Berlinale 2018. Recensione: EVA di Benoît Jacquot. Isabelle Huppert stavolta non fa il miracolo

Eva, un film di Benoît Jacquot. Con Isabelle Huppert, Gaspard Ulliel, Julia Roy, Marc Barbé. Competition.
Nuova cineversione di un noir con femme fatale di James Hadley Chase. Ma questo Eva non regge il confronto con il capolavoro che Joseph Losey trasse mezzo secolo fa dallo stesso romanzo. La storia di un giovanotto falso scrittore irretito da una prostituta di alta gamma stavolta precipita nell’ordinarietà, perdendo ogni aura. Con una Isabelle Huppert clamorosamente fuori parte. Voto 4 e mezzo

Ci aveva già provato cinquant’anni e più fa Joseph Losey a ricavare un film dal noir Eva di James Hadley Chase, e fu uno dei suoi capolavori dell’ambiguità. Bianco e nero assai elegante con una gigantesca Jeanne Moreau quale prostituta di alta gamma che porta alle perdizione uno scrittore (uno Stanley Baker piuttosto miscast). Adesso ci riprova temerariamente Benoît Jacquot, temerariamente perché il confronto con Losey è inevitabile. E si risolve, a visione avvenuta ieri sera in press screening, in una sconfitta netta per il regista francese. Che pure negli ultimi anni e in vari festival ci aveva dato un pugno di film interessanti e uno bellissimo, À jamais (Venezia 2016, fuori concorso). Rispetto all’Eva anni Sessanta qui si precipita nell’ordinarietà, nella qualunquità. Sono brutti e anonimi gli ambienti – ma può una prostituta che si fa pagare carissimo e se la tira da grande dame del ramo – ricevere in una casa di tale ignobile gusto? Con un marito peraltro soi-disant art dealer. E anche quando le cene e le scopate si fanno in risto-hotel della massima serie non c’è mai il riscatto dal lusso volgare e esibizionista a uso di signori del Golfo e russi del cerchio magico kremliniano. Ma, duole dirlo per la devozione e il rispetto che le si deve, a essere sbagliata e fuori posto in questa operazione è Isabelle Huppert quale maliarda, femme fatale, dark lady. Lei, che è la più grande di tutte, ma che come nostra signora della perdizione e totem sessuale non è mai credibile. Quando poi è il fichissimo, pure troppo, Gaspard Ulliel a cadere nella sua rete, a perdere per lei la testa, l’onore, la dignità, la carriera, tutto, si entra, semplicemente, in una realtà parallela che non è la nostra. Un Ulliel oltretutto dotato, intendo il suo personaggio Bertrand, di fidanzata coetanea di bellezza smagliante. Pensare che questo Eva reloaded comincia benissimo, mostrando il miglior Jacquot regista, quello che sa raccontare, mettere adeguatamente in scena, sovraccaricare di mistero. Si parte difatti con una sequenza losca e morbosa al punto giusto, con Bertrand/Ulliel marchettaro nella casa parigina di un vecchio, stanco, disilluso scrittore inglese già di gran successo (“tanto tempo fa ho vinto il Booker Prize”). Il letterato collassa nella vasca da bagno prima di ogni contatto carnale e muore. Con Bertrand che potrebbe aiutarlo ma non lo fa e, a cliente morto, oltre a qualche oggettucolo di valore si porta via anche la stampata della commedia inedita del neodefunto. Titolo: Passwords. Naturalmente la spaccerà per sua, naturalmente sarà un successo clamoroso e Parigi, e poi via col tour in provincia. Ma si sa, il (quasi) delitto non paga, e dunque Bertrand dovrà risarcire al destino quanto gli è stato concesso. La sua maledizione sarà Eva, incontrata lassù sulle montagne, ad Annecy. E qui Il film deraglia, perché non si capisce come lui possa lasciarsi irretire da lei. Che lo usa, lo manipola, ne fa il proprio burattino, mentre l’ingenuo pensa di essere lui a controlare la partita. Ovvio che quel che vive con Eva diventa subito la sua nuova commedia, sicché ha bisogno di lei e dei suoi veleni per poter scrivere, continuare a fingersi scrittore. Una di quelle storie dannate e bellissime, eterne, rimodellate sull’archetipo dell’Angelo azzurro. Ma, a parte la meravgliosa sequenxa di apertura, tutto è fuori fuoco. Con Isabelle dei miracoli che stavolta il miracolo non lo fa, anche perché è la prima a non crederci, difatti disegna la sua Eva buttandola sull’autoironia Autoironia che nuoce gravemente alla già incerta aura di maledettismo del personaggio. La cifra della non riuscita di questo film sta nel suo titolo-logo, in quell’Eva con la V gigante in rosso a rimandare visivamente e con rara volgarità alla vagina. Joseph Losey non ci sarebbe mai cascato. Nota: Eva/Huppert ha per canzone feticcio Pensiero stupendo di Patty Pravo, in italiano (prova pure a cantarla).

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