Berlinale 2018. Recensione: LA PRIÈRE (La preghiera) di Cédric Kahn sfiora il film grandissimo (poi cade a un metro dal traguardo)

La prière (La preghiera) di Cédric Kahn. Con Anthony Bajon, Damien Chappelle, Alex Brendemühl, Louise Grinberg, Hanna Schygulla. Competition.
Non ci fosse stato l’orrendo finale, avremmo avuto un film memorabile. Peccato. Raccontando la storia del tossicodipendente Thomas, Cédric Kahn ci fa entrare in una comunità di recupero retta da sacerdoti. Dove il percorso di riabilitazione è l’ora et labora benedettino. Intuizione bellissima. Un film che audacemente riporta al centro del cinema la questione della fede e del sacro, e della loro efficacia su questa vita. Poi quel finale, purtroppo. Voto 7
Non per dare lezioni, ci mancherebbe, ma solo perché anche qui alla Berlinale mi son reso conto di come sia facile anche per gli assidui di cinema e festival confondere Cédric Kahn, il regista di questo film, con Cédric Klapisch. pure lui regista, pure lui francese di successi forti come L’appartamento spagnolo e Bambole russe. Mentre il primo Cédric, Kahn, si è sempre mosso su versanti meno compiacenti e mainstream, prima con Roberto Succo, poi con il bellissimo Luci nella notte da Simenon. Ultimamente lo si è visto parecchio come attore (era il marito architetto nullafacente del notevole belga Dopo l’amore di Joaquim Lafosse). Chiusa la pagina Wikipedia, andiamo diritti al nuovo La prière, in concorso a questa Berlinale. Forse il film del festival cui, irragionevolmente mi rendo conto, voglio più bene (nonostante la delusione cocentissima procuratami dall’ultima parte), perché ha l’audacia di sfondare un bel mucchio di cliché, a partire da quello della religione cattolica vista come forma di oppressione, schiavitù della mente, insomma eterno oppio dei popoli, un pregiudizio diffuso soprattuto tra i ceti che si credono colti e smart e riflessivi di cui ai cinefestival abbondano i rappresentanti. Invece, film emozionante per come se ne frega di idées reçues e virtuosismi politici ed esplora in totale e selvaggia libertà la questione di cui tratta (come uscire dalla droga-dipendenza) e i suoi personaggi. Intuendo quel che nessuno dice e nemmno osa pensare, che le comunità di recupero o rehab vanno viste anche, quando come cuella del film sono fondate su una visione religiosa, come la prosecuzione con altri mezzi e in altri modi delle comunità monastiche medievali. Dove il ripudio di ogni seduzione mondana diventa l’abbandono delle sostanze alteranti e della sua subcultura narcisistica, e la ricerca di Dio si trasmuta in redenzione personale, in decontaminazione dalle sostanze. Di rehab abbiamo letto e visto moltissimo. Mai però un film ne aveva tentato una descrizione così dal di dentro, e con un approccio tanto ripettoso e non-giudicante.
Thomas è nella fase di passaggio tra ragazzo e giovane uomo. Dopo un’overdose da eroina finisce lassù tra i monti, dalle parti di Grenoble se ricordo bene, in una comunità di riabilitazione retta da sacerdoti. Lavoro e preghiera sono il percorso di recupero, nient’altro che l’ora et labora benedettino, niete uso e abuso di psicologismi, se mai da parte dei sacredoti un ascolto che somiglia più a quello del confessore che dello psicoterapeuta. Viene affidato a un angelo guardiano, un ragazzo che e lì in rehab da anni e ha il compito di sostenerlo e insieme contrllarlo. Le regole sono assai rigide, Naturalmente Thoams se ne scapperà, come tutti, ma ritornerà. Non sto a dirvi di cosa succeda dopo, tutto abbastanza pevedibile. Ma lo scarto rispetto al già visto sul tema sta nel mettersi da parte di Cédric Kahn all’asclto dei suoiopersonaggi, tutti, pazienti e non. Intuendo, ed è intuizione enorme, che la preghiera non è solo mera espressione di fede, ma strumento anche per chi la fede non ce l’ha di stabilire un ponte tra sé e il sacro, tra il mondo bruto della colpa e del peccato (e del vizio) e quello della redenzione. Cédric Kahn resstaura la centralità e la forza del rito, non più, come vorrebbe il laicismo rozzo e volgare, una grottesca e ipocrita pantomima ma fondazione e consolidamente della rete comunitaria. Costruzine di un’appartenza. Cédric Kahn, che pure qui alla Berlinale ha detto di avere ricevuto un’educazione laica, riesce come pochi altri a riallaciarsi all’esperienza del cattolicesimo francese più illustre e robusto, insieme calato nella realtà, nella storia e intriso di tensione all’ascesi, diviso tra tormenti interiori e estasi, e faccio qualche nome: Georges Bernanos, Abbé Pierre, Robert Bresson. Dal quale parealtro si discosta per un cinema di impronta assai più realistica e quotidiana. Kahn riiecse perfino a farci digerire certe goffe derive moderne e poistmoderne del cattolicesimo europeo, come la retorica del prete in jeans impegnato su vari fronti sociali. Qui grazie a Dio i preti in jeans e maglione ci sono, ma non dimenticano il sacro cercando, pur senza ansie missionarie di coinversione, di instillarne il senso anche nei ragazzi. C’è una letizia da fraticelli rosselliniani in certi momenti di apparente ingenuità, le schitarrate insieme o la messa in scena dell’epsiodio evangelico di Lazzaro. Purtroppo a non funzionare , fino a quasi distruggere tutto il film, c’è un cliché che Kahn non è riuscito a far a pezzi e anzi ribadisce, quello dellantitesi tra carne e spirito. Tra sessualità pratucata e scelta di Dio. Thomas (straordinariamente ben scelto il protaginista Anthony Bajon che ricorda certi grandi proletari del cinema francese, da Gabin a Depardieu, soptrattutto il mai dimenticato protagonista di Lacombe Lucien di Lousi Malle) finisce il suo cammino non di riabilitazione ma di redenzione oer oi ritrivarsi di fronta a una scelta. Che trascinerà il film verso un finale talmente brutto e oltraggioso da inficiare tutto il buono fino a quel momento. Davvero stavbolta vale la metafora del maratoneta in testa per tutta la corsa ma he stramazza a un metro dal traguardo e perde. Questo film, si fosse fermato un quarto d’ora prima, sarebbe stato qualcosa di grande. Così purtropo non è. Apparizione cultistica di Hanna Schygulla quale madre fondatrice della comunità. Uno shock per chi se la ricorda in Fassbinder.

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