Berlinale 2018. Recensione: THE REAL ESTATE, un film di Pétersen & Månsson. Dopo The Square un’altra commedia grottesca dalla Svezia

Toppen av ingenting (The Real Estate), un film di Axel Petersén e Måns Månsson. Con Léonore Ekstrand, Christer Levin, Christian Saldert, Olof Rhodin, Carl Johan Merner. Competition.
Il film più maleducato del concorso. Arriva da due ragazzacci svedesi questa commedia grottesca  – sarà l’effetto The Square? – su una signora settantenne che si trasforma in una furia umana per difendere il suo patrimonio (immobiliare). Tutto girato con macchina da presa ubriaca e ipercinetica. Cos’è, un apologo alla Brecht sulla selvaggeria del libero mercato? Mah. Intanto, a far parlare è la scena di sesso scatenato della signora over 70. Voto 6

Dev’essere l’effetto The Square. Dal cinema svedese non arrivano più ai festival quegli austeri film à la Bergman di tormenti ben nascosti sotto il benessere, ma commedie, anzi commediacce, anzi farsacce. Perché se The Square manteneva il decoro anche in scene tipo la contesa del preservativo (usato), qui gli ancora giovani due registi fanno i ragazzacci e giocano a épater les bourgeois, vecchia tattica che funziona sempre. E vanno giù pesante con il grottesco, il beffardo, l’insolente (stavo per scrivere provocatorio poi mi sono trattenuto), con quel gusto greve che solo là nel Nord Europa. La chiamiamo commedia punk questo The Real Estate?, tanto per prendere in prestito la formulal con cui un critico americano, non ricordo chi, definì il tedesco Toni Erdmann, altro esempio di commedia dal gustoforte venuta dalla parte fredda del continente. Il decoro non abita più nel cinema svedese, e nemmno tra gli svedesi, sembra volerci dire The Real Estate. Dove, tanto per appesantire ulteriormente un film già urlato e sovreccitato, la protagonista è una signora ultrasettantenne assai rugosa ma, come usa dire, piena di vita. Assai versata – apprenderemo in corso di film – nella pratica del binomio sesso & violenza. Compresa una scopata, non si capisce con chi, forse il suo consulente legale, in cui si dimena e ulula e scalcia e orgasma che neanche una pornostar. Evidentementte i due furbi registi sanno benissimo come con una scopata settantenne si finisca di sicuro su qualche giornale, che sia antico-cartaceo o virtuale, area dibattiti, tema il diritto al sesso anche nella terza, quarta e quinta età (ma la questione non è il diritto, che lo si dà per scontato, è trovare con chi farlo il sesso: parentesi chiusa). Di che racconta The Real Estate, e lasciamo stare il titolo in svedese? Di come il mercato immobiliare, di affitti e compravendite, sia una giungla. Tutto mostrato esemplarmente attraverso le vicissitudini della signora suddetta che dal padre neodefunto a 97 anni eredità un building, quasi un grattacielino con ottima vista panoramica (credo a Stoccolma), e dentro tanti, tanti appartamenti finora sciaguratamente gestiti dal fratellastro e dal figlio di lui. I quali loscamente subappaltano, ci infilano gente disperatamente abbisognosa di una casa (immigrati, madri single ecc.) estorcendo loro denaro senza neanche uno straccio di contratto. Per guadagnarci la vispa settantenne – ha trascorso molti anni fuori Svezia, inamorata di un toreador – ha capito che deve estromettere fratellastro e nipotastro, sloggiare quegli inquilini sfigati e mettere a reddito. Per raggiungere il suo obiettivo si trasformerà in una furia armata. Non male l’idea, e sono irresistibili le scene iniziali con lei che bussa a tutti gli inquilini e irrompe negli appartamenti. Apologo in forma di grottesco sulla bestia che si nasconde anche nel più civilizzao egli svedesi? Denuncia del mercato  libero e selvaggio delle case? Mah. In questo film anarcoide e sgangheratamente eccessivo e volutamente maleducato, non si salva nessuno. Tutti sono odiosi e repellenti. Film ovviamente girato con camera, più che mobile, ubriaca, come in preda a delirium tremens. Cinepresa che sta addosso ai personaggi, soprattutto alla signora, mostrando solo dettagli, il viso, pezzi di corpo a volte indistinguibili. Che quando lei si fa la sua scopata non capisci neanche con chi. Non è il caso di scandalizzarsi, nemmeno di gridare alla ciofeca. I due ragazzacci han fatto bene la loro parte di  bombaroli dell’istituzione-festival e la Berlinale non ha sbagliato a mettere il loro film in concorso. Cosa che non succederebbe né a Cannes né a Venezia. Il problema se mai non sta nei modi duri e rozzi del film, ma, come al solito, nella storia e nella sua insoddisfacente costruzione. Incongruenze e inattendibilità sono troppe, soprattutto nella parte finale. E allora, cari ragazzi, la prossima volta fatevi aiutare da uno sceneggiatore magari vecchio ma esperto. Tanto la carica punk-giovanottesca ce la mettete già voi.

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