Recensione: IL FILO NASCOSTO, un film di Paul Thomas Anderson. Sì, abbiamo il capolavoro

Il filo nascosto (Phantom Thread), un film di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Leslie Manville, Richard Graham. Al cinema dal 22 febbraio 2018.

Un film spiazzante. Parte come un gothic, poi si metamorfizza e lascia affiorare altre appartenenze di genere. Per lo spettatore un’avventura della visione. Il Paul Thomas Anderson di The Master e Vizio di forma si conferma il più talentuoso regista della sua generazione. Con Il filo nascosto ci fa entrare nella maison di un couturier londinese anni Cinquanta, un perfezionista ossessivo malato di bellezza. Ma, please, non scambiatelo per un film sulla moda. 6 nomination all’Oscar. Voto 9

Paul Thomas Anderson al lavoro

Capita che qualcuno mi chieda: ma secondo te qual è il più grande oggi? (sottinteso: autore di cinema). Il primo nome che mi viene in mente è Terrence Malick. Il secondo quello di Paul Thomas Anderson, ormai acronimizzato per comodità di lettura e scrittura in PTA. Poi, per carità, più ci rifletto su e più si aggiungono altri nomi illustrissimi (Spielberg, Larrain, Lanthimos, Hong Sangsoo e via dilagando). E però, e vorrà pur dire qualcosa, a quella domanda i miei neuroni rispondono in automatico, sempre, con quei due,. Adesso, dopo aver visto il nuovo Philip Thomas Anderson, Il filo nascosto (al cinema dal 22 febbraio, candidato a sei Oscar compreso quello per il miglior film) confermo: è il cineasta massimo della generazione tra i quaranta e i cinquanta. Meraviglia di film, non tanto per la dose esorbitante di bellezza che ci passa davanti agli occhi – il main character è un couturier londinese degli anni Cinquanta e dunque potete immaginare il tasso estetico della messinscena tra atelier, vestiti alta moda, modelle, sfilate ecc. – ma per la non medietà del progetto, e dell’impresa. Un film – mutuando un attributo assai usato dagli anglosassoni – idiosincratico. Imprescindibile dal suo autore, non seriale, unico, profondamente personale. PTA si inventa e si cuce addosso la storia, la customizza, la riempie dei propri fantasmi interiori e dei suoi umori, ne fa un’estensione di sé, pur tendendo come sempre a un cinema per niente minuscolo e intimo, anzi grandioso, epico, muscolare. Anche quando si occupa di micrcocosmi e di chi li abita il suo resta un cinema bigger than life, esteso, potenziato, che voluttuosamente, generosamente, satura lo schermo in un rigetto quasi genetico del famigerato minimalismo. Il suo film-svolta, quello che mi ha definitivamente convertito al culto pt-andersoniano, e anche il suo capolavoro (ben più del Petroliere o di Magnolia), è The Master, di cui ricordo la proiezione veneziana accolta senza troppi entusiasmi. Difatti alla conferenza stampa si presentò un PTA assai nervoso, scostante, al limite dell’intrattabilità, e non senza ragione. Fatto sta che da allora al festival di Venezia non si è più fatto vedere, e non gli si può dare torto. The master, ecco. Un film che, nonostante un budget di rispetto, la presenza di attori-star (Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phenix), l’überformato del 70 millimetro, rompeva radicalmente con qualsiasi idea di cinema mainstream per farsi solo proiezione materiale e sogno smisurato del suo autore. Dopo il successivo e bellissimo, ma non all’altezza di The Master, Inherent Vice, adesso PTA si riporta al livello di quel capo d’opera. Phantom Thread – il titolo si riferisce all’abitudine del couturier protagonista di cucire nella fodera degli abiti un messaggio segreto – è bislacco e anomalo già per l’ambiente in cui si colloca, l’alta sartorialità della Londra anni Cinquanta, non proprio set molto frequentato dal cinema (la moda inglese per il cinema e per i media pigri è sempre e solo quella della Swinging London di Biba, Mary Quant, Ossie Clark e via luogocomunizzando), lo è ancora di più per come usa quel contesto, quel contenitore, andando a raccontarci una storia a due imprevedibile e cangiante. Che parte come un gothic per poi mutarsi in lotta a due, guerra uomo-donna, per il dominio di uno sull’altro, o per una vittoria mascherata da resa, o viceversa. Ogni accenno di film di genere, non appena si affaccia, viene puntualmente smentito, deriso, rimosso. Il filo fantasma si avvolge, si attorciglia, si svolge disegnando e cucendo via via nuovi scenari, in una progressione emozionante non solo e non tanto per il tragitto accidentato della coppia protagonista, ma per l’avventura della visione in cui ci scaglia Anderson. PTA è così libero, così consapevole di sé e audace, da permettersi di sfidare le regole del cosiddetto buon cinema. Parte lasciandoci intravedere un film sull’ossessione, la ricerca della bellezza assoluta, l’ansia della perfezione, per poi, attraverso twist narrativi improvvisi, farci entrare in altre zone e in altre storie. Anderson se ne frega anche di realizzare un film esteriormente formalista, superficialmente elegante. Il filo nascosto non è sulla moda, come forse qualcuno si aspetta (le signore del fashion resteranno deluse), non è schiavo di quelle orrende cose che si chiamano chic e glamour (giustamente Reynolds Woodcock, il protagonista, si scaglia contro l’uso e abuso della parola chic), non soggiace all’estetica fashion. Stavolta la moda, peraltro perfettamente rievocata nei suoi riti e nelle sue maniere e feticismi, è solo il dispositivo per penetrare la labirintica personalità di Reynolds Woodcock e mostrarne le ossessioni, le compulsioni, i demoni. E la sua paura del mondo contaminato dal reale, imperfetto, che sta oltre la maison. Lo stesso sguardo di PTA sulla moda non è mai estatico e adorante, nemmeno critico se è per questo, tutt’al più affascinato dalla ferrea disciplina professionale di cui è intrisa, dall’etica parossistica del lavoro che vi abita.
A unire Il filo nascosto a The Master c’è la messa sotto osservazione di una relazione tra due persone, tra un apparente incube e un apparente succube, che poi si scambiano le parti ma forse no. Tra il couturier Reynolds Woodcock e la sua musa-modella-compagna Alma c’è, almeno all’inizio, una manipolazione psichica in forma di pigmalionismo assai simile a quella che il guru Lancaster Dodd operava sullo sbalestrato reduce Freddie Quell. Solo che se là lo sfondo era addirittura l’America del dopoguerra con le sue lesioni profondo e non sanate, e dunque in cerca di oscure guarigioni e redenzioni, se insomma in The Master c’era la Storia, qui PTA racchiude i suoi personaggi in interni così claustrofobici da sembrare prigioni, dove del mondo di fuori penetra poco, qualche vaga eco, qualche illustre personaggio in vista alla maison. La Storia, così importante per PTA non solo in The Master ma anche nel Petroliere e in Vizio di forma, nel Filo nascosto sembra sparire, sfuocarsi, ritrarsi sullo sfondo. Eppure non è cancellata: trapela da certi segnali, irrompe attraverso indizi e dettagli. Siamo al tramonto di un’era, le clienti della buona società e dell’aristocraza cominciano a tradire Reynolds Woodcock per i parigini, i Dior, i Balmain. La stessa vecchia Inghilterra imperiale è ormai sfinita, le lacerazioni inferte dalla guerra continuano a farsi sentire. Alma, la musa, ha un accento straniero indefinito e mai spiegato che lascia intuire tribolazioni passate sul continente, emigrazioni difficili da e attraverso un’Europa post bellica (e si pensa alla Ingrid Bergman di Stromboli). Le faglie psichiche e comportamentali che tagliano i due protagonisti sono (anche) la metafora delle crepe di un mondo alla fine.
La scintilla prima di questo film, ha dichiarato Anderson, gli si è accesa accostandosi alla figura, e al mito, di Cristobal Balenciaga, couturier basco approdato a Parigi, antagonista con la sua moda pura e rarefatta, e ascetica, del dominatore di quegli anni e di quella scena, Christian Dior. Balenciaga, leggendario per la sua dedizione monacale al lavoro, per il compuslvo perfezionismo, per la maniacalità, per la totale eliminazione dalle sue creazioni di ogni superfluo ornamento e ghirigoro. Un asceta che avevo scelto l’invenzione di abiti perfetti come via per staccarsi dalle bassezze e impurità del mondo. Stranamente però poi Anderson il suo film non lo ambienta nella Parigi di Balenciaga, ma a Londra. Forse ispirandosi, oltre che a Balenciaga, al fashion designer Charles James, operante perlopiù a New York negli anni Cinquanta (vestì parecchie delle donne-cigno di Capote) ma inglese di origine, e con un atelier anche a Londra. Ogni gaytudine di couturier e stilisti è cancellata da PTA, il suo Reynolds è ossessionate dalle donne, perennemente alla ricerca della modella e musa perfetta, e ne è sessualmente attratto. La musa del momento la introduce a casa sua, ne fa la sua amante, salvo stancarsene presto, quando l’aura di perfezione viene intaccata dalle minuzie e dalle miserie della convivenza. Oltretutto in casa e nell’atelier domina Cyril, la sorella di Reynolds, vestale dell’ortodossia stilistica del marchio, implacabile nell’estromettere chiunque non si adegui allo standard di eleganza e di comportamento richiesto. Quando Reynolds incontra nel pub di un villaggio la cameriera Alma e se la porta a casa, e ne fa la sua modella di riferimento, non sarà facile la coabitazione con l’occhiuta Cyril. In un intreccio gotico che richiama esplicitamente Rebecca la prima moglie di Daphne du Maurier-Alfred Hitchcock (curiosamente citato anche in un film di Guillermo Del Toro bello e sottovalutato di un paio di anni fa, Crimson Peak). Senti la minaccia, e pensi possa venire dalla sinistra sorella-vestale. E invece, da un twist imprevisto all’altro, Il filo nascosto si metamorfizza, da Rebecca si passa a altri Hitchcock, Il sospetto e soprattutto Notorious. Il confronto tra Reynolds e Alma (curiosamente, era il nome della moglie di Hitchcock), si fa sempre più serrato, un corpo a corpo di anime. Alma ottiene quello che le ragazze, pur bellissimme, che l’avevano preceduta non hanno ottenuto, ma non le basta. E Reynolds per la prima volta nìnon è più il dominante, l’incube, ma il sopraffatto. Intanto sfilano, letteralmente, davanti ai nostri occhi le creazioni di Woodcock, vestiti sontuosi e bizzarri, perché il genio suo sta nella costruzione di abiti-opere d’arte (in questo molto simile al nostro Roberto Capucci), abiti-scultura da imporre al corpo della sua musa per costringerlo, risagomarlo, ridisegnarlo, sublimarlo in un altro corpo superiore, astratto, pura idea del bello. La manipolazione (reciproca?) qui è ancora più feroce di quella tra il guru e il discepolo di The Master, in una partita che non finisce certo alla parola fine. Di una ferocia che si nasconde e mimetizza dietro l’amore, o che è forse una parte costitutiva, strutturale dello stesso amore. In questo fim di molto buio e scarsa luce Paul Thomas Anderson mette in scena uno scontro estremo in cui il fine non può che essere il possesso e l’annientamento dell’altro come individuo, la fusione con lui, la sua incorporazione dentro se stessi. Zero psicologismo. PTA è titanico e grandioso anche quando penetra nelle pieghe delle vite: come Stanley Kubrick, cui giustamente viene spesso accostato (avete in mente Eyes Wide Shut, la sua crisi coniugale messa in scena come teatro pulsionale?). Daniel Day-Lewis è Daniel Day-Lewis, ogni elogio è ìinutile, tanto si sa che come lui nessuno (ma davvero questo è il suo ultimo film come ha dichiarato? Io non ci credo). Con Il filo nascosto si è preso l’ennesima nomination all’Oscar (ne ha già vinti tre, difficile gli diano il quarto). Lesley Manville – ve la ricordate in Another Year di Mike Leigh? – è la sinistra sorella Cyril, pure per lei nominaion all’Oscar categoria best supporting actress. La lussemburghese Vicky Krieps, pressoché sconosciuta fino a questo film, è l’angelica-demoniaca Alma, ed è una rivelazione.

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