Berlinale 2018. Recensione: FIGLIA MIA di Laura Bispuri. Il film italiano del concorso delude parecchio

Figlia mia, un film di Laura Bispuri. Con Alba Rohrwacher, Valeria Golino, Sara Casu, Udo Kier. Competition.
Chi è la vera madre: quella che il figlio l’ha partorito o quella che l’ha allevato? Tema archetipico, mille e mille volte trattato-dibattuto in narrazioni scritte, orali, cinematografiche. Lo riprende Laura Bispuri in questo suo secondo film dopo Vergine giurata. Film che funziona in fase di introduzione di personaggi e eventi, ma collassa quando occorrerebbe un racconto. Voto 5 meno
Accolto meglio dagli stranieri – alla fine del press screening parecchi hanno applaudito in oarecchi – che dai nostri recensori questo primo e unico film italiano in concorso alla Berlinale 68. Come peraltro era successo al precedente film di Laura Bispuri, Vergine giurata, lanciato proprio qui e accolto con indifferenza in Italia. Allora: mi schiero con gli italiani in trasferta a Berlino. Figlia mia è film pressoché fallito, purtroppo. Non tanto per la regia – Bispuri dimostra anzi di sapere girare molto bene, di avere uno stile e una visione di cinema mescolando senza forzature fictionalizzazione e visione del reale secondo una linea forte del cinema d’autore di oggi -, quanto per la clamorosa latitanza, soprattutto nell’ultima mezz’ora, di una narrazione interessante e di una sceneggiatura che sappia ordinare fatti e personaggi. Un’ultima mezz’ora dove Figlia mia vagola n cerca di un finale che, non volendolo trovare davvero, non troverà. Che poi, scusate, chi gliel’ha fatto fare a Laura Bispuri di buttarsi in un’impresa impossibile in mancanza di idee nuovo e precississime, ovvero riprendere una storia che è archetipica di tutte le culture umane e infinite volte ri-raccontata? Intendo, quella delle due madri che si contendono il figlio. Con il sempiterno dilemma: un figlio – qui una figlia – è della madre biologica o di chi l’ha allevata?  Che dire non sia già stato detto da: la Bibbia (episodio di Salomone giudice); Bertolt Brecht (Il cerchio di gesso del Caucaso); Massimo Bontempelli (Il figlio di due madri, peraltro messo in cinema da Raul Ruiz)? E mi fermo qui.
Sardegna oggi, lato mare. Vittoria, figlia di Tina e Umberto, è una ragazzina di dieci anni assai giudiziosa e affezionata ai genitori. Poco lontano vive Angelica, una giovane donna interrotta – troppo facile dirla sbandata -, con molti uomini e nessuno davvero accanto, bevitrice, asaai promiscua, pronta a farsi chiunque ne retri del bar. Allevatrice di cavalli in una casa-stalla assai precaria e natualmente senza soldi. Capiamo subito che è lei la madre biologica di Vittoria, ma solo più tardi scopriremo perché non’abbia tenuta con sé e la ragazzi na sia stata invece allevata da Tina. Nella prima parte, fno a quando il film si mantiene nella sua fase di introduzione dei personaggi e di esplorazione dei loro ambienti, Figlia mia funziona bene. Bispuri ha un bel tocco, rispettoso, delicato, che ricorda quello di un’altra giovane regista italiana, Alice Rohwacher. Utilizza la camera senza pomposità, mettendola, e mettendosi, al servizio di storia e personaggi. Una camera di cui non avverti quasi la presenza, un cinema fluido e trasparente. E quella parte di Sardegna, quei paesaggi, quella necropoli calcinata produttrice di paure e incubi, non vengono mai degradati dallo sguardo dell’autrice a cartolina. Un film che sembra sintonizzato sul respiro dei suoi personaggi. Purtroppo il cinema è anche narrazione, e qui Figlia mia collassa. Se decidi di ri-raccontare la storia del figlio di due madri devi poi costruirla drammaturgicamente, renderla interessante e portarla da qualche parte, verso sviluppi non così prevedibli e un credibile finale. Qui no. Quando Tina e Angelica cominciano a contendersi Vittoria – perché fino ad allora un tacito patto tra le due aveva mantenuto l’equilibrio – Figlia mia sbanda, prende le parti ora dell’una ora dell’altra, e nel voler essere equanime e corretto rinuncia a scegliere depotenziando ogni possibile storia. Quando poi la ragazzina prende, dopo tanto silenzio, la parola, ecco uscire dall’innocente frasi rotonde e sentenziose, apparecchiate e fintissime con incorporata la moralina finale. Disastro, davvero. Non così credibile Valeria Golino quale moglie di un pescatore sardo (ma fore fa un altro lavoro, franamente  non ricordo). Vero, anche Ingrid Bergman in Stromboli era la moglie di un oescatore, ma almeno Rossellini per rendere credibile la cosa la faceva arrivara da un campo profughi. Alba Rohrwacher è in my opinion molto brava nella parte impossibile della fiovane donna promiscua e persa, ma, si sa, i critici italiani non l’hanno mai amata, e figriamoci adesso in un ruolo del genere. La bambina Sara Casu è una Marianna Madia in miniatura. Appare incongruamente Udo Kier quale allevatore o macellatore di cavalli tedesco impiantato per oscuri motivi in Sardegna. Omaggio all’icona Kier, ma era proprio necessario? Nota riservata ai canzonettari: si sente, durante la lezioncina di canto-ballo della madre (Angelica) alla figlia, Questo amore non si tocca di Gianni Bella.

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3 risposte a Berlinale 2018. Recensione: FIGLIA MIA di Laura Bispuri. Il film italiano del concorso delude parecchio

  1. Pingback: Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  2. La Bispuri gira bene? Certo, in perfetto stile A.c.d.c (non quello del gruppo musicale, ma del mitico René Ferretti). Mi scusi Locatelli, ma non se ne può più. A voi critici basta una macchina a mano, possibilmente appiccicata alla nuca dell’attore (il famoso “nuchismo”) e vi esaltate subito per la bella “regia”. E invece “stare addosso ai personaggi” (qualsiasi cosa voglia dire questa abusata espressione) è la scorciatoia dei registi senza idee, la strada più facile e banale, che solleva dalle scelte vere: inquadrature con un senso, composizione dell’immagine, movimenti di macchina che abbiano un valore narrativo.
    Mi scusi davvero lo sfogo, Magari una assidua frequentazione dei set aiuterebbe a capire di cosa parlo.
    Con immutata stima.

  3. E comunque sono d’accordo con lei, il film è un mezzo fallimento.

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