Berlinale 2018. Recensione di TOUCH ME NOT di Adina Pintilie, il (brutto) film vincitore dell’Orso d’oro

Touch Me Not di Adina Pintilie. Con Laura Benson, Tómas Lemarquis, Christian Bayerlein, Grit Uhlemann, Hanna Hofmann. Competition.
Vincitore dell’Orso d’oro come migliore film. Vincitore del premio Opera prima.
Tutti esterrefatti. Un film orrendo, il peggiore della competizione, ha vinto l’Orso d’oro. La camera da presa, con regista osservante e giudicante, entra nelle camere da letto. Per che cosa? Ovvio, per dirci cosa sia la sessualità, l’intimità oggi. Ed ecco una signora col marchettaro bulgaro e, sempre lei, con un attempato transessuale. E una terapia di gruppo di disabili “sull’esplorazione del proprio corpo e di quello altrui”. Si finisce tutti in un club-bordello dove impera il bondage. Tutto sommerso da un fiume di parole, da un’insostenibile proliferazione discorsiva sul sesso come liberazione di sé e porta del paradiso. Voto 1

La regista Adina Pintilie

Confesso, la notizia della vittoria di questo film mi ha prostrato. Uno choc, e mica solo per me. No, non ci sono parole per dirlo, l’orrore di questo film di una regista rumena direi tra i trenta e i quarant’anni operante a Berlino. Tra doku e ficionalizzazione, con bilancia pendente verso il primo e con lei dea ex machina osservante e giudicante dalla macchina da presa. Una specie di inchiesta sul sesso come se ne facevano negli anni Sessanta stigmatizzando – allora – i tabù italici e inneggiando ai liberi costumi della Svezia. Anche, una specie di gallery alla voce Bizarre di un qualche pornohub, però con la pretesa di “fare un discorso sul sesso” e “esplorare l’intimità”. La regista Adina Pintilie prende una signora cinquantenne di modi peraltro assai eleganti, cui va la nostra comprensione per quello che le tocca fare, esortandola – immagino – a dar corpo alle sue fantasie per registrarne le reazioni e ovviamente le “emozioni” (la parola più oscena del nostro lessico attuale). Sicché vediamo la sciura portarsi in casa un marchettaro bulgaro, e a lei, ansiosa di conoscere cosa significhino le parole in quella lingua strana che si è tatuato, il marchettaro risponde: cose personali. Poi, dopo essersi masturbato, contemplato a distanza da lei e mai toccato, se ne va intascando i soldi. Ed è in tutto il film quello che fa la figura migliore, secco, brusco, professionale, asentimentale, aemozionale, mica gli altri che più che praticarlo il sesso lo sommergono con fiumi di parole inascoltabili. Poi chissà perché la signora, di cui continuiamo a non capire i gusti se non il disgusto certo per il contatto fisico, ospita sul divano un attempato transessuale contattato online, non proprio di sublime bellezza e amante di Brahms. Ma in Touch Me Not si parla – è la parte virtuosamente corretta, quella che deve avere sedotto le giurie – di diritto al sesso dei diversamente abili, con tanto di riprese lunghissime di terapie di gruppo di diversamente abili invitati a “esplorare con le dita e a occhi chiusi il proprio corpo e quello dell’altro: ecco, adesso, le punta delle vostre dita sono i vostri occhi”. Signori, una scopata è una scopata è una scopata. La vogliamo finire con tutto questo erotismo refrigerato, medicalizzato, terapeutizzato all’odore di cloroformio e sala operatoria? Dove c’è tutto tranne il desiderio? Dove tutti, anche da nudi e mentre fanno cosacce, vogliono dare un’immagine migliorata di sé, tubando di scoperta del proprio corpo e nuove soglie raggiunte della conoscenza attraverso le pratiche erotiche. Non c’è mai un momento di verità, tutto è falso, e più i corpi si denudano più si mascherano. Finiscono quasi tutti in un club-bordello di scambisti, e non spacciatemi questo squallore per chissà quale allargamento della coscienza. E poteva mancare il bondage? Ovvio che no, con gente inguardabile nei loro costumini di latex borchiati e le maschere da Batman e i loro ridicoli aggeggi. E mai, mai un attimo di tregua, un bla bla incessante di banalità e idées reçues sul sesso come liberazione ed espressione di sé, come diritto inalienabile, come porta del paradiso, come strumento di elevazione e conoscenza. Il sesso diventato la nuova religione del secolarizzato Occidente (qualcuno mi pare abbia scritto di recente un libro che sostiene questa tesi, ma non ricordo chi, sorry). Si vorrebbe audace e liberazionista, questo film brutto e antipatico, mentre ricorda i mondo movie e la sexploitation, solo con più supponenza. Oltretutto di un guardonismo ripugnante. Ma chi l’ha messo in concorso? E gli han dato l’Orso. Una catastrofe per la Berlinale e per il cinema.

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