Berlinale 2018. Recensione: MUSEO, un film di Alonso Ruizpalacios. Rubare il passato di una nazione

Museo, un film di Alonso Ruizpalacios. Con Gael García Bernal, Leonardo Ortizgris, Alfredo Castro, Simon Russell Beale, Bernardo Velasco. Compeittion. Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Alonso Ruizpalacios e Manuel Alcalá. Il film verrà distribuito in Italia (in data ancora da decidere) da I Wonder.
Gran successo alla Berlinale, dove ha poi vinto (non immeritatamente) il premio per la migliore sceneggiatura. Furto di pezzi maya al museo antropologico di Città del Messico: i guai per i due amici responsabili del colpo cominceranno subito dopo, come vuole il genere. Ma Museo va oltre l’heist movie per diventare, pur senza tirarsela, un’indagine sull’identità nazionale e l’inconscio di un paese. Arriverà in Italia. Voto 7

Alonso Ruizpalacios (a sx) e Manuel Alcalá con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura

Dal Messico – ormai una subpotenza in fatto di cinema da festival e da Oscar – è arrivata in concorso alla Berlinale questa commedia-con-furto assai godibile, un heist movie eterodosso nel suo andare ai confini estremi del genere fino a contaminarlo con il cinema socioantropologico, benissimo girato, incalzante, gonfio di buone idee anche se non proprio di massima simpatia. E son qua a chiedermi se il suo antipiacionismo dovuto soprattutto alla sgradevolezza del main character – antipiacionismo che di solito ritengo sano antidoto alla paraculaggine di tanto cinema accondiscendente verso la sensibilità media – non sia stavolta un limite. Comunque Museo è stato ottimamente accolto alla Berlinale, ottenendo buone-ottime recensioni internazionali e procurando l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Alonso Ruizpalacios (che poi è il regista) e a Manuel Alcalá. Spiega: la dicitura Orso d’argento non sta indicare il secondo premio in ordine di importanza dopo l’Orso d’oro, come ogni volta scrivono sciattamente e erroneamente i giornali italiani, ma ogni riconoscimento del palmarès oltre il vincitore. Quindi ecco l’ Orso d’argento gran premio della giuria, l’Orso d’argento per il migliore attore e quello per la migliore attrice, ecc., come si evince dalla lista dei premiati sul sito ufficiale della Berlinale. Già acquistato, Museo, per l’Italia da I Wonder, che a Berlino si è pure assicurato il tremendo e a mio parere inguardabile vincitore Touch Me Not di Adina Pintilie (sarà interessante vedere la risposta dello spettatore italiano).
Museo racconta a modo suo, e prendendosi amplissime libertà rispetto ai fatti, il clamoroso furto di 400 pezzi di arte Maya e mesoamericana realizzato ai danni del Museo antropologico di Città del Messico la vigilia del Natale 1985. Museo orgogliosamente voluto dallo stato quale simbolo e totem nazionale, a celebrazione della grandezza passata del paese. L’inizio del film, anche attraverso il ricorso a documenti visivi d’epoca, quello ci mostra, compreso il trasferimento nel nuovo museo tra ali di folla plaudente di un’enorme testa scultorea maya: a suggerirci che quanto vedremo in Museo non sarà un semplice Topkapi o Come rubare un milione di dollari e vivere felici in versione centroamericana, ma piuttosto, pur nei modi del caper o heist movie, un’indagine sulla precaria identità nazional-nazionalista – quanto c’entra l’eredità precolombiana nel sentirsi messicani? quanto invece la cultura spagnola dei conquistatori che quel mondo maya distrusse e alla quale fa ancora inconscio riferimento la borghesia del paese? – e sugli ambigui simboli che vogliono rappresentarla. Se questa è la compatta tela di fondo sul cui si scrive il racconto, il regista Alonso Ruizpalacios sta bene attento a non tediarci troppo andando dritto e spiccio ai suoi protagonisti e alle loro gesta. Il luciferino Juan (il sommo divo del LatinoAmerica Gael Garcia Bernal), laureando di famiglia medio-borghese, convince l’amico di sempre, e suo succube prediletto, Wilson a organizzare con lui il furto. Che riesce, solo che i guai cominceranno subito, a bottino appena incamerato. Cos’ha spinto Juan – lui, colto e iperconsapevole di cosa rappresentino quei pezzi maya – a tale sacrilegio? La fragilità di questo film complesso nonostante i suoi modi leggeri di commedia, destinato a sicuro successo internazionale, sta nel suo protagonista. Uno stronzo, un narciso con cui si fa fatica a solidarizzare. Non si capisce perché decida di fare quel colpo per cui tutto il paese si indignerà. Per esibizionismo testosteronico-giovanile? Per ribellismo anarcoide? Per odio alle istituzioni? Per avidità? Il lato migliore di Museo sta nel renderci evidente l’ambivalenza che lega il Messico moderno al suo passato. Il mondo e il tempo Maya come inconscio di una nazione, rimosso e sepolto e dunque eternamente ritornante a rivendicare la propria centralità. Ma il film vale anche per come ci mostra un pezzo della sua borghesia media e aspirazionale degli anni Ottanta, la vita in una città residenziale non lontana dalla capitale chiamata Satellite voluta dai suoi architetti come un segno e un sogno della ipemodernità del paese. Ed è rivelatore il viaggio ad Acapulco, snodo turistico-internazionale, punto di raccordo e insieme di contaminazione tra il Messico e il resto del mondo, il mondo più cosmopolita, cinico e colto (non manca nemmeno la cartolina del tuffo dall’altissimo della scogliera). Anche se poi Museo troverà il suo scioglimento narrativo e il suo senso tra le pieghe nascoste della relazione-plagio tra Juan e l’amico devoto e sempre consenziente Wilson. Alla fine si resta ammirati per come il regista Alonso Ruizpalacios, che proprio alla Berlinale qualche anno fa aveva ottenuto visibilità e premi con il suo b/n Güeros, sappia muoversi lungo i binari del cinema di genere e insieme scavare nei cunicoli delll’inconscio del suo paese. Gael Garcia Bernal al solito autorevole e di massima efficienza interpretativa, benché in un personaggio di almeno 15 anni più giovane. E si rivede sempre volentieri il larrainiano Alfredo Castro, qui impassibile e inflessibile padre borghese dell’odioso discolo Juan.

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