarà una donna de borgata, una coatta, perché Verdone meglio di tutti sa che la Roma dei Palazzi è attratta da sempre dalla Roma della Suburra, e che il comico nasce dal cortocircuito tra caratteri che cozzano e si scontrano, e dunque cosa di meglio della vita e del lavoro del pio Guglielmo messi a soqquadro da Luna? Che già una che si chiama così. Oltretutto preso in un momento delicato, il Guglielmo, con la moglie Livia (Lucrezia Lante della Rovere, perfetta come borghese romana) che l’ha mollato, in una cotta lesbienne per la commessa del negozio. La coattissima Luna si offre di prenderne il posto (della commessa, intendo), ma il perplesso Guglielmo si convincerà solo quando la vedrà piazzare a un cliente una statua in gesso di Madre Teresa rimasta lì invenduta per dieci anni. Il resto va in automatico, secondo il paradigma dell’uomo qualunquemente qualsiasi travolto dalla donna ciclone, che è quasi un archetipo narrativo, stravisto al cinema da Susanna! di Howard Hawks in giù. Luna – una Ilenia Pastoreli talmente in parte che non si capisce se ci è o ci fa, nel senso se reciti o sia semplicemente lei stessa, e che dopo Jeeg Robot si conferma una su cui il nostro cinema può puntare -, convincerà Guglielmo il probo a smetterla di aspettare che la moglie si penta, e di cercarsi una qualche fidanzata – temporanea, a termine, a tempo indeterminato: si vedrà – tramite app di incontri. Sicché ecco una sfilata di macchiettoni femminili, dalla ipocondriaca dura a quella che si infila il cellulare tra le gambe in modalità vibrazione. Il risultato sarà una scena irresistibile – sempre lì lì per precipitare nel baratro dell’ignobile senza caderci grazie a un Verdone acrobata-  con il Gugliemo telefonante fronte-vagina a Sua Eminenza. Che era dai tempi di lo famo strano che Verdone non ne azzeccava una così. Sempre per colpa del ciclone Luna il nostro ingoierà dell’ecstasy credendolo paracetamolo, e precipiterà in un’allucinazione in forma di balletto alla Busby Berkeley (anzi, alla Antonello Falqui: Verdone dixit in conferenza stampa dopo l’anteprima) benissimo coreografata da Luca Tomassini. Che son cose che in un Verdone-movie non si erano mai viste. Il buono di Benedetta follia però finisce lì, perché il resto è tutto un aggiustare, un sistemare le cose, secondo il vizio nazionale dell’happy end forzato, rischiando di rovinare quanto si era visto fino a quel momento. Peggio ancora quando il film si insabbia nel patetismo con i guai familiari di Luna. Con un finale fastidioso (non dico di più), che nell’ansia di tutto sistemare rischia di essere inverosimile. Come se si volesse allontanare, anzi esorcizzare, lo spettro e il sospetto che tra Guglielmo e la molto più giovane Luna potesse essere intefrcorso un qualche desiderio, una qualche forma di attrazione. Non sia mai. Meglio che tra generazioni diverse non ci siano commistioni improprie di letto. Che in tempi di #metoo e Time’s Up ci vuol niente a scatenare il linciaggio e accendere il rogo in pubblica piazza.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi