Berlinale 2018. Recensione: ‘Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot’ di Gus Van Sant. Un santino new age

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot (Non temere, a piedi non andrà lontano) di Gus Van Sant. Con Joaquin Phoenix, Jonah Hill, Rooney Mara, Jack Black, Mark Webber. Competition.

Abiezione alcolica e redenzione del disegnatore satirico John Callahan. Meravigliosamente girato da Gus Van Sant, con un formidabile, e non si esagere, Joaquin Phoenix. Con dialoghi witty che tengono a distanza di sicurezza la retorica e la melassa. Fino all’ultima mezz’ora, quando Don’t Worry… si schianta e sprofonda nella predica new age. Rehab per rehab, meglio quello cattolico di La Prière (sempre a questa Berlinale). Voto 5+

Gus Van Sant torna a essere il regista che sa essere, ovvero uno che ha inventato parecchio del cinema del terzo millennio, un faro per molti film-maker venuti dopo. Mi chiedo solo perché il suo magistero l’abbia ora messo al servizio di una storia edificante fino all’agiografia. Biopic di John Callahan, cartoonista satirico (si potrà dire? io i suoi sketch li trovo alquanto grossolani e non così divertenti), prima ancora alcolista compulsivo. E d è stato l’alcol la causa di un incidente d’auto che lo ha lasciato in vita con gravissime disabilità. Gus Van Sant si concentra sulla sua riabilitazione anzi redenzione attraverso gli AA, alcolisti anonimi. Con il rito delle riunioni che sappiamo. Intendiamoci, Gus Van Sant e gli altri sono tutti troppo bravi e troppo gente di mondo (dello spettacolo) per farsi intrappolare dalla retorica, loro una storia così scivolosamente larmoyante la neutralizzano e la distanziano per mezzo dell’ironia e di dialoghi strepitosi e witty. E poi c’è un formidabile Joaquin Phoenix che fa l’impossibile (con un altrettanto bravo e irriconoscibile Jonah Hill biondo quale guru-sponsor del gruppo di AA,Rooney Mara, Jack Black). E poi c’è quella California tra Settanta e Ottanta dove si conduce ogni possibile sperimentazione esistenziale in una sorta di bohème diffusa e capillare. Per un po’ ho sospeso il mio giudizio, lasciandomi ammaliare da un Gus Van Sant che gira con una fluidità e una leggerezza da imperatore della mdp, e che si autocita ironicamente con quegli skaters ragazzini che soccorrono Callahan. O riprendendo il suo protagonista di spalle mentre impazza per marciapiedi e strade sulla sua sedia a rotelle, secondo quel cinema delle nuche del quale lui è l’inventore (vedi Elephant) e oggi applicato da molto cinema giovane festivaliero. Eppure, nonostante l’apparato professionale messo in campo, questo film suona inesorabilmente falso e fastidioso. Quando negli ultimi quaranta minuti il redento fa il giro del perdono, chidedendo scusa anche a chi gli ha fatto del male, allora cascano le braccia e capisci che non c’è rimedio, il film è quella roba lì nonostante che prima abbia cercato di farci credere il contrario. Basta, non se ne può più di questi pastoni californiani in cui si miscelano automotivazione, un Lao Tzu mai letto davvero, sapienzialismi pescati da ogni dove e mal digeriti. Allora – per stare nel campo del rehab – molto meglio il cristianesimo con l’ora et labora quale terapia di recupero che ci ha mostrato in questa Berlinale Cédric Kahn nel suo La prière. La regia di GVS è magnifica, ma che senso ha applicare tanta sapienza alla confezione di un santino new age e controcultural-californiano?

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