Berlinale 2018. I 4 FILM che ho visto giovedì 15 febbraio

The Ancient Law

Black 47

Isle of Dogs di Wes Anderson. Competition.
Primo film di questa Berlinale, secondo film animato (in stop motion) di Wes Anderson. Di una sontuosità visiva da lasciare sbalorditi: al confronto Fantastic Mr. Fox era un esercizio minimalista. In un Giappone futuro e distopico i cani, domestici o randagi che siano, vengono confinati in un’isola-ghetto perché non contaminino gli umani. Un ragazzino li raggiungerà per ritrovare il suo fedele Spot. Si ripropongono, come già in Toy Story 3, i peggiori incubi concentrazionari del Novecento. Ma con la levità di tocco e la grazia di Wes Anderson. Voto 8 e mezzo (cliccare per la recensione estesa)
Classical Period di Ted Feldt. Forum.
Forum non mentisce la sua fama di sezione più audace e esplorativa della Berlinale. E apre con questo film di parola su un gruppo di lettori compulsivi di Philadelphia. Crossover vertiginosi tra Dante, Simone Weil, Albert Hoffman. Cinema che nega se stesso, che rifugge da ogni lenocinio estetizzante per mettersi al servizio dei personaggi e della loro passione per i libri. Voto 7 e mezzo (cliccare per la recensione estesa)
Black 47 di Lance Daly. Competition (Out of Competition)
Paradosso berlinese: i film collocati nella sezione Competition con la specifica – tra poarentesi – Out of Competion. In concorso ma non in concorso. Che vuol dire fuori  concoro però messi nella vetrina più importante. Mah. Non c’è da stupirsi di questo attentato al principio di non contraddizione nel paese che ha partorito Heidegger e i suoi enigmi (l’ho già scritto, ma non ho resistito all’autoriciclo: Entschuldigen Sie). Il 47 nero del titolo è il 1847. Irlanda sotto il controllo della corona inglese, anzi di Queen Victoria, occupata militarmente, perdipiù stremata da una carestia che finirà col causare, per fame e febbri, un milione di morti. Successe che un bug distrusse le colture di patate, massimo alimento della popolazione, e quelli furono i risultati. Con la conseguenza di un’emigrazione massiccia per l’America che avrebbe segnato lo stesso destino degli States. Ora, il film parte malissimo, come un qualunque e anonimo – per stile, linguaggio, mancanza di ambizioni – centone televisivo di storia patria. Personaggi e trama rozzamente definiti. Occupanti inglesi spietati, padroni della terra implacabili nell’esigere i pagamenti dai contadini affamati. E torture di ribelli patrioti, la riformata Inghilterra che guarda con disprezzo i cattolici irlandesi. Buoni di qua, cattivi di là. Per carità, operazione onesta, una lezione di storia anche necessaria. Ma perché, ti chiedi per almeno una ventina di minuti, non lasciarla fare a History Channel e canali predisposti?
Invece non bisogna mai perdere la pazienza e la fiducia al cinema, soprattutto ai festival. Perché certe volte i film svoltano, svelano fondi e doppi fondi inaspettati. Si trasformano in qualcosa di interessante. Succede anche con questo Black 47. Che si metamorfizza in una specie di western all’italiana irlandese, con molti omaggi, a partire dalla musica, a Per un pugno di dollari e soprattutto a Django di Sergio Corbucci, Un revenge movie sanguinario e con slittamenti nell’horror, dove i paesaggi d’Irlanda, di un’Irlanda corrosa dalla peste vegetale e congelata dall’inverno, fanno da sfondo ebbene sì metafisico a una trama archetipica. Come fuori dalla storia e dalla geografia. Siamo più dalle parti, per fortuna, della ballata, del racconto orale, del mito, che della devota e convenzionale ricostruzione di un pezzo di vita e morte patrie. Martin Feeney torna dall’Afghanistan dove, lui irlandese, ha dovuto combattere per la corona britannica. Progetta di emigrare negli Stati Uniti con la famiglia, ma scopre che la madre è morta d’inedia, il fratello è stato ucciso dagli occupanti, e non andrà meglio agli altri del clan. Sicché Martin si scatena nella vendetta contro chi, indirettamente o direttamente, ha distrutto la sua rete parentale, dando scacco ai militari occupanti con le tecniche di guerriglia e con la ferocia apprese dagli afghani. Come Rambo, che applicava le tattiche Vietcong. In una lotta solitaria contro il Male che sta tra il Conte di Montecristo e un’infinità di taciturni eroi del western. Niente male. Peccato solo che il regista Lance Daly non abbia il coraggio di liberarsi completamente delle retoriche del cinema patriottardo. L’avesse fatto, avremmo avuto un film parecchio interessante. Così, è solo un discreto prodotto che i ragazzacci amanti del cinema di genere potrebbero apprezzare. Ricordarsi il nome del marmoreo protagonista, James Frecheville, australiano, venuto fuori dalla covata di Animal Kingdom. Voto 6 e mezzo.
Das Alte Gesetze (The Ancient Law) di Ewald André Dupont (1923). Berlinale Classics.
Non eravamo in molti alla proiezione stampa della copia restaurata e digitalizzata, anche con il contributo del laboratorio Il cinema ritrovato di Bologna (ormai eccellenza mondiale), di questo classico del cinema tedesco del 1923. Epoca di Weimar, cinema ancora senza voce. Era per me uno dei film più attesi di questa Berlinale, trattandosi di un esempio del cinema yiddish allora fiorente, rivolto alle comunità ebraiche del centro ed est Europa ma non solo a loro. Esportato difatti in tutto il mondo, tant’è che questa versione restaurata si basa anche sulle pellicole ritrovate in Svezia, Russia, Italia. Sontuoso nelle sue ricostruzioni – c’è anche un qualcosa della corte di Vienna -, regia ultraprofessionale per niente basica, narrazione estesa e maestosa (135 minuti). Con un intreccio che adotta i modi del cinema popolare e del feuilleton per affrontare il tema sensibile dell’ebraismo primo Novecento stretto tra l’ossequio alle tradizioni degli staedtel e le aperture (i tradimenti?) imposti dall’arrembante nuovo secolo. Conflitto che si incarna in Baruch, figlio di un rabbino di un miserrimo villaggio della Galizia, marca di frontiera ancora sotto dominio imperialregio degli Asburgo. Baruch che lascia la famiglia e lo staedtel, con la sua povertà, le sue ferree leggi sociali e la forte devozione religiosa, per raggiungere Vienna e realizzare la sua vocazione di attore (la scopre festeggiando Purim mascherato da re degli Assiri). Ci riuscirà, ma non potrà tornare a casa, ostracizzato dal padre quale traditore. Le tradizioni dell’ebraismo centrorientale sono rappresentate con fedeltà e rispetto, e sono di gran lunga la parte più interessante. Una testimonianza di quel mondo remoto che sarebbe poi stato cancellato dalla Shoah. Drammaturgicamente L’antica legge spinge sul povero Baruch dilaniato, attore sì di successo (grazie anche all’appoggio di un’arciduchessa), ma rinnegato dal padre e costretto a tagliare con il proprio passato. Per poi virare nella parte finale verso una conciliazione non così attendibile tra i due mondi. Shakespeare presentato ingenuamente come una sorta di nuova Bibbia, il simbolo di un universo culturale non antagonista all’ebraismo. E sono formidabili benché imbarazzanti le sequenze in cui i riti in sinagoga di Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, si alternano e sovrappongono a quelli del teatro di corte dove va in scena l’Amleto. L’Haskalah, l’illuminismo ebraico, aveva tracciato tra Sette e Ottocento la strada di un possibile rinnovamento che non tagliasse con le tradizioni. Aprendo all’interno del mondo ebraico centro- ed est-europeo una frattura profonda, come si evince dalla prima parte del bellissimo La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer (Adelphi). E il divide allora era anche tra gli ebrei metropolitani e laicizzati di Berlino e Vienna e i correligionari dei villaggi galiziani, ucraini, lituani. L’antica legge è straordinariamente interessante per motivi cinematografici e soprattutto extracinematografici, per come ci restituisce un mondo che non esiste più, ed è straziante, sapendo quello che di lì a non molto sarebbe successo, la sua fede nell’avvenire. Solo dieci anni separano questo film dall’avvento di Hitler. Voto 8 e mezzo

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