Berlinale 2018. Recensione: ‘Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot’ (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota), di Philip Gröning. Il vero film-evento del concorso

Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot(Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota) di Philip Gröning. Con Josef Mattes, Julia Zange, Urs Jucker, Stefan Konarske, Zita Aretz. Competition. Voto 9
Ha spaccato come un colpo d’ascia questa Berlinale. Entusiasti da una parte, detrattori (la maggioranza) dall’altra. Due gemelli diciottenni, Robert e Elena, vagano in un paesaggio di boschi, colline, campi, acque. Solo segno umano, una stazione di benzina. Discutono di Sant’Agostino e Heidegger, lei sta preparando il suo esame di filosofia. E mentre si interrogano sull’essere e il tempo, sulla consistenza o inconsistenza del reale, sotterraneamente un’altra trama si costruisce. E il Male si mette al lavoro. Disturbante, di una potenza visiva inaudita. Profondamente tedesco. Voto 9

Mein Bruder heisst Robert und ist ein Idiot

Amato (da pochi), odiato (da tutti gli altri). Fischi e buuh si son sprecati al press screening. Dire divisivo di questo film è poco. Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota ha spacccato con un colpo d’ascia questa Berlinale, facendone fuoruscire umori e malumori, le rabbie, e la voglia dei cinefili di trovare un film discutibile ma finalmente da amare, da difendere, pr cui schierarsi. Eccolo qua. Difficile che incameri l’Orso d’oro, la giuria dovrebbe avere un coraggio inaudito, e di solito il coraggio non è qualità delle giurie da festival cui si addice di più la diplomazia e la ricerca paziente dell’accordo. Favorito è dunque il peraltro bellissimo Dovlatov di Alexey German Jr. Ma Gröning resterà, continuerà a far discutere e rinfocolare animi e dibattiti e passioni, al di là della serata dei premi. Profondissimamente tedesco, espressione dell’anima tedesca nel suo immergersi estatico nella natura coltivando insieme la passione per il pensiero e la speculazione filosofica. La materialità della terra, degli alberi, delle acque e le onde immateriali del pensiero. Ma qui la natura è anche il luogo dove il male si mette all’opera come dire in maschera, occultato, e dunque più insidioso. Con uno sviluppo drammaturgico che sarebbe facile dire alla Haneke, se non fosse che qui di derivativo e imitativo non c’è niente. Se non le vertiginose citazioni di molta cultura tedesca, dal romanticismo, in poesia e pittura, fino a Thomas Mann (il tema dell’incesto). Un film che ti stordisce di bellezza e insieme eticamente equivoco (quell’estetizzazione del sangue e della violenza). E però come si fa a non dire di sì a un’opera smisurato di tre ore eppure teutonicamente regolatissima in cui i due gemelli vagano in un paradiso-inferno naturale interrogandosi su Heideggere e Sant’Agostino. Elena di lì a pochi giorni deve dare un esame di filosofia, Robert, che sarebbe l’idiota del titolo ma idiota non è, la aiuta, la sollecita, in un ripasso assai poco scolastico che diventa viaggio della mente e delle coscienze, e nel proprio sé malato. Sullo sfondo una stazione di benzina con emporio annesso dove ogni atnto irrompono Elena e Robert mostrando una familiarità inspiegata, misteriosa e sinistra con i due benzinai che si alternano nei turni. E che sembra un Edward Hopper come volato in un dipinto di Caspar David Friedrich. La quantità di bellezza visiva che Gröning costruisce e ci dà, soprattutto nella prima ora e mezza, è stupefacente e però mai compiaciuta, sterile videoart. Intanto i due gemelli, uno piò odioso dell’altra, studiano, fanno cose e cosacce, scommettono. Lei: “prima dell’esame mi scopo uno”. Lui: “io dico che non ce la fai, e se perdi mi devi comprare un VW Golf” (posso spoilerare e dire che vincerà lei? anche se non nel modo che ci si aspetterebbe). Intanto la parola si appropria del film, lo avvolge, ci vola sopra e dentro. Elena e Robert parlano di Agostino, Brentano, soprattutto di Heidegger (però, dico io, come sono avanti col programma i liceali tedeschi). E della sua concezione del tempo. Essere e tempo, essere nel tempo. Esiste il presente, esiste il reale? Ma dopo un’ora e mezza di contemplazione e di immersione – come dice Silvia Nugara – non malickiana nella natura, avvertiamo che c’è un’altra trama sotterranea che sta prendendo corpo. E che l’oscurità avanza. La seconda parte si instrada su percorsi meno radicali, quasi da cinema di genere. Avvertiamo quello che succederà prima di capirlo e scoprirlo. La natura non è innocente, ancora meno lo sono Elena e Robert. Nemmeno la filosfia lo è. Mai si erano visti due personaggi adolescenti così repulsivi, eppure il risultato è immenso. Philip Gröning aveva portato qualche anno fa a Venezia La moglie del poliziotto, che già conteneva un’enormità di cinema ma intrappolata in una forma fin troppo lambiccata. Con questo va molto oltre. Il gran colpo di gong della Berlinale 68.

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