Recensione: HANNAH, un film di Andrea Pallaoro. Con una Charlotte Rampling immensa

4173-052.psdHannah di Andrea Pallaoro. Con Charlotte Rampling e André Wilms. Al cinema da giovedì 15 febbraio 2018.
37606-Hannah__1_Hannah ha (forse) settant’anni, è (certamente) sola. La vediamo muoversi tra la sua casa, il metrò, un istituto per ragazzi disabili dove (forse) lavora. Forse. Forse. Forse. Non sappiamo niente di lei, il regista Andrea Pallaoro pialla via ogni traccia di narratività per darci solo deboli segnali, vaghi indizi su chi sia Hannah. E sul perché la sua vita sia così desolata. Film arduo, che chiede molto, troppo allo spettatore. Comunque, tra i quattro film italiani presentati allo scorso Festival di Venezia, l’unico da salvare. E poi c’è Charlotte Rampling, immensa. Giustamente premiata a Venezia con la Coppa Volpi come migliore attrice (e a farle concorrenza c’erano Frances McDormand, Sally Hawkins e Helen Mirren). Voto 7
37604-Hannah__2_Il film che ha salvato, proprio all’ultimo giorno, l’onore del cinema italiano in concorso allo scorso festival di Venezia. Dopo le delusioni arrivate da Virzì, Sebastiano Riso e Manetti Bros. ecco il (parziale) riscatto. Hannah, del trentino residente e operante in America da molti anni Andrea Pallaoro, e girato tutto in francese (dunque quanto lo si potrà definire italiano?, e non è questione di ius soli o ius sanguinis quanto di identità culturale), non è di sicuro cinema commestibile. Lontano sideralmente dal mainstream, allineato com’è a uno dei caratteri del nuovo cinema d’autore internazionale, l’antinarratività, la distruzione e decostruzione di ogni traccia evidente di racconto, il procedere per ellissi, sottrazioni, allusioni, silenzi, non detti. Hannah ne è tra gli esempi più radicali, ed è un miracolo che sia stato messo in concorso a Venezia, essendo più consono a rassegne votate allo sperimentalismo ome la Semaine de la critique di Cannes, Forum della Berlinale o Cineasti del presente a Locarno. Ma qui c’è un’attrice da storia del cinema, Charlotte Rampling, e immagino sia anche per merito suo che Hannah sia approdato a Venezia e potrà avrà una buona circolazione internazionale.
Per un’ora e mezza vediamo una signora sui settant’anni, o tardi sessanta, di cui poco o niente ci viene detto, muoversi all’interno della sua casa, deambulare per le strade, prendere il metrò in una città che dovrebbe essere Bruxelles, lavorare – o forse fare volontariato, non lo sappiamo – in un istituto per bambini disabili. E la vediamo impegnata in cose di assoluta qualunquità e banalità. Cucinare, sistemare la casa, scambiare qualche rara parola con i vicini. Pallaoro pialla via ogni rivelazione, ci lancia tutt’al più dei deboli segnali, e sono voci fuori campo, strane telefonate. Tocca a noi connettere, riempire i molti buchi, cercare di comporre un quadro di cui tutt’al più afferriamo qualche brandello. Quello che Pallaoro ci comunica chiarissimamente è la solitudine di Hannah, la sua disperazione, la desolazione della sua non vita. Mai tanto strazio è stato comunicato al cinema con una tale economia di mezzi espressivi. Attraverso lo stile meramente fattuale e disadornodi Pallaoro trapela una sofferenza che buca lo schermo. Chi è Hannah? Cosa le è successo? Cos’è che l’ha resa una paria rigettata da tutti? Ed è lancinante la sequenza in cui si reca dal figlio per il compleanno del nipotino, e le impediscono di entrare. Da qualche accenno sembra di capire che il marito sia finito in galera per un reato di quelli difficili da perdonare. Sembra di capire che lei non lo abbia abbandonato nonostante un’accusa infamante e che è per questo che tutti l’hanno isolata. Figlio compreso. Ma è solo quanto io ho faticosamente ricostruito, perché i fatti potrebbero essere tutt’altri. In questa pratica ostinata della sottrazione e della nullificazione di ogni storytelling Hannah, inteso come film, rischia di colare a picco. Difficile restituire il nulla attraverso il nulla per un’ora e mezza, neanche un maestro zen ci riuscirebbe: il vuoto prima o poi ti presenta il conto e te la fa pagare. Che in questo caso vuol dire l’insignificanza di parecchie scene, e la noia indotta in platea. Ma l’audacia di Pallaoro va riconosciuta, la sua coerenza pure, soprattutto in un cinema malato di piacionismo come quello italiano. Charlotte Rampling semplicemente immensa, ma lo si sapeva. E meno male che a Venezia, in un palmarès sballato, la Coppa Volpi è andata a lei. Purtroppo anche Pallaoro si abbandona alla sindrome da metafora, con Hannah a Ostende a contemplare una balena spiaggiata e in via di putrefazione. Niente di nuovo: la creatura marina arenata stava già nel finale della Dolce vita di Fellini a significare marciume e decadenza morale.

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