Recensione: THE POST, un film di Steven Spielberg. La magnificenza del grande cinema americano

The Post, un film di Steven Spielberg. Con Tom Hanks, Meryl Streep, Sarah Paulson, Tracy Letts, Boib Odenkirk, Bruce Greenwood, Alison Brie, Michael Stuhlbarg.
L’epopea dei Pentagon Papers che, pubblicati dal Washington Post, misero in ginocchio la Casa Bianca e avviarono il ritiro dal Vietnam. Film a fortissimo rischio di retorica e trombonismo (ah, il giornalismo di una volta! l’odore del piombo e dell’inchiostro! lo scoop!). Solo che questo non è uno Spotlight qualsiasi, qui alla regia, e a fare la differenza, c’è Steven Spielberg. Enorme. Perfettamente in controllo della macchina cinema, l’unico vero erede della grande Hollywood. Voto 8 e mezzo
Al netto di tutta la perniciosa retorica che ha scatenato, del trombonismo sul “com’era bello il giornalismo di carta e di battaglia”, The Post è un grande film. Il migliore tra i nove nominati all’Oscar – e stavolta la selezione è davvero molto, molto buona – subito dopo l’inarrivabile Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, senza discussione il capolavoro dell’anno e non solo (ma vincerà un film dalla-parte-delle-donne, Tre manifesti a Ebbing o Lady Bird, scommettiamo? O un film, come La forma dell’acqua, dalla-parte-dei-diversi, qualunque cosa questa logora parola voglia dire). Steven Spielberg mostra i muscoli registici con un controllo della macchina cinema come pochi oggi, davvero da erede legittimo (e unico?) della Hollywood della Golden Age. C’è da lustrarsi gli occhi nel vedere come, alle prese con una storia-non storia (più avanti cercherò di spiegarmi) e con una sceneggiatura abile, ma che è pura acrobazia su una trama narrativa sottile, riesca a costruire un’epica profondamente americana contrapponendo il bene al male, esaltando l’esercizio obbligatorio della libertà a fronte di un potere sopraffattorio, e la centralità dell’individuo. E che capacità di fare spettacolo e disegnare lo spazio schermico, muovendo la macchina da presa come mai prima nei suoi film, verrebbe da dire alla Altman, attento però a non cadere nella frenesia, nell’ipercinesi imbalordente e autistica di tanto cinema giovinastro. Restando nel suo profondo, al di là dei modi adottati di un cinema mobile fino alla convulsione, un cineasta classico, di apollinea compostezza e armonia, iperconsapevole di quanto sta mettendo in scena e del come lo sta facendo. Paul Thomas Anderson lo ha elogiato sul Chicago Tribune (tra grandi ci si intende e rispetta, mica ci si azzanna in baruffe da ballatoio) con parole che i detrattori dell’autore di E.T. e Lincoln dovrebbero leggersi e rileggersi: “Avete visto The Post? Dico solo che Spielberg è il migliore nella storia a muovere una macchina da presa. L’ho visto l’altro giorno e non riuscivo a credere a quanto fosse bravo a lavorare con un numero incredibile di attori nella stessa piccola stanza. Ha messo dieci persone in un soggiorno e tutti si muovevano sembrando così naturali e la macchina da presa danzava attorno a loro”. Ecco, il film andrebbe obbligatoriamente visto anche solo per questo titanica dimostrazione di forza direttoriale. Spielberg mette in scena (e celebra) soprattutto se stesso, il proprio fare cinema, la propria visione di cinema, più che una storia lacunosa in più parti, avvincente ma non così convincente, il cui nucleo drammaturgico è fragile e discutibile.
Dunque: siamo nel 1971, a Washington, Nixon è presidente, Henry Kissinger il segretario di stato, la guerra in Vietnam è un gorgo che sta inghiottendo la stessa legittimità delle istituzioni che l’hanno voluta, decisa, condotta. I ragazzi scappano in Canada per sfuggire all’arruolamento, la contestazione in patria e nel mondo è inarrestabile. Il Washington Post – retto da Katharine Graham dopo che il marito, erede della dinastia editrice del quotidiano, si è suicidato – sta attraversando la fase cruciale e delicata dello sbarco in borsa e della ricerca di coperture finanziarie presso investori istituzionali e non. L’obiettivo è di irrobustirsi economicamente per poter effettuare il definitivo salto a autorevole quotidiano nazionale a fianco del fino a quel momento inarrivabile The New Yotk Times. Ma ecco l’irruzione dell’inatteso, quando il direttore Ben Bradlee ha la chance di mettere le mani sui Pentagon Papers, montagne di documenti sull’intervento in Vietnam secretati dai vari governi che si sono succeduti: amministrazione Kennedy compresa. Informazioni e valutazioni mai arrivate all’opinione pubblica, un’altra verità rispetto alla historia official. Pubblicarli o no mettendosi contro il presidente e gli altri poteri forti, apparato militare in primis? Il direttore Bradlee, già in orgasmo per lo scoop che lancerebbe lui e il Post nell’empireo, spinge perché lo si faccia il più presto possibile, Ma è Katharine Graham a dover decidere, è sua la responsabilità. Sa che pubblicando quei file riservati si gioca tutto, le sue consolidate amicizie politiche, lo sbarco in borsa, la benevolenza degli investitori, la stessa sopravvivenza del giornale. E della dinastia. Stop. Il resto al cinema.
Spielberg è magistrale nel montare la tensione anche se sappiamo benissimo come andrà a finire (ennesima dimostrazione di come la paura ormai generalizzata degli spoiler sia puro infantilismo). È la scelta di Katharine a appassionarci, a tenerci con il fiato sospeso come in un Hitchcock movie, sicché dimentichiamo quello che dovrebbe essere il centro della storia, i Pentagon Papers. The Post ci dice sbrigativamente – davvero in poche parole – che quei documenti sono la prova di come il Pentagono, e i vari presidenti e i loro staff, abbiano mentito, celando all’America l’orribile verità: da anni e anni sapevano che la guerra in Vietnam era perduta, senza speranza, eppure attraverso una programmata disinformazione e propaganda hanno continuato a predicarne all’America la necessità. Menzogna! Menzogna di stato!, urla il film. Menzogna che i nostri Graham e Bradlee, con il coraggio dei puri e degli eroi, vogliono smascherare.
Vedendo The Post la spiegazione m’era sembrata quantomeno insufficiente e inadeguata. Scusate, cosa vuol dire esattamente che sapevano (chi sapeva?) che la guerra era perduta e  l’hanno nasosto alla nazione? Come si fa a stabilire se e quando una guerra, soprattutto come quella in Vietnam in atto da decenni, è inequivocabilmente persa? E poi, i governi avranno pure il diritto di tenere coperte certe informazioni, è visione infantile e semplificata della democrazia quella che pretende la massima trasparenza e visibilità. I segreti di stato sono spesso necessari per la stessa sicurezza dei cittadini. E allora? Di quali malvagità si sarebbero mai macchiati i vari estensori dei Pentagon Papers? The Post non ce lo dice, la loro carica menzognera è data per scontata. Solo che Spielberg è talmente immenso da farci dimenticare quella fondamentale debolezza della trama. Debolezza che tra l’altro giusto ieri (giovedì 8 febbraio 2018) Giuliano Ferrara sul Foglio ha sottolineato in un pezzo dal ruvido ma non improprio titolo Le balle di Spielberg in The Post: “ci sono due balle. Lo scoop non fu del Post ma del Times” (e, dico io, il film per attribuirlo al Post si arrampica faticosamente sugli specchi). “La seconda balla… I Pentagon Papers furono pubblicati come la dimostrazione delle menzogne dello stato americano sulla guerra in Vienam dal 1945 in poi… In realtà sono un archivio messo insieme su indicazione di Robert McNamara, un segretario alla Difesa esitante ma capace… Furono il tentativo di rendere ragione di una lunga stagione internazionalista degli Usa (…) vincitori della Seconda guerra mondiale”. Mi sembrano obiezioni sensate e ben argomentate alla narrazione di cui si fa megafono il film di Spielberg. Che, sempre secondo Ferrara, non è all’altezza del suo precedente Lincoln (e concordo), il quale “era una complessa ricostruzione del nesso eroico tra politica dura, corruzione, parlamentarismo, guerra e libertà”. Già, allora alla base c’era una sceneggiatura formidabile di Tony Kushner, il drammaturgo di Angels in America, che non sottaceva i lati oscuri del Grande Presidente: maneggi in parlamento, compravendita di voti e altre vicende non esemplari. In The Post non c’è uno scrip di uguale livello, nulla di quelle ombreggiature, nulla di quella complessità. E però la sceneggiatura un merito grande ce l’ha, l’insistere, più che sull’aspetto squisitamente politico, sui tormenti di Katharine Graham posta di fronte alla scelta della vita, letteralmente. Tant’è che Meryl Streep, da anni sospetta di eccessi manieristici, qui trova – al di là della solita mostruosa performance – accenti di verità che sembrava aver perso. Alle prese con un personaggio magnifico si mette al suo servizio, risparmiandoci la sua mattatorialità strabordante. Tom Hanks quasi non lo si riconosce, ed è esattamente il Ben Bradlee che ci si aspettava, il direttore che fiuta l’odore dello scoop e lo persegue senza deflettere. È attraverso di lui e la sua redazione che Spielberg ci dà dentro per riproporci la stagione aurea dei giornali quale trincea della libertà, l’epopea della carta stampata odorante di inchiostro, della linotype, della tipografie rombanti e eruttanti copie su copie. Quando i giornali erano giornali – almeno così vuole la leggenda costruita ex post dai nostalgici – e si facevano col piombo, mica nell’immaterialità glaciale delle odierne tecnologie. Non ci risparmia niente, Spielberg: le migliaia e migliaia di copie che escono veloci dalle rotative, la posta pneumatica per mandare i pezzi dalla redazione alla tipografia, il “fermate le rotative!” e il “procedete con le rotative!”. Un repertorio che ha fatto orgasmare chi quel mondo giornalistico l’ha vissuto (io no, mai vista una tipografia). E se The Post individua nel potere politico la massima minaccia per la libertà di stampa e la sopravvivenza dei giornali, la storia, almeno in Occidente, si è poi incaricata di dimostrare come il nemico si annidasse da tutt’altra parte, nell’imminente rivoluzione tecnologica. L’avvento di internet, che ha ridotto drasticamente il bacino degli acquirenti, e il decadimento dell’istruzione di massa che un tempo produceva lettori e oggi teste confuse non in grado di interpretare un testo, hanno assestato il colpo di grazia ai giornali cartacei (diversa la storia in altre parti del mondo, come Russia e Turchia, dove i limiti alla libertà di stampa sono venuti davvero dal potere politico). Quanto a me, più che l’epopea del Post versus Nixon (e precedenti occupanti della casa Bianca), è piaciuta di più la rievocazione del backstage della capitale, con quei salotti in cui si incontravano signore assai eleganti (Meryl Streep esibisce un meraviglioso Pucci), uomini di mondo e di massimo potere economico, politici dell’amministrazione in carica e delle precedenti, in una rete relazionale complessa e non necessariamente collusiva. Ed è bellissima la parte in cui Katharine Graham ricorda la stagione kennediana, la vicinanza sua e del marito alla coppia regina John & Jackie, e la magia di Camelot. Amaramente consapevole che ormai Camelot non esiste più.

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