Recensione: C’EST LA VIE, un film di Eric Toledano e Olivier Nakache. La giornata speciale di Max. Bello davvero: correte

C’est la vie – Prendila come viene, un film di Eric Toledano & Olivier Nakache. Con Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Alban Ivanov, Eye Haïdara, Benjamin Lavernhe, Suzanne Clément, Judith Chemla, Kevin Azaïs.
Un giorno nella vita del parigino Max, di mestiere organizzatore di matrimoni. Stavolta deve occuparsi di Pierre e Hélène: festa in un castello del Seicento, una folla di invitati, e mille inconvenienti, contrattempi, inciampi a metterlo alla prova. Un film-affresco popolato di personaggi che ricorda Un matrimonio di Robert Altman, dove i due registi Tolédano & Nakache di Quasi amici non sbagliano niente. Dimostrando di non essere solo abili confezionatori di successi popolari. Voto 7 e mezzo
Wedding planner da noi è una parolaccia (lo so, è una locuzione di due parole, ma insomma ci siamo capiti, no?). Impronunciabile tra persone dabbene, perché vengono subito in mente tamarrate e camurriate. L’Enzo Miccio che “aiuta gli sposi a organizzare il loro giorno più bello” e il compianto da molti Boss delle cerimonie, un maestro in nozze stile nouveaux riches campani. Dove lo sciupio vistoso e le scenografie sfarzose-sgargianti da Versailles di Castelvolturno fanno da segnaletica del grado di opulenza e potere raggiunto dalle famiglie degli sposi. Sicché stupisce, favorevolmente, il protagonista di questo notevole film del duo registico di Quasi amici, il quale è sì wedding planner, ma dotato di buon gusto, senso della misura, modi assai civili e mai prevaricanti e grossolani, uso di mondo, e pure dell’eloquio non banale del ben coltivato. Max, parigino, è uno sperimentato signore sui sessant’anni, che vediamo nella sequenza iniziale trattare con una coppia di promessi sposi ansiosi di far bella figura con il mondo ma anche di non sforare il budget. Interpretato da un Jean-Pierre Bacri – l’abbiamo conosciuto come sceneggiatore e attore nel lungo sodalizio con Agnès Jaoui: Il gusto degli altri, per dire un loro titolo – in stato di grazia, mattatore senza darlo a vedere, in grado di rendere in una recitazione mai sopra le righe (dategli il prossimo César, please) tutto lo spettro dei comportamenti e skills richiesti a quel direttore d’orchestra che è l’organisateur de mariage, dalla soavità persuasiva al polso fermo quando necessita. Il film, che nonostante l’estensione di due ore, si lascia vedere senza un attimo di noia, è il resoconto di una giornata-tipo, ma anche un po’ peggio della media, dell’ottimo Max, stavolta alle prese con il matrimonio spettacolare di Pierre e Hélène, ottime famiglie alle spalle, buone professioni in corso, e dunque che non si sia troppo micragnosi nell’occasione: château del Seicento come location, centinaia di invitati, scenografie regali e però mai kitsch. Un giorno speciale per fingersi tutti aristocratici ancien régime prima della ghigliottina, tant’è che alla crew ingaggiata per servire ai tavoli è imposta la livrea. Cosa che solleverà malumori e quasi-rivolte sindacali (e non hanno tutti i torti: perché mai uno per guadagnarsi la giornata deve mettersi in ridicolo con una parrucca e magari qualche neo da cicisbeo?). Gli imprevisti e gli inciampi professionali si susseguono, come quelli privati, con Max impegnato a turare falle, inventarsi soluzioni all’impronta, cavarsi dagli impicci. Un trionfo dell’arte di arrangiarsi, stavolta non italiana, non napoletana. Toledano & Nakache sembrano voler replicare Un matrimonio di Robert Altman, il maestro dei film corali, dell’affresco narrativo a infiniti frammenti composti e sovrapposti e incastrati, dimostrando di saper tenere in pugno un film complesso e multifocale dove, se Max è il perno, sono infinite le storie, le trame e le piste narrative che gli si avvinghiano intorno. Un film-intreccio, come certi pazienti lavori artigianali. E come in un altro Altman, Gosford Park (sceneggiato dal Julian Fellowes di Downton Abbey), C’est la vie si divide tra la schiera degli sciuri (in questi caso gli sposi e i loro invitati) e la servitù (tutti coloro che sono stati ingaggiati da Max per l’occasione, dai camerieri alla band, o che sono suoi abituali assistenti), nella contrapposizione archetipica e sempre efficace drammaturgicamente tra chi consuma e se la gode, e chi lavora e suda. I personaggi entrano ed escono, e ritornano, in una partitura complessa che non sfugge mai di mano ai due registi. Un risultato che lascia pensare come Toledano & Nakache siano qualcosa (parecchio?) di più degli ottimi mestieranti e cineasti furbo-popolari che abbiamo sempre creduto. Che insomma, sotto quel loro non tirarsela mai e pensare soprattutto al pubblico, ci sia dell’autorialità, una visione di cinema non qualunque. Certo è che C’esta la vie – solito titolo internazionale sciapo e anche improprio al posto dell’originale e più incisivo Le Sens de la Fête, Il senso della festa – è un salto all’insù nella loro  filmografia, rivelando sacrosante ambizioni che finora erano state mimetizzate.
Il giorno matto di Max, travolto da ripetute piccoli grandi catastrofi professionali e private e però mai domo, mai sconfitto, amzi alla fine trionfatore sopra e oltre ogni difficoltà -, è anche il continuo confrontarsi e scontrarsi con una folla di personaggi, un dipanare paziente di trame e storie attorcigliate. Lo sposo narciso ed esibizionista, ansioso di lasciare un’impronta di sé con uno speech che diventa un’arringa soporifera. La sposa, tanto caruccia, fine e sensibile (è la Judith Chemla del bellissimo Une vie di Stéphane Brizé), che non si capisce perché abbia scelto di maritarsi con un simile cretino. La madre dello sposo. E i collaboratori di Max, la ruvida e rigorosa Adèle, il suo braccio destro, efficiente e gran lavoratrice ma afflitta da spigolosità di carattere  e scarsa diplomazia. Julien, arruolato come cameriere, che scoprirà nella sposa un suo antico amore (mai dichiarato, e mai corrisposto), magnificamente reso da un Vincent Macaigne ormai specializzato, come ha scritto qualcuno di cui ahimé non ricordo il nome, in ruoli di passivo-aggressivo. Il fotografo che non si capacita di come oggi il suo lavoro non abbia più senso, cancellato e sostituito dagli smartphone in forsennata attività. Il cantante (Gilles Lelouche, scatenato), cui la madre dello sposo chiede vecchi pezzi anni Cinquanta-Sessanta mentre lui vorrebbe di nuovo cantare, in italiano, l’Eros Ramazzotti di Se bastasse una canzone (rassegniamoci: Ramazzotti, Bocelli, Pausini e Il volo sono gli unici nostri cantanti di cui all’estero si conoscano esistenza e opere). Il misterioso visitatore serale, scambiato da Max per un ispettore del lavoro venuto a controllare lo status contrattuale della crew. E la collaboratrice – la dolaniana Suzanne Clément – che di Max è l’amante (si potrà ancora dire? o va abolito quale termine degradante e insultante per le donne?) e che, stufa di aspettare che lui lo dica alla moglie, si mette a amoreggiare con un ragazzo. Come si usa nei migliori film-affresco, a ciascuno il suo assolo, il suo momento di gloria e protagonismo. In una partitura perfettamente orchestrata dove ognuno ha il posto suo e tutto si tiene. Lasciando pensare come Toledano & Nakache siano ormai dei piccoli maestri, altro che abili mestieranti e basta.

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