Berlinale 2018. Recensione: GRASS di Hong Sangsoo. Seduti in un caffé

Grass, un film di Hong Sangsoo. Con Kim Minhee, Jung Jinyoung. Forum.
Niente piu rifrazioni, duplicazioni, ripetizioni differenti, storie che si biforcano e ricongiungono. Stavolta Hong Sangsoo realizza un film della massima semplicità, sublime e trasparente. Alcune coppie ai tavoli di un caffé della vecchia Seoul. E a osservare tutti, la musa di HSS Kim Minhee. Chissà perché proiettato a Forum e non in concorso. Voto 8
Chissà perché Hong Sangsoo, uno che ormai si può permettere di dettare le sue condizioni, abbia deciso o abbia accettato che il suo nuovo film (ma quanti altri ne avrà girati nel frattempo il più instancabile e workholic dei registi?) fosse proiettato a questa Berlinale a Forum anziché nel Concorso. Dove peraltro stava l’anno scorso con uno dei suoi capolavori, On The Beach at Night Alone, e fu premio di migliore attrice alla sua compgna e musa Kim Minhee (la donna più bella del mondo, senza esagerazione). L’impressione, dopo Grass e dopo The Day After visto in concorso a Cannes 2017, è che il sud coreano, nuovo maestro dei film di conversazione – un Rohmer reincarnato a Seoul -, sia in una fase di decantazione e semplificazione del suo fare cinema. Un cinema immediato, diretto, privo di quelle duplicazioni, rifrazioni, ripetizioni più o meno differenti con cui per anni HSS ci ha disorientato e sedotto. Come volesse tornare ai fondamentali, a racconti in apparenza fatti di niente e invece di sublime perfezione e armonia. Si sente a un certo punto una sonata di Schubert, probabilmente non a caso. Di Schubert Grass ha l’intimità, la grazia, la forma pura. Aggiungiamoci fluidità, leggerezza, trasparenza. Bisogna essere Hong Sangsoo per realizzare, in poco più di 60 minuti e in bianco e nero, un film che è una lezione di cinema senza darlo mai a vedere. Girato in un caffè, come molti suoi film precedenti, di una zona tradizionale della capitale sudcoreana. Con gente stavolta non ripresa a camera fissa ma con macchina che si sposta ora sull’uno ora sull’altro, secondo una tecnica volutamente promitiva e ingenua. In HSS ci si siede sempre ai tavolini di un qualche locale, ci si guarda, ci si parla, si beve, stavolta perlopiù il soju, la grappa nazionale, di cui tutti, comprese signore assai fini, ingurgitano quantità non moderate. Tutti a elogiare il proprietario, una gran brava persona, e dunque lì tutti seduti per ore, sicuri di non essere scocciati né scacciati. Focus di volta in volta sulle diverse coppie al caffé. Due ragazzi, lei insulta lui, lo accusa di aver provcato il suicidio di una loro amica. Uno sceneggiatore e commediografo cerca di convincere una giovane scrittrice a collaborare con lui: “potremmo scrivere inseme” (proposta saggiamente rifiutata). C’è un attore vecchio, bravo e famosoo che però si ritrova solo, senza soldi, senza più una carriera. Ha appena tentato il suicidio e adesso ha bisogo di una casa, ma la donna che è al caffè con lui si rifiuta di accoglierlo. C’è un’altra coppia giovane e bellissima. E c’è lei, Kim Minhee, a dominare la scena, sola, in un angolo del caffà a scrivere sul suo Mac le storie che le arrivano dai tavoli vicini, e altre tirate fuori dalla sua vita, o dalla sua immaginazione. Per un po’ si sospetta uno dei soliti giochi di Hong Sangsoo, una scrittrice con le sue storie che diventano reali e prendono vita davanti a noi. Ma non è così. Grass è una minuscola commedia umana, è l’incontrarsi, il lasciarsi e ritrovarsi, e anche il farsi educatamente del male,  di un pugno di persone accomunate dalla predilezione per quel caffé speciale della vecchia città. Finché cominceranno gli scambi tra un tavolo e l’altro, si creerà una piccola comunità. Un film incantato che anche quando affronta il suicidio, o quando ci mostra la scrittrice Kim Minhee tirar fuori un lato oscuro da quella faccia e quel corpo meravigliosamente perfetti, resta trasparente come cristallo. O un prisma. La ronde non finisce con la parola fine, immaginiamo, presumiamo che i personaggi continuino a conversare e litigare con garbo e a bere soju oltre lo schermo.

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