Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso

Mein Bruder heisst Robert und ist ein Idiot

Sabato al Palast, a partire dale 19, assegnazione dell’Orso d’oro e degli altri premi. Il favorito resta il russo Dovlatov di Alexey German Jr., un perfetto e pure bellissimo prodotto da festival. Se invece ce la facesse finalmente Wes Anderson superando i pregiudizi anti-animazione radicati tra le giurie? O qualche film che non ti aspetti come il paraguayano Las Heredas o il bellissimo ma non così apprezzato dalla stampa Transit di Christian Petzold? O ancora il ruffianissimo film di Gus Van Sant, il più amato dal pubblico (io l’ho detestato)? Intanto metto al primo posto della mia personale classifica quello che ha diviso la Berlinale, Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota del tedesco Philip Gröning. Grandi fischi al press screening e qualche applauso. Le sue chance di vincere sono pouttosto scarse – come si sono spaccati pubblico e stampa, altrettanto sarà successo in giuria -, anche se io lo spero.  Al gruppo dei favoriti si è aggiunto a sorpresa l’ultimo film del concorso, proiettato quando ormai i giochi sembravano fatti. Il tedesco In den Gängen è davvero una rivelazione, un bel film sul lavoro e su molte altre cose. Difficile che arrivi all’Orso d’oro, ma un premio se lo potrebbe portare via.

Cliccare per leggere la recensione di questo blog. Per i film di cui non c’è ancora la recensione, ho scritto una breve scheda.

1) Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota) di Philip Gröning Voto 9
Amato (da pochi), odiato (da tutti gli altri). Divisivo come pochi altri film negli anni recenti. Disturbante come e più di Haneke. Anche eticamente equivoco (quell’estizzazione del sangue e della violenza). E però come si fa a non dire di sì a un film smisurato eppure teutonicamente regolatissimo di tre ore in cui due gemelli, un ragazzo e una ragazza, di diciotto anni vagano molto germanicamente in una natura incontaminata ragionando di filosofia e interrogandosi su Heideggere e Sant’Agostino? Interrogandosi soprattutto sul tempo, sul presente “che non esiste” e su cosa sia il reale. Ma dopo un’ora di contemplazione e di immersione – come dice Sulvia Nugara non malickiana nella natura – avvertiamo che c’è un’altra trama sotterranea e oscura che sta prendendo corpo. E che il Male è al lavoro. Mai si erano visti due personaggi adolescenti così odiosi e repulsivi, eppure il risultato è immenso. Philip Gröning aveva portato qualche anno fa a Venezia La moglie del poliziotto, che già conteneva un’enormitò di cinema ma intrappolata in una forma fin troppo lambiccata. Con questo va molto oltre. Vertiginose citazioni, dal romanticismo tedesco tutto a Thomas Mann. Capolavoro vero, il gran colpo di gong della Berlinale 68.
2) Isle of Dogs di Wes Anderson Voto 8 e mezzo
3) Dovlatov di Alexey German Jr. Voto 8+
4) Transit di Christian Petzold Voto 7 e mezzo
5) In den Gängen (In the Aisles) di Thomas Stuber Voto 7 e mezzo
Aisles, Gängen. Noi come possiamo tradurli, chiamarli? Corridoi? Cunicoli? Però non rende la maestosità di quei canyon che si aprono tra le pareti di merci negli enormi shopping center. Navate, ccco, potremmo chiamarli navate. Questo film ci mostra come i mall oggi siano le nuove, imponenti cattedrali, perché anche dalla trivialità e dal consumo può nascere la maestà, la grandiosità. Siamo nella Germania già DDR. Il film si focalizza su tre persone che lavorano nello shopping center: il neo arrivato Christian, il veterano Bruno e la misteriosa Marion. Un film sul lavoro e sulla sua bellezza.
6) La prière di Cédric Kahn Voto 7
7) Utøya 22.juli di Erik Poppe Voto 7

8) Las Herederas (Le ereditiere) di Marcelo Martinessi Voto 7
9) Museo di Alonso Ruizpalacios Voto 7
10) Pig (Khook) di Mani Haghighi Voto 6 e mezzo
11) Season of the Devil (Ang Panahon ng Halimaw) di Lav Diaz Voto 6+
12) The Real Estate di Axel Petersén e Måns Månsson Voto 6
13) Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot (Non temere, a piedi non andrà lontano) di Gus Van Sant Voto 5+
14) 3 Days in Quiberon (Tre giorni a Quiberon) di Emily Atef Voto 5+
15) Figlia mia di Laura Bispuri Voto 5 meno
16) Twarz (Mug) di Małgorzata Szumowska Voto 4 e mezzo
Il quarto film che vedo da quando vengo alla Berlinale della polacca Małgorzata Szumowska. E continuo a non capire come possano finire tutti in concorso. Uno era bellissimo (In the Name of...), gli altri tre, qesto compreso, pessimi. In un villaggio polacco si sta costruendo un’immensa statua del Cristo benedicente sul modello di quella di Rio, “ma più grande”. C’è un incidente al cantiere, un operaio cade in un vascone e resta sfigurato. Gli trapianteranno la faccia e lui diventerà una celebrità, ma la sua vita ovvio non sarà più la stessa. Szumowska come sempre riempie il film di sottotrame e digressioni, di personaggi sovreccitati e litigiosi. Solo che i vari pezzi non si incastrano mai, né si capisce dove vada a parare il film.
17) Eva di Benoȋt Jacquot Voto 4 e mezzo
18) Damsel di David e Nathan Zellner Voto 4
19) Touch Me Not di Adina Pintilie Voto 1
No, non ci sono parole per dirlo, l’orrore di questo film di una regista rumena operante m’è parso di capire a Berlino. Tra doku e ficionalizzazione, con bilancia pendente verso il primo e con lei dea ex machina osservante e giudicante dalla macchina da presa. Una specie di inchiesta sul sesso come se ne facevano negli anni Sessanta stigmatizzando i tabù italici e inneggiando ai liberi costumi della Svezia, e in realtà per mostrare qualche tetta in più. O una specie di gallery alla voce Bizarre di un qualche pornohub, perrò con la pretesa di “fare un discorso sul sesso”. Ecco che la regista Adina Pintilie prende una signora cinquantenne di modi peraltro assai eleganti esortandola – immagino – a dar corpo alle sue fantasie per registrarne le reazioni e ovviamente le “emozioni” (la parola più oscena del nostro lessico attuale). Sicché vediamo la sciura portarsi in casa un marchettaro bulgaro, e lei, ansiosa di conoscere cosa significhino le parole in quella lingua strana che si è tatuato, lui risponde: cose personali. Poi, dopo essersi masturbato contempato da lei, se ne va intascandosi i soldi. Ed è in tutto il film quello che ci fa la figura migliore, secco, brusco, professionale, asentimentale, aemozionale, mica gli altri più che praticarlo il sesso lo coprono e spiegano con fiumi di parole inascoltabili. Poi chissà perché la signora, di cui continuiamo a noincapire i gusti, ospita sul divano un attempato transessuale contattato online, non proprio di sublime bellezza e amante di Brahms. Ma in Touch Me Not si parla, ed è la parte virtuosamente corretta, quella che deve avere sedotto le giurie, di diritto al sesso dei diversamente abili, e vediamo terapie di gruppo di diversamente abili invitati a “esplorare con le dita e a occhi chiusi il proprio corpo e quello dell’altro: ecco, adesso, le punta delle vostre dita sono i vostri occhi”. Signori, una scopata è una scopa è una scopata. La vogliamo finire con tutto questo erotismo refrigerato, medicalizzato e terapeutizzato? Dove c’è tutto tranne il desiderio? In questo film tutti, anche da nudi e mentre fanno cosacce, danno un’immagine migliorata di sé, tubando di scoperta del proprio corpo e nuove soglie raggiunte della conoscenza attraverso le pratiche erotiche. Non c’è mai un momento di verità, tutto è falso, e più i corpi si mettono a nudo e più si mascherano. Si finisce tutti in un club di scambisti-bordello. E poteva mancare il bondage? Ovvio che no, con gente inguardabile nei loro costumini di latex borchiati e le maschere da Batman e i loro ridicoli aggeggi. E mai, mai un attimo di tregua, un bla bla di banalità e idées reçues incessante sul sesso come liberazione ed espressione di sé, come diritto inalienabile, come porta del paradiso, come strumento di elevazione e conoscenza. Il sesso insomma come nuova religione (qualcuno mi pare abbia scritto di recente un libro che sostiene questa tesi, ma non ricordo chi, sorry). Si vorrebbe sublime e audace e liberazionista, questo film brutto e antipatico, mentre ricorda i mondo movie e la sexploitation, solo con più supponenza. Ma chi l’ha messo in concorso? E gli han dato l’Orso. Una catastrofe per la Berlinale.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, classifiche, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi