Recensione: GET OUT – SCAPPA, un film di Jordan Peele. Bianchi, neri e zombi da Oscar (per la sceneggiatura)

Get Out – Scappa, un film di Jordan Peele. Con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener, Bradley Whitford, Caleb Landry Jones, Betty Gabriel, Marcus Henderson, Stephen Root, Lil Rel Howery.
Neo-vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Enorme successo in America e invece da noi subito dimenticato. Eppure ci sarà un motivo se i Cahiers du Cinéma l’hanno messo nella loro top ten 2017. Difatti c’è. Get Out è un apologo sottile, anche se condotto secondo i modi spicci dell’horror zombesco, sull’opposizione e la fascinazione reciproca tra maggioranza bianca e minoranza nera d’America. Voto 7 e mezzo
In Italia accolto malmostosamente dai critici, e ignorato dal pubblico che non ha di sicuro fatto a pugni per entrare in sala. Invece, è noto, in America clamorosissimi incassi – 176 milioni di dollari! – e review reverenti. Ma il sigillo, la consacrazione, sono arrivati per Get Out a fine 2017 quando le due classifiche più consultate al mondo lo hanno collocato tra i migliori film dell’anno: al primo posto la lista del magazine britannico Sight & Sound, al quarto quella dei Cahiers du Cinéma (in cima Twin Peaks 3). E sono stati soprattutto i venerati quanto imprevedibili Cahiers a scioccare i critici nostri che non l’avevano considerato liquidandolo come un prodotto di genere di ambizioni malriposte e non riuscite: ma come, perfino i Cahiers di Godard e Truffaut! Di Chabrol e Rohmer! Forse non si erano accorti, gli scioccati, che la rivista-totem di ogni cinefilo aveva già dedicato la copertina a Get Out e pagine e pagine di un’intervista densissima al suo regista Jordan Peele (all’esordio nel lungo) sul numero di novembre. Dopo i trionfi nelle classifiche di fine anno sono arrivate le quattro nomination all’Oscar, compresa quelle nelle cat. più pesanti, Best Picture e Best Director (uno solo poi vinto, per la sceneggiatura originale). Ma cosa volete che siano gli Oscar al cospetto dei Cahiers e del loro endorsement?
Ora, il film l’ho visto alla sua uscita parecchi mesi fa senza che riuscissi a recensirlo (capita che non ce la faccia a star dietro alle novità più importanti). Approfitto adesso del fracasso reinnescato dagli Oscar intorno a Get Out per colmare la lacuna. Bene, film davvero considerevole per come, sfacciatamente, senza tirarsela troppo e con una certa disinvoltura govinastra, usa il genere – in questi caso l’orrorifico nella sua variante zombesca e di possessione – per raccontarci lo stato delle cose, oggi (e ieri, e anche domani?) fra neri e bianchi d’America. O forse bisogna capovolgere la lettura, mettere Get Out a testa in giù, e dire che il suo autore Jordan Peele prende la questione di tutte le questioni americane, quella eterna e irresolubile: la razziale, come materia per un film dell’orrore. Il genere come mezzo o come fine? Perché il bello dell’opera prima del trentenne Peele sta nella sua felice ambiguità, nel suo prestarsi a interpretazioni molteplici e opposte, nell’andare, fors’anche oltre le intenzioni politicamente corrette dell’autore, al di là del proprio presentarsi come parabola dimostrativa ed esemplare. Film caledoscopico, o prismatico, che a ogni movimento e rotazione, e a ogni sguardo diverso dello spettatore, svela nuove visioni, nuovi riflessi, altre zone prima nascoste. Che è quanto di meglio ti possa dare il cinema.
Si comincia con una sequenza che resta sospesa, misteriosa, apparentemente irrelata a quanto subito seguirà, e che sembra tratta dalla cronaca brutta degli ultimi anni americani, quella dei black ammazzati da un qualche vigilante o da un qualche bianco paranoico. Un giovane nero cammina di notte in una strada qualsiasi di suburbia qualsiasi. Una macchina lo segue. Lui corre, scappa (questo della fuga è un tema narrativo fondante, fin dal titolo, del film), ma non ce la fa a sottrarsi alla cattura da parte di un uomo mascherato spuntato fuori dalla macchina. Poi Get Out imbocca apparentemente, ma non ci vuol tanto a capire come sia un depistaggio, la strada della commedia di modi e di costumi, di famiglia, anche romantica. Solo che quella scena iniziale ci ha avvertito, e in noi l’allarme è ormai scattato, tant’è che quando vediamo un altro giovane afroamericano con la sua ragazza di fattezze assai wasp capiamo che qualcosa non funziona. Coppia mista – non riesco a trovare un’espressione più elegante che non suoni affettata e mielosamente ipocrita & corretta -, sicché quando lei invita lui per un weekend nella casa dei genitori subito palpitiamo, e pensiamo a Indovina chi viene a cena? o a film più espliciti sul razzismo, sul rigetto da parte delle élite bianco-americane della relazione tra una loro figlia e un nero. Invece. Invece, nonostante i più che comprensibili patemi del ragazzo Chris, di mestiere fotografo, la famiglia della sua Rose si rivela carinissima e apertissima, genitori sorridenti, solo un po’ più screanzato il fratello Jeremy. L’indomani è in programma una grande festa con parenti e amici, e per Chris sarà l’esame degli esami, la prova, l’iniziazione, l’ingresso in società. Ce la farà? Ma intanto certi dettagli accendono luci rosse nella sua testa, gli segnalano qualcosa di incongruo, di strano, forse di minaccioso in quella perfetta scena della famiglia accogliente. Come il comportamento della padrona di casa e futura suocera, che lo sottopone a un’eccentrica psicoseduta. Non dico oltre. Se non che quello che si prepara è una guerra di bianchi contro i neri in forma di horror, una battaglia intorno a corpi conquistati e posseduti da forze e/o esseri estranei tipo cosa dall’altro mondo carpenteriana e pre-carpenteriana. Con i neri a fare da carne da macello, con una supremazia bianca che si vuole eternizzare oltre la morte. Film politico, e però teso e fruibile come ha da essere un horror, affilatissimo, costruito con una mirabile economia narrarativa (un tempo si sarebbe detto: senza sprecare pellicola, ma adesso nell’era digitale?), mai una scena di troppo, mai una lungaggine. Nei modi spicci ma non rozzi del migliore cinema di genere. Film che ha come evidente bersaglio il mitologico Indovina chi viene a cena?, testo fondante di ogni liberalismo moderno americano, che qui viene letteralmente decostruito, sbeffeggiato, scoperchiato, riscritto. Se messaggio c’è, e c’è, naturalmente è quello sull’asimmetria tra bianchi e neri d’America, con i secondi condannati – nonostante le tappe dell’emancipazione siano state percorse tutte e anche con parecchi successi: vedi Obama – a restare subalterni. Anzi, estremizzando, a restare schiavi. Jordan Peele ci mostra come gli innamoramenti e amori inter-etnici in b/n siano inganno e trappola: per chi è inutile dire. E come non sia il caso di fidarsi dei bianchi liberal e magnanimamente corretti. Eppure dietro e al fondo dell’esemplarissimo apologo che è Get Out e della sua satira, agiscono altre forze, sotterranee, oscure, perfino contrarie alla direzione di senso osservabile in supeficie. Se fosse tutta un’allucinazione? Se il film esprimesse, più che l’impossibilità di una qualsiasi soluzione della questione razzial-americana per colpa del dominio bianco-wasp, l’introversione identitaria della minoranza black, la sua chiusura? Se quel vedere nell’amore in b/n una trappola fosse la proiezione di un roccioso, intransigente autoseparatismo nero e di un inconfessato senso di superiorità al contrario? Se quell’enfasi sull’efficienza dei corpi neri usati come veicolo per l’eternità fosse un’oscura dichiarazione di fisico black pride? Perché – è storia almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso – black is beautiful e, specularmente, bianco è orrendo (diceva una signora in un film che purtroppo non ricordo e che forse, e sottolineo forse, è Chi-Raq di Spike Lee: come ci si può innamorare di quei bianchi dalla pelle smorta?). Se Black Panther, l’ultimo e davvero sorprendente Marvel movie, celebra apertamente o almeno mette in scena una sorta di revanchismo nero, perfino di suprematismo nero (mi riferisco allo sfidante al titolo di re di Wakanda e al suo progetto di dominio), Get Out potrebbe esserne l’anticipazione, solo nella forma rovesciata della maschera-calco, della carta carbone, del negativo fotografico. Molte cose stanno succedendo a Hollywood e nei regni limitrofi del cinema semi-indipendente o tutto indipendente, a ridisegnare i modi di rappresentazione dell’eterna questione razziale. O forse è la stessa questione che si sta ridisegnando sulla scena della storia secondo una nuova mappa, e nuovi rapporti di forza e desiderio.

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2 risposte a Recensione: GET OUT – SCAPPA, un film di Jordan Peele. Bianchi, neri e zombi da Oscar (per la sceneggiatura)

  1. D'Altron De scrive:

    un’idea simpatica ma qualcosa di lontano dal cinema, andava bene per un episodio di “ai confini della realtà”. e comunque: https://pad.mymovies.it/filmclub/2006/02/006/locandina.jpg

  2. Pingback: Recensione: A QUIET PLACE, un film di John Krasinski. Un horror con idee: da vedere | Nuovo Cinema Locatelli

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