Berlinale 2018. Recensione: 7 DAYS IN ENTEBBE (Sette giorni a Entebbe). Quando Israele liberò gli ostaggi

7 Days in Entebbe (7 giorni a Entebbe), un film di José Padilha. Con Rosamund Pike, Daniel Brühl, Lior Ashkenazi, Denis Menochet, Nonso Anozie. Competition (Out of Competition)
Il clamoroso blitz con cui le forze speciali israeliane liberarono gli ostaggi dell’aereo dirottato da un commando palestinese: era il giugno 1976. Un film utile, anche necessario, per ricordare cosa successe e i retroscena. Ma più che l’irruzione finale, la parte davvero interessante, la più tesa, è quella della detenzione degli ostaggi. Voto 6

Una delle più clamorose operazione delle forze speciali israeliane. 27 giugno 1976, un aereo Air France partito da Tel Aviv dopo lo scalo di Atene viene dirottato – era una delle tecniche terroristiche (o preferite di guerriglia?) più praticate in quella sciagurata decade – da un commando composto da militanti del FPLP – Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – e da due tedeschi, un uomo e una donna, delle Cellule Rivoluzionarie decisi a vendicare la cancellazione manu militari della Rote Armate Fraktion (e il suicidio in carcere di Ulrike Meinhof). L’obiettivo dei dirottatori palestinesi è invece di trattare con Israele la liberazione di alcuni loro combattenti incarcerati. I passeggeri, anzi i passeggeri ebrei di nazionalità israeliana e non, saranno gli ostaggi da far pesare sulla bilancia, la merce di scambio. Sappiamo com’è finita. E per chi non se lo ricorda, o non c’era, lo racconta adesso questo muscolare film diretto dal brasiliano Jose Padilha – lontano e molto discusso Orso d’oro qui a Berlino per il suo, a mio parere notevolissimo, Tropa de elite – e, mi dicono, anche regista di alcune puntate di Narcos.
Ci sono un bel po’ di motivi per non perderselo, nonostante sia di fattura media e per niente autoriale. 1) perché il dirottamento dell’Air France con destinazione Entebbe, Uganda, resta un episodio centrale ed esemplare nei tormentati (non) rapporti tra Israele e palestinesi; 2) perché di questi tempi non è facile vedere al cinema celebrazioni dell’efficienza militare israeliana (difatti alla fine della proiezione stampa qualcuno ha fischiato, e mi aspettavo pure peggio); 3) il confronto con un film analogo, Münich di Steven Spielberg, su un precedente blitz israeliano per liberare alle Olimpia di Monaco 1974 gli atleti presi in ostaggio da palestinesi. Meglio dirlo subito, 7 giorni a Entebbe, pur prodotto dignitoso, non vale un grammo del magnifico Münich che aveva alla sceneggiatura il Tony Kushner di Angels in America. José Padilha, regista muscolare, non è certo il più adatto a penetrare nei cunicoli della storia recente e ombreggiare di sfumature un racconto. Possiede però, come aveva mostrato in Tropa de elite, il senso della violenza, fisica e psicologica, come mezzo di sottomissione-controllo, e difatti qui la parte migliore non è il blitz finale, appena discreto, ma la detenzione degli ostaggi e il rapporto vittime-carnefici. Per il resto 7 a giorni a Entebbe è puro action, discretamente scritto e girato. A parte la balordaggine – ma a chi sarà mai venuta l’insulsa idea? – di montare in parallelelo l’incursione finale nel vecchio terminal dismesso dell’aeroporto di Entebbe con uno spettacolo di modern dance in scena a Tel Aviv. Sicché vediamo e sentiamo un gran battere di tacchi e vari atletismi ballerecci, mentre fatichiamo assai a cogliere certi passaggi dell’irruzione. Per esempio, non si capisce come siano morti quattro degli ostaggi. Fu fuoco nemico o amico? E però quante cose 7 giorni a Entebbe riporta meritoriamente a galla che si erano inabissate negli anfratti della nostra memoria. Per dire: la sciagurata alleanza tra rivoluzionari tedeschi post Baader-Meinhof e il gruppo armato palestinese FPLP, e agghiacciano le sequenze in cui i cittadini israeliani e quelli stranieri di nome ebraico vengono separati dagli altri dal commando terrorista. Destinati a essere uccisi qualora Israele non accettasse di liberare i prigionieri. E come si fa a non pensare ad Auschwitz, alle selezioni al binario di Birkenau? Tant’è che nel dirottatore tedesco sono incubi e dubbi, “ma con che gente ci siamo messi?”, e niente invece nella terrorista (interpretata da una glaciale Rosamund Pike, mentre lui è Daniel Brühl, cui tutti i ruoli di tedesco sotto i 40 anni vanno ormai di default). E poi, l’orrore dell’accordo con un personaggio inquietante per non dire peggio come Amin Dada, despota dell’Uganda. Vero che solo uno stato canaglia, esclusa da ogni consesso internazionale, come il suo poteva sostenere l’operazione dei palestinesi e accogliere un aereo dirottato, ma l’abominio dell’alleanza con Amin Dada resta per chi l’ha voluta, cercata, siglata, e non è cancellabile. La detenzione degli ostaggi si alterna con le riunioni del governo israelaino per decidere se trattare o passare all’azione. E son scintille tra il primo ministro Rabin e il ministro della difesa Shimon Peres. Per evitare grane e polemiche in didascalie e altre spieghe si dicono cose come “gli israeliani li chiamavano terroristi,  i palestinesi patrioti”. Altrimenti chi li sente gli anti-Israele?

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