Berlinale 2018. Recensione: LAS HEREDERAS (Le ereditiere) di Marcelo Martinessi. Sì, anche in Paraguay si fa del buon cinema

Las Herederas (Le ereditiere), un film di Marcelo Martinessi. Con Ana Brun, Margarita Irun, Ana Ivanova. Competition.

RGB tiff image by MetisIP

Paraguay oggi. Chela e Chiqui, tutte e due tra i cinquanta e i sessanta, sono una coppia da molto tempo. Anche se nascosta. Fanno parte della borghesia, vivono in una bella e decaduta casa ricevuta in eredità dove tutto è in vendita, tranne i muri. Perché i soldi son finiti da un pezzo. Poi Chela, che non ha mai affrontato la vita, resta sola, e deve imparare a cavarsela. Sobrio, controllatissimo, il film di un uomo che racconta solo donne, le due protagoniste e quelle che stanno loro intorno. Uno sguardo buttato dentro la ex classe agiata del Paraguay che molto ci svela di un paese poco raccontato. Voto tra il 6 e il 7
Che ne sappiamo del Paraguay? Zero virgola qualcosa. Sappiamo che fino agli ultimi anni Ottanta è stato sottomesso a una delle dittature più feroci e chiuse al resto del mondo, roba da Nord Corea, incarnata in un sinistro despota dal teutonico nome di Stroessner. Che è stato per decenni il rifugio più sicuro per gerarchi nazisti sfuggiti a catture e norimberghe. Che ha per capitale Asuncion. Che per un po’ Cesare Maldini ci ha lavorato come ct della nazionale. Un posto dove non ti viene voglia di andarci. Arriva da lì il regista di Le ereditiere, e lì si svolge il suo film, discreta sorpresa di questo inizio di concorso di Berlinale, assai applaudito al press scereening, con una protagonista, Ana Brun, così impeccabile che se le alleanze in giuria girassero giuste potrebbe portarsi via il premio di migliore attrice. Lavoro notevole di un regista dal nome italiano vincitore a Venezia l’anno scorso con un corto. E autore di un cinema dell’allusione, del non detto, con una forte vocazione a farsi ritratto, analisi, antropologia di un mondo, di un paese, di una classe. Non sapevamo niente del Paraguay, dopo la proiezione qualcosa abbiamo imparato. Non perché Le ereditiere sia un film didascalico, anzi, ma per come attraverso il suo scarno intreccio sa farci entrare nella media borghesia nazionale. Quella di radici europee che fu protetta dalla dittatura ricambiando il favore con un appoggio incondizionato. Che ancora coltiva le sue pulsioni autoritarie. Che riproduce i suoi riti sociali di inclusione e soprattutto di esclusione, indifferente alla condizione di chi sta in basso (alla domanda della padrona: sai leggere?, la nuova serva di casa risponde di no). Ed è strano che per raccontare questa parte separata di mondo, peraltro ormai in piena decadenza – anche lì avanzano i nuovi ricchi – , il regista imposti la narrazione intorno a due donne sui sessanta, una coppia lesbica naturalmente mai dichiaratasi (siamo nel Paraguay, mica a Berlino), e mostrandoci intorno a loro solo donne. Gli unici maschi sono un parrucchiere, una guardia carceraria, uno stronzo mollato dalla sua donna che intravediamo appena. Basta. Storie di donne e amori tra donne in ambienti soltanto femminili raccontate da un uomo. Con delicatezza peraltro, mai una sbavatura o quasi (il quasi lo spiego più avanti). Carmela detta Chela vive nella casa di famiglia con Chiquita detta Chiqui. Tutto è in vendita, tranne i muri. I quadri, l’argenteria, i mobili  (e la galleria delle compratrici vale da sola una ponderosa inchiesta giornalistica sul Paraguay). Non ci sono più soldi, non si sa se dissipati da Chela o da Chiqui. Probabile la seconda, che difatti finisce in galera per debiti non pagati. Chiqui, la più assertiva delle due, da cui Chela è sempre dipesa per gli affari quotidiani. E che forse l’ha usata, manipolata, sfruttata. Ma questo il film non lo dice, tutt’al più lo lascia intuire. Adesso con Chaqui in carcere Chela è sola, si deve arrangiare, deve uscire dal suo guscio e dall’apatia. Confortata dall’appoggio della nuova domestica comincia, su richiesta di una vicina assai anziana e dalla lingua tagliente, a fare da tassista privata, lei che ha una maestosa vecchia Audi, lei che al volante ci ha sempre saputo fare, mica negata come in altre faccende. Grazie alla vicina e alle sue amiche di canasta allarga il giro, ritrovandosi a fare qualcosa di utile per la prima volta nella vita. Non succede apparentemente niente, fino a quando conosce la assai bella Angy, giovane donna dai molti amori, ex, in corso, imminenti. Che diventa sua cliente assidua, più di una cliente, una confidente: chiaro che Chela finisce con l’innamorarsene (c’è pure una scena pudica di masturbazione). Il film è l’ennesima storia di emancipazione di una donna sottomessa e sfiduciata che alla fine trova il coraggio di cambiare. Di essere se stessa, si direbbe nell’orribile linguaggio del nuovo correttismo. Moralina stantia, ma al regista Martinessi la si perdona. Come gli si perdona l’Angy fatale e allumeuese, unico personaggio finto tra tanti veri, che gioca con il desiderio di Carmela in una delle poche cadute di un film altrimenti controllato e sobrio. Resta di Le ereditiere la scoperta (cinematografica) del Paraguay. Delle sue divisioni sociali. Dei suoi modi importati dall’Europa (e adesso dagli Stati Uniti). Della sua approssimativa amministrazione della giustizia. Tutto senza mai alzare la voce, senza agitare bandiere. Confermando come l’America Latina produca oggi uno dei cinema migliori del mondo.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Berlinale 2018. Recensione: LAS HEREDERAS (Le ereditiere) di Marcelo Martinessi. Sì, anche in Paraguay si fa del buon cinema

  1. Pingback: Berlinale 2018. I 4 FILM che ho visto venerdì 16 febbraio | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi