Berlinale 2018: i 4 FILM che ho visto lunedì 19 febbraio (compreso Lav Diaz)

‘Season of the Devil’ di Lav Diaz

1) Utøya 22.juli di Erik Poppe. Competition
Ci aspettava da questa film soltanto una dignitosa ma didascalico e vecchio-televisivo ricostruzione di Utøya e invece s’è rivelato qualcosa di più e diverso. Strage, quella sull’isola norvegeese, tra le peggiori occorse in territorio ovest-europeo negli ultimi decenni: autore il genericamente definito estremista di destra Andres Breivik, uno di quei tizi intossicati di male idee di suprematismo bianco-ariano. Prima fece esplodere – era il 22 luglio 2011 – un’autobomba in centro a Oslo (per depistare?) causando otto morti. Poi via verso l’isola di Utøya, dov’era in coro un camp estivo della sezione giovanile del partto laburista, il vero bersaglio del killer. Centinaia di ragazzi inermi, e Breivik a sparargli addosso. 69 le vittime. Sparò indisturbato per 72 minuti, e ancora oggi sembra incredibile che nell’era dei felefonini e degli elicotteri e delle forze speciali abbiano aspettato tanto per arrivare e fermarlo (fosse successo da noi, tutto il mondo avrebbe urlato all’inefficienza italiana). Dicevo: ci si aspettava una ricostruzione dignitosa quanto piattamente didascalica, quello che invece ne tira fuori il regista Erik Poppe è una discreta sorpresa. Anziché ripercorrere diligentemente i fatti, adotta la struttura narrativa di certi teen horror, quei film seriali con ragazzi persi in una foresta o in altri luogi deserti e inospitabili che finiscono braccati dal mostro armato di motosega o altro, ed è macelleria. Qualcuno per questo Utøya cita giustamente The Blair Witch Project come evidente modello. Idea magnifica, onore al regista. Sicché la macchina da presa segue, quasi duplicando le mosse del mostro Breivik (che non vediamo mai, tutt’al più un’ombra lontana, e di cui sentiamo però gli spari), perseguita, stalkerizza i ragazzi destinati al massacro. Il loro scomporsi, ricomporsi altrove, scappare. O cadere feriti.  Con una traccia narrativa a fare da asse, la ricerca da parte di Kaja della sorella Emilie. Il punto di vista è il suo, e quello delle altre vittime. Che non sanno, non capiscono, si chiedono cosa mai stia succedendo. E noi con loro. Cinema immersivo, a forzare la nostra identificazione con chi è sotto il fuoco di un nemico non conosccibile. E sembra, su scala naturalmente minore, di rivedere certe parti, le migliori, del Dunkirk di Nolan, con i suoi soldati sparsi sul litorale, un formicaio impazzito che cerca riparo dalle bombe aeree tedesche. Utøya 22.Juli  è cinema della minaccia applicato a un caso di cronaca nerissima, e non è poco. Il suo limite è di non sfruttare appieno questa straordinaria intuizione, forse imbrigliato dalla necessità di mantenersi fedele ai fatti. Peccato, con più coraggio e più libertà avremmo avuto qualcosa di memorabile. Voto 7

2) 3 Days in Quiberon di Emily Atef. Competition.
Al di sotto delle aspettative. Qualunque, diligente, anonimo. Di quei film che sprecano l’occasione. E l’occasione qui è Romy Schneider, un frammento della sua vita, e scusate se è poco. Tre giorni a Quiberon, luogo di Bretagna di talassoterapia, di spa anzi sanatorium (come dice la sinossi della Berlinale, che a noi italiani fa subito Montagna incantata), sono quelli dell’aprile 1981 in cui la allora massima diva del cinema europeo concede un’intervista a a un giornalista del settimanale tedesco Stern. Intervista che diventerà famosa per la franchezza dell’intervistata, per come la Schneider mostrò debolezze e fratture intime e raccontò di sé senza schermarsi troppo, a partire dal bagaglio pesante della troppo precoce celebrità dovuta alla saga di Sissi. Quasi una confessione laica. Servizio accompagnato dagli scatti che un fotografo suo amico di lunga data, Michael Jürgs, le fece in quei tre giorni. Il posto è un albergo abbastanza qualunque a pochi passi dal mare. Schneider, assai provata, è lì per ritemprarsi e prepararsi a un nuovo film, accompagnata da una fedele amica. Nevrosi e protagonismi da diva, secondo cliché, e disastri interiori, forse anche questo un cliché. Ma lo star male di Schneider non è uno stereotipo. Salute pericolante, alcolismo, cui si aggiungono problemi di soldi, i segni dì un matrimonio fallito e una storia in corso accidentata. Ha cominciato a lavorare a 15 anni, è sempre stata sotto i riflettori, ha avuto un amore fin troppo celebre con Alain Delon che l’ha sovraesposta. E nell’intervista accusa la madre attrice – è il cuore della confessione – di non averla protetta adeguatamente, anzi di aver riversato su di lei la propria ambizione. Marie Bäumer è brava e somigliante, ma non può avere la luce dell’originale. I tre giorni di e con Romy sono un rollercoaster tra euforie e derive, sempre innaffiate da troppo champagne,  troppo vino. La dipendenza dall’alcol è il lato più evidente e drammatico del film. Che è rispettoso senza essere genuflesso, ma che manca di invenzioni, di strappi che sappiano mostrarci altro. Bianco e nero ad accentuare il senso di realtà. Colpiscono la temerarietà del giornalista Robert Lebeck nel porre domande non accomodanti e la sincerità delle risposte. Manca però un quasiasi pensiero sulla società-spettacolo, sulla magnifica ossessione e finzione che è il cinema. Manca una qualsiasi elaborazione del materiale narrativo di partenza. Ci voleva Fassbinder, ecco. Poteva essere un altro grande film su bellezza e tragedia del divismo – penso a Fedora di Billy Wilder -, e invece. Attenti alle date. Il film si svolge in una fase cruciale per Romy Schneider, nell’aprile del 1981. Nel luglio di quell’anno David, il figlio adolescente, morirà atrocemente. Nel maggio del 1982 sarà lei a morire, a poco più di quarant’anni. Voto 5+

3) Zentralflughaven THF di Karim Aïnouz. Panorama Dokumente.
Tempelhof, storico aeroporto diventato uno dei simboli della Berlino del Novecento, un luogo carico di memorie, e non sempre di care memorie. Voluto da Adolf Hitler quale simbolo della potenza aerea del Reich, diventato nel dopoguerra punto di raccordo tra la parte Ovest della città, un’isola circondata dalla Ddr, e la Germania occidentale (ripassare la storia alla voce: ponte aereo per Berlino), è stato poi dismesso, venerato come una reliquia dell’era dell’industrialismo e del volo. Per essere riaperto e riadattato nel 2015 a ricovero di rifugiati perlopiù siriani. Una parte di quelli cui il governo Merkel apri le porte, in una scelta che spaccò il paese ma non inabissò politicamente Frau Angela. Forse val la pena ricordare come quella decisione venne presa sull’onda dell’indignazione per quanto era accaduto sulla rotta balcanica, l’odissea a piedi tra pioggia e fango e frontiere sbarrate di decine di migliaia di siriani in fuga. Ecco, il regista tedesco-brasiliano Karim Aïnouz è andato a Tempelhof, ci è stato dicono le note ufficiali un anno, e questo doku ne è il risultato. Al di sotto delle attese. Seguendo pedissequamente (o astutamente, per non dire troppo su un tema tanto sensibile?) le ferree leggi del nuovo documentarismo – niente didascalicismi che fa cheap, zero spieghe e informazioni, mostrare e solo mostrare – Aïnouz finisce col dirci poco, quasi niente, sicché facciamo una gran fatica a capire vome funzionino le cose (ho appena visto sempre sul tema dei rifugiati Eldorado dello svizzero Markus Imhoof, molto più convenzionale e antico se vogliamo, ma anche più ricco di informazioni). Di Tempelhof riciclato in struttura di accoglienza (perdonatemi il burocratese) vediamo gli enormi hangar divisi attraverso tende in stanze-celle che non ce la fanno a evitare la promiscuità. “Non possiamo mettervie le porte per motivi di sicurezza”, dicono gli inflessibili guardiani. Vediamo frammenti di vite (“il cibo tedesco fa schifo, ma sempre meglio che cucinarselo da soli”, commentano saggiamente tre ragazzotti). Seguiamo soprattutto il bravo ragazzo Ibrahim, il rifugiato modello. Ha diciotto anni, ha lasciato in un vilaggo siriano vicino a un fiume la famiglia e adesso spera di farcela lì in Germania. Studia, impara il tedesco, vuole fare il meccanico. Ce la farà, si capisce subito. La sua buona volontà viene premiato con il permesso più ambito, durata tre anni e mezzo. Poi? Poi si vedrà. Ma si vorrebbe capire di più e meglio. Capire come funziona o no la macchina dell’accoglienza, a chi viene concesso lo status di rifugiato e a chi no, e perché. Ma il regista non ce lo dice. Ci mostra solo pezzi dell’intinerario, tra visite mediche, certificazioni, test, richieste e attese di documenti: anche lì la burocrazia non scherza. Ma il film resta molto prudente, fino alla reticenza. Bellissime però le panoramiche a camera fissa delle architetture imponenti (e si pensa a Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl), degli enormi spazi aperti diventati campi gioco per i bambini e luogo di incontro e modesti svaghi. Ma avremmo voluto meno compiacimenti estetici e più vita. Il meglio del film sta nel rendere l’inconsistenza di quel non luogo che è Tempelhof, la sua sospensione temporale – un giorno uguale all’altro, il domani uguale a ieri – e spaziale.  Un’astronave fluttuante nel niente con i suoi straniti abitanti-occupanti. Voto 5 e mezzo

4) Season of the Devil (Ang Panahon Ng Halimaw) di Lav Diaz. Competition.
Stavolta il Grande Autore venuto dalle Filippine, già vincitore del Pardo a Locarno e del Leone a Venezia, già vincitore di un premio importante tre anni fa proprio qui alla Berlinale con uno spossante film di otto ore e mezzo, stavolta ha convinto pochi, anzi nessuno. Nemmeno i fedeli di stretta osservanza del culto Lav Diaz stavolta si sono genuflessi. E nemmeno i cinefili che lo seguono da Fuori orario e hanno sempre accettato tutto: il suo cinema ipnotico della lunga, lunghissima durata – anche nove ore e più-; gli eterni piani sequenza e le altrettanto eterne inquadrature a camera fissa dove a muoversi tutt’al più è qualche fogliame di foresta; l’autorialità muscolarmente esibita; il bianco e nero altissimo, rigoroso, sublime usato come arma contundente e intimidente nei confronti dello spettatore. Un cinema che da ogni fotogramma proclama la sua statura di capolavoro. E qualche volta lo è, lo è stato. Non stavolta però. Stavolta il patto tra Diaz e il suo fedelissimo e adorante pubblico si è spezzato. Pur con un’autoriduzione a sole – insomma – quattro ore (come The Woman Who Left Leono d’oro a Venezia 2016), Diaz con questo Season of the Devil strema e sfianca los tesso anche i più resistenti festivalisti. Oltretutto la Brlinale l’ha sadicamente programmato per la stampa la sera, quando già sei provato da una giornata di spostamenti frenetici da una sala all’altra. Capolavoro annunciato, vincitore annunciato, e invece. Difficile dire cosa non funzioni, perché gli ingredienti frullati dal Maestro sono i suoi di sempre. Anche la storia sembrava perfetta per mettere d’accordo tutti. Nelle Filippine fine anni Settanta, regnante e opprimente il dittatore Marcos, dilaga la paranoia anticomunista. Squadracce paramilitari si organizzano in tutto il paese sotto la regia occulta del regime per stanare e far fuori i rossi. Sospettato di esserlo è il poeta dalla parte del popolo Hugo Haniway, giovane e bello, con già l’aureola del santo, venerato da una schiera di pie donne e di fedeli. Solo che a un certo punto ha una crisi diciamo involutiva, dimenticando la resistenza umana contro l’oppressore, ma tornerà con rinnovata rabbia in prima linea dopo che la sua donna è finita nelle mani della squadraccia locale. Squadraccia della morte capitanata da una creatura androgina, è uomo?, è donna?, di ferocia belluina. Un calvario. Una via della croce. Una parabola cristologica. Messa in scena da Lav Diaz come una sacra rapresentazione popolare, in un ritualismo peraltro da sempre inscritto in un cinema votato alla contemplazione, alla rarefazione, alla purificazione da ogni scoria estetica. Ma a far deragliare il film, che nella sua zona centrale sembra decollare per poi purtroppo riavvitarsi, è il tentativo maldestro di farne una specie di spiazzante e brechtianamente straniante musical, un Jesus Christ Superstar risagomato sulle tradizioni sonore e canore filippine, con alcuni pezzi alcuni abbastanza elaborati e benissimo cantati (come quello che possiamo chiamare lo Stabat Mater della donna impazzita cui hanno ucciso figlio e marito), ma con altri che sono poco più di una declamazione salmodiata. Con effetti francamente imbarazzanti (c’è un La la la la ripetuto all’infinito, singolarmente o in coro, che è pura zavorra, e che nessun brechtismo salverà mai). Quello che altre volte – di film di Diaz ne ho visti nove comprendendo questo – era cinema del sublime, adesso sembra manierismo e narcistica celebrazione del proprio genio. Disturbano la lentezza, l’esibito visrtuosismo, la coazione a ripetere delle stesse inquadrature rifatte infinite volte. In The Woman Who Left (che sta per uscire in Italia) Diaz era riuscito a rendere narrativo il suo cinema, qua fa un passo e anche più di un passo indietro sprofondando nei suoi vezzi. Poi, certo, vedi certi filmacci del concorso, come l’ignobile e inammissibile eppure ammesso Touch Me Not di Adina Pintilie, e allora meglio cento, mille Lav Diaz, anche sbagliati come questo. Strane le affinità tra questo film e il fondamentale e migliore  Act of Killing di Joshua Oppenheiner. Tutti e due parlano di milizie anticomuniste anni Settanta pilotate e usate da regimi dittatoriali del Pacifico (in Diaz le Filippine di Marcos, in Oppenheimer l’Indonesia di Suharto), e in tutti e due si contamina il cinema di denuncia con la forma del musica. Però la ricetta originale resta di Openheimer. Che Lav Diaz gli abbia dato un’occhiata? Voto 6+

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