Berlinale 2018. Recensione: L’EMPIRE DE LA PERFECTION (L’impero della perfezione). Molto più di un film sul tennis e McEnroe

L’empire de la perfection (L’impero della perfezione), un docu-film di Julien Faraut. Forum.
Apparentemente, un film che racconta il periodo d’oro di John McEnroe, soprattuto i suoi memorabili Roland Garros della metà anni Ottanta. Ma L’impero della perfezione va oltre, ponendosi come pensiero e riflessione sul cinema sportivo. E sulle intime connessione tra cinema e tennis (già colte e teorizzate da Serge Daney). Voto 8+
Uno dei vertici finora di questa Berlinale. Ed è un film sullo sport, come un’altra meraviglia del festival, Fotbal Infinit di Corneliu Paromboiu. Ma l’operazione di Julien Faraut va ben oltre le forme del cinema sportivo come convenzionalmente le pensiamo e immaginiamo. Almeno nella sua prima parte L’impero della perfezione è sì sul tennis, su John McEnroe, ma è ancora di più cinema sul cinema. Sul cinema che guarda, osserva, racconta lo sport. Ed è un lavoro sul cinema come memoria e sulla memoria del cinema, ripescando dagli archivi clamorosi footage dagli anni Sessanta fino agli Ottanta e un documentario sul McEnroe nella sua età dorata. Ma, nella sua struttura vertiginosa a più strati, L’impero della perfezione si pone anche come omaggio a un maestro vero e perlopiù ignoto del cinema sportivo, Gil de Kermadec, ex tennista francese che già fin dagli anni Sessanta realizza – glieli comissiona la federazione – filmati didattici sul tennis, su cosa sia, sulle sue regole, su come praticarlo. Julien Faraut ce li mostra, e sono una scoperta affascinante, come pura esperienza cinematografica, di immagini in movimento, di visione, dopo averci avvertiti, citando Godard, che se “il cinema mente, lo sport mai” (detto da JLC in un’intervista rilasciata rilasciata a L’Equipe). Seguendo la successiva evoluzione di Gil de Karmadec regista sportivo, dello sport tennis, Faraut incontra John McEnroe, diventato il feticcio di de Karmadec, da lui ripreso più e più volte in campo, ossessivamente. Fino a che l’ex tennista francese diventato cineasta gli dedica un film, con riprese soprattutto degli incontro del cattivo ragazzo McEnroe ai Roland Garros della metà anni Ottanta.
Qual è l’impero della perfezione? Quello del tennista-imperatore McEnroe? O del cinema su di lui? O del cinema tout court? Se nella sua prima parte il film di Faraut, citando Godard e poi il mitico critico di Libération Serge Daney (che per Libé volle scrivere anche di tennis), ci fa riflettere ancora e ancora sul cinema e sul suo incanto, sulle sue trame segrete, sulle sue intime connessioni con lo sport (cinema e tennis hanno in comune, secondo Daney, la loro libertà rispetto al tempo), nella seconda parte L’impero della perfezione diventa inevitabilmente, inesorabilmente un film sulla superstar John McEnroe. Sul suo genio, la sua unicità. Il campionissimo JME ingoia, letteralmente, il film, spazza via ogni gioco e discorso metacinematografica della prima parte e ne fa la propria celebrazione. E Julien Faraut non può che assecondarlo, perché McEnroe è, semplicemente, irresistibile. Si rimane intrappolati dai sui movimenti sul campo, dalle sue imrovvise torsioni e accelerate, dalle continue invenzioni del suo gioco, dalle sue leggendarie liti con arbitri e pubblico,. Faraut ripropone il documentario girato di de Karmadec e altro materiale, per scomporli, ricomporlio, creare una biografia sul campo di McEnroe che è anche infintamente altro. Mentre fuori campo, letteralmente, la voce di Mathieu Amalrico commenta. Dottamente, alla francese. Gran finale dedicato alla partita che sul Roland Garros oppose nel 1984 NcEnroe al cecoslovacco Ivan Lendl (uno con la faccia, mi pare che l’abbia scritto Gianni Clerici ma potrei sbagliarmi, da secondino dello Spielberg). Pura pica cinematigrafica come neanche Lawrence d’Arabia o Sentieri selvaggi. E seriamo che qualcuno porti in Italia questo film. Che se ha un difetto, è quello di cedere a un certo punto allo psicologismo, con interventi di un esperto del ramo. Francamente non se ne sentiva il bisogno.
PS: Grazie a Claudio Casazza che me l’ha segnalato come indispensabile. Senza di lui me lo sarei perso.

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