Recensione: TUTTI I SOLDI DEL MONDO, un film di Ridley Scott. Il rapimento Getty è un feuilleton, anzi una tragedia greca

Tutti i soldi del mondo, un film di Ridley Scott. Con Charlie Plummer, Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Romain Duris, Timothy Hutton, Marco Leonardi.
Altro che la faccenda Kevin Spacey-Christopher Plummer. La questione vera di Tutti i soldi del mondo sta altrove, nel suo discostarsi dai fatti del rapimento Getty per reinventarli spudoratamente e farne spettacolo. La prigionia di John Paul Getty III non si svolse come nel film, lo stesso la sua liberazione. Tutti i soldi del mondo affabula, inventa, manipola, riscrive la realtà per cavarne un feuilleton che occhieggia alla tragedia greca e frulla i mille cliché su un’Italia meridionale eternamente arcaica. Il bello è che funziona (abbastanza). Voto 5 e mezzo
Please, non si parli più della questione Kevin Spacey. Tanto, cos’altro si potrebbe aggiungere? Prendiamo atto piuttosto di come Christopher Plummer, attore magnifico e mica lo scopriamo adesso (lo è almeno dai tempi di Tutti insieme appassionatamente, culto di questo blog), lo abbia rimpiazzato degnamente. E mica era facile girare tutte quelle scene in un paio di settimane – tante ne aveva a disposizione Ridley Scott, dovendo far uscire il prodotto sotto Natale -, e invece mission accomplished. Trionfo. Apoteosi. Plummer si è pure guadagnato una nomination all’Oscar, categoria best supporting actor, da molti osservatori interpretata come un ulteriore siluro a Kevin Spacey (visto? possiamo fare a meno dei viziosi, anzi facciamo meglio) e il segnale del definitivo allineamento del sistema Hollywood alla campagna neopuritana  del #metoo e del Time’s Up. Andiamo oltre, andiamo al film. Che è tra gli oggetti cinematografici più strani che si siano visti negli ultimi tempi. Apparentemente ricostruzione del rapimento dell’adolescente John Paul Getty III nell’Italia violenta del 1974 – un paese da poliziottesco, e invece pura e scatenatissima fiction, nel senso letterale di falsificazione dei fatti, con ampie parti totalmente, spudoratamente romanzate. E ci si chiede il perché. Soprattutto perché un signor regista come Ridley Scott si sia prestato a un’operazione tanto spuria e equivoca. Sono parecchie e sfacciate le invenzioni. Nel film John Paul Getty III fugge dalla prigione con un trucchetto alla Topolino, fabbricando una minibomba incendiaria con lo zolfo dei fiammiferi e despistando i suoi rapitori: mai successo. Dopo essere scappato, viene soccorso da un poliziotto che lo tradisce riconsegnandolo ai criminali: mai successo. Dopo averlo rilasciato, i suoi rapitori ci rioensano e gli ridanno la caccia, ed eccolo girare disperato per un cupo vilaggio d’Aspromonte invocando un aiuto che nessuno – i collusi! gli omertosi! – gli darà: mai successo. E si potrebbe continuare. JPG III fu nella realtà rilasciato sulla Salerno-Reggio Calabria all’altezza di Lagonegro e poi trovato da un automobilista. E che dire della scena da melodramma del nonno dal cuore di pietra punito dal fato proprio il giorno della liberazione del nipote: mai successo, naturalmente. Il patriarca morirà anni dopo. Ora, va bene prendersi qualche licenza a fini di spettacolo, mica si esige una rigorosa ricostruzione da storici o da cronisti, siamo al cinema dopotutto. E però c’è un limite che non si dovrebbe valicare. Questa è la vera questione posta da Tutti i soldi del mondo, non la faccenda Spacey-Plummer, e francamente non mi capacito di come molte recensioni italiane non abbiano neanche accennato alla sfasatura tra i fatti e il racconto deformato che ne dà il film. Come si fa a prendere per buono quel che ti dice il pressbook? Un minimo di verifica no?, che oggi con Internet cosa ci vuole.
Vedendo (senza noia, devo ammettere) Tutti i soldi del mondo ho pensato  a un altro film, pure quello su un’Italia meridionale selvaggia e inquinata dalla presenza criminale, in cui la deformazione della realtà è altrettanto clamorosa. Intendo Il siciliano di Michael Cimino. Film in cui la vera storia del bandito Salvatore Giuliano veniva piegata all’edificazione del mito del bandito ribelle e anarcoide, dell’eroe del popolo che si erge contro ogni potere e dunque destinato a essere ucciso, spazzato via, martirizzato (leggere l’acuto e documentato pezzo di Umberto Cantone su Repubblica.it). Se Cimino prendeva un pezzo di storia del dopoguerra siciliano trasfigurandolo in ballata popolare e in astratto western mediterraneo, in mitologico uno-contro-tutti, Ridley Scott, o i suoi sceneggiatori, prendono il rapimento Getty, lo frantumano e ne ricompongono i pezzi con aggiunte e inserti assai liberi e impropri per cavarne un fosco dramma familiare di parenti serpenti, di coraggio e viltà, di rivalità feroci tra consanguinei, di avidità e generosità, riutilizzando la saga degli Atridi e la tragedia greca tutta. Cosa mai importa la verità storica, l’aderenza ai fatti quando si può riallestire lo spettacolo dell’eterno intreccio di potere, soldi e legami di sangue. Che la tragedia antica sia il riferimento cercato e voluto lo si intuisce da continue allusioni e rimandi narrativi e visivi. La passione del vecchio Getty per l’arte classica e il sentirsi lui stesso un eroe della classicità tra Roma e Grecia (“Qui al Colosseo sento di essere nella mia vera casa!”). Il teatro degli eventi, che è laggiù in Calabria, tra echi di Bisanzio e soprattutto di Magna Grecia. E quei riti tribali e selvaggi dei clan d’Aspromonte, quell’orecchio mozzata del rapito-agnello sacrificale, quelle danze ebbre e quello sfrenarsi della violenza che son puro Dioniso ritornato, o che non se n’è mai andato via da lì. Prendere Tutti i soldi del mondo come la ricostruzione di un fattaccio di cronaca è un errore prospettico. Piuttosto c’è da chiedersi se Ridley Scott sia riuscito adeguatamente in questa operazione affabulatoria (e, mi si perdonerà, mitopoietica). Più sì che no. Scott non si fa molti scrupoli a cavalcare una sceneggiatura qua e là alquanto grossolana estraendone un film pulsante, stracarico di passioni, di istinti, di ferinità, con personaggi che tendono a farsi puri simboli e funzioni narrative: il Vecchio avido, l’Eroina combattente, la Vittima sarificale, il Carnefice, e via così, come in una lettura dei tarocchi. Figure di una rappresentazione popolare e sacra, dove a ognuno tocca un ruolo rigido dal quale non si può discostarsi (e non tragga in inganno l’apparente conversione alla bontà del nonno nella fase finale, che personaggio di grettezza dickensiama era e rimane, senza redenzione possibile).
Siamo nella Roma oscura, ambigua, piena di pericoli e sotterranee trame e collusioni degli anni Settanta. Dove s’è trasferito da qualche anno John Paul Getty Jr., il figlio dell’uomo pare più ricco del mondo, il petroliere americano Paul Getty. Con lui la moglie Abigail e il figlio teenager JPG III (si tramandano lo stesso nome da una generazione all’altra come i papi). Non che i rapporti con il terribile patriarca siano buoni. JPG Jr è sempre stato tagliato fuori dall’azienda, per via di certe inadeguatezze di carattere e per dipendenze da droghe. Quel trasferimento a Roma è l’ultima concessione, l’ultima chance che il Grande Vecchio gli ha dato di lavorare in una sua filiale. Ma anche stavolta sarà un fallimento. Intanto il nipote adolescente vive la vita matta di quegli anni italiani e romani, tra droghe, simpatie massimaliste per movimenti politici exraparlamentari, frequentazioni della bohème artistico-esistenziale. Sicché, quando la ‘ndrangheta calabrese una notte se lo rapisce, pochi ci credono. Molti a pensare, nonno in testa, che lo sciagurato si sia autorapito, mettendosi d’accordo magari con le Brigate Rosse, per ottenere congruo riscatto e intascarne una parte. È anche per quello che il vecchio risponde: non tratterò, non cederò al ricatto. Ho 14 nipoti, se pago per questo dovrò farlo anche con gli altri tredici. Solo Abigail, la madre di JPG III – il padre se l’è filata intanto in Marocco strafacendosi di eroina insieme alla bellissima nuova compagna Talita Soto, destinata a morire di overdose di lì a qualche anno – prende sul serio la faccenda, cerca di convincere il suocero a cavare fuori i soldi, tanti, richiesti dalla ‘ndrina rapitrice. Giganteggia qui Christopher Plummer quale patriarca di fantastica cattiveria e insensibilità e tirchieria, uno di quei villain così monumentali che nemmeno la più scatenata fantasia romanzesca ce la farebbe a scolpire. Lotta per salvare il figliolo – e siamo tra il mito e il feuilleton – mamma Abigail. Mentre noi vediamo il ragazzetto in una fetida prigione ostaggio di mostri che non hanno niente di umano. Tranne il suo carceriere personale, Cinquanta, un uomo de core come solo i mediterranei signora mia, che gli si affeziona, e forse lo ama, in una sottotrama inverosimile ma assai efficace drammaturgicamente da Sindrome di Stoccolma capovolta e in versione Aspromonte (e Romain Duris ci dà dentro alla grandissima sbalzando alla perfezione un criminale calabrese come se lo immaginano a Hollywood). Ci vorrà l’orecchio tagliato all’ostaggio e mandato in busta al Messaggero perché il vecchio cominci a cedere, e a valutare l’ipotesi di sganciare un po’ di soldi (mica tutti quelli richiesti però: va alla trattativa come quando s’era trattato di strappare il prezzo migliore del petrolio greggio agli sceicchi dell’Arabia Saudita). Più Tutti i soldi del mondo procede, più le falsificazioni dei fatti aumentano. Ormai sganciato da ogni dato di realtà, di storia e di cronaca, il film si scatena, e vale la pena da spettatori assecondarne la follia, il delirio. La parte romana funziona molto bene, con quei paparazzi protervi e aggressivi che ovviamente vengono dritti dalla felliniana Dolce vita, con quelle relazioni pericolose tra sottoproletariato semicrimanale, ribelli di vario tipo e il mondo lassù dei borghesi e della bohème artistica. Cliché? Una quantità. E però perfino la sequeza inverosimile delle Brigate rosse che ci tengono a far sapere che non c’entrano con il rapimento ha la sua bruta efficacia. Ridley Scott se mai perde il controllo più avanti, quando ci dà fin troppo dentro con quel Sud eternamente omertoso, mafioso, tribale, clanico, patriarcale, arcaico, selvaggio, un frammento di primordialità inastonata in un Occidente (soi disant) civilizzato. Francamente, si faticano a sopportare certe scene tipo l’innocente rapito che soffre tra le sue stesse lordure mentre là fuori gli infami carccerieri si ingozzano, bevono, cantano e si dimenano al ritmo della tarantella (o è il salterello?). Quando anche nell’aspro Aspromonte in quegli anni si ascoltavano Battisti e Umberto Tozzi e Umberto Balsamo, altro che saltarello. Le cadute del film sono fin troppo evidenti. Ma basta non prenderlo sul serio e goderselo per quello che è, una ballatona popolare e sensazionalistica su un fattaccio di cronaca con deviazioni da tragedia greca in salotto, e non per quello che vorremmo che fosse, o dovrebbe essere, la ricostruzione di un fatto di crionaca che si rivelerà cruciale dei terribili anni Settanta italiani. Ovviamente il film è tutto di Christopher Plummer e Michelle Willliams mamma-tigre. Charlie Plummer (non parente di Christopher) è perfetto quale JPG III. Aspettate di vederlo in Lean on Pete di Andrew Haigh, proiettato allo scorso festival di Venezia, e resterete basiti da quant’è bravo.

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