Recensione: FINAL PORTRAIT, un film di Stanley Tucci. Due settimane e mezzo con Giacometti

DSC_7514.jpgFinal Portrait – L’arte di essere amici, un film di Stanley Tucci. Con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Sylvie Testud, Clémence Poésy.
DSC_9033.jpgParigi, 1964. Un giovane americano si fa ritrarre da Alberto Giacometti, ma son diciotto giorno di tormento e estasi, e più il primo. Perché mica è facile dover trattare con il bizzoso artista. Nessun cliché sull’arte e la bohème, sul genio sregolato e bipolare ci viene risparmiato. Geoffrey Rush insopportabilmente gigione. Regia sussiegosa di Stanley Tucci. Voto 4
DSC_9647.jpgVisto giusto un anno fa alla Berlinale fuori concorso, e non è stata un folgorazione. Anzi, di quei film che detesti irrimediabilmente fin dalle prime inquadrature. Firmato da Stanley Tucci, non alla sua prima volta da regista (ha cominciato nel 1996 con Big Night: in cucina con due fratelli di origine italiana). vi si raccontano diciotto giorni – siamo nel 1964, a Parigi – nell’atelier di Alberto Giacometti, scultore (e pittore) svizzero di minoranza italiana. Certo un gigante dell’arte novecentesca. Due settimane e mezzo in cui un giovane americano, Jim Lord, di mestiere critico d’arte, cerca di farsi ritrarre (su tela, mica in creta o bronzo) dal bizzoso Giacometti. E risultano insopportabili i tic, i cliché, i manierismi da genio & sregolatezza che Geoffrey Rish, uno degli attori che più tendono all’overacting, carica sul suo personaggio. Tutti i raptus, i su e giù, i bipolarismi di umore e carattere che vi aspettate da un artista modellato sull’archetipo romantico del talento incontrollabile qui li trovate, e in quantità non modica e non smaltibile. Le scorie lasciate dalla sovrarecitazione di Rush, dai suoi improvvisi Fuck! (che voglion dire che dopo tre secondi di pigre pennellate l’Artista si è stancato e molla tutto rimandando il povero e assai educato Jim al giorno dopo o portandoselo dietro in passeggiate nei cimiteri) sono pesanti peggio delle sculture affastellate nell’atelier. Aggiungeteci le sregolatezze di un Giacometti che cornifica la consorte Annette portandosi in casa la sua diletta prostituta-amante Caroline e avrete il ritratto completo. Non si esce mai, neppure per un secondo, dall’ovvio. I momenti più godibili sono le malignità che il Sommo pronuncia su Picasso e Chagall. Il resto è noia, con la messinscena diligente di chi vuol fare bella figura trattando il tema alto dell’arte e relativi tormenti e estasi. Si salva il marmoreo Armie Hammer, così ammodo, così perbene, così paziente, un alieno catapultato nel casino dell’atelier. Qui più in parte che in Chiamami col tuo nome di Guadagnino, E quei disegni di giovani uomini nella sua stanza d’hotel alluderanno (è un trucco che si usava quando di gaytudine non si poteva esplicitamente parlare al cinema) al suo omoerotismo? Quale moglie tradita si rivede Sylvie Testud (ricordate? Era la miracolata di Lourdes di Jessica Hausner). Va bene, ma cosa mai mi significa il sottotitolo balordo L’arte di essere amici aggiunto nella versione itaiana?

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