Recensione: HITLER CONTRO PICASSO e gli altri. Il nazismo e l’arte. Al cinema il 13 e 14 marzo

Mostra sull’arte degenerata, Monaco, 1937

Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte. Con la partecipazione e la voce narrante di Toni Servillo. Di 3D Produzioni e Nexo Digital. Regia di Claudio Poli. Soggetto di Didi Gnocchi. Sceneggiatura di Sabina Fedeli, Didi Gnocchi e Arianna Marelli. Al cinema martedì 13 e mercoledì 14 marzo, distribuito da Nexo Digital (sul sito la lista delle sale).

Toni Servillo è il narratore

L’arte degenerata e quella di regime. Le razzie di capolavori in tutti i paesi europei occupati. I quadri sequestrati e trafugati a mercanti e collezionisti, spesso di origine ebraica. La loro legittima rivendicazioni, oggi, da parte degli eredi di chi fu allora derubato (e ucciso). Questo film di produzione italiana e livello internazionale va al cuore dell’ossessione che in vari modi legò il nazismo all’arte. Facendo luce su storie, fatti, personaggi, eventi non sempre così conosciuti.

Dopo la capitolazione nazista, soldati americani alle prese con la collezione privata di Goering

Sembrava una nicchia, rispettabile ma riservata a una strettissima minoranza. Invece quella dei film dedicati in vario modo all’arte si sta rivelando qualcosa di più per il nostro cinema, un segmento di mercato in crescita. Come dimostrano gli alti e credo insperati incassi per chi li ha distribuiti e/o prodotti, pur in una programmazione limitata a qualche giorno, di Loving Vincent (circa 2 milioni) e Caravaggio – L’anima e il sangue (in replica nazionale – come si usa dire a grande richiesta – il 27 e 28 marzo). Tutto è incominciato non molti anni fa con l’intuizione – all’inizia accolto con un certo scetticismo da addetti ai lavori e critici – di Nexo Digital che in Italia potesse esserci una consistente domanda di cinema sull’arte e con l’importazione, da parte della nuova casa di distribuzione milanese, di documentari legati a mostre straniere, soprattutto quelle allestite dai musei londinesi. Documentari mirabili per documentazione, autorevolezza, completezza informativa, rigore critico, e per abilità divulgativa, secondo la migliore e forse inarrivabile tradizione britannica. Nexo resta oggi il maggiore player italiano in questa speciale fascia di mercato (oltre che, è doveroso precisare, in altre), affiancando in alcuni casi alla distribuzione anche la co-produzione. Come dimostra questo nuovo Hitler contro Picasso e gli altri, quasi un paradigma produttivo. Documentario rigorosamente italiano anche se di sacrosante ambizioni internazional-globali, realizzato da 3D Produzioni e Nexo Digital in partnership a partire da un soggetto della giornalista Didi Gnocchi, e che verrà distribuito sempre da Nexo in 50 paesi. Che per il cinema italiano, inteso nella sua totalità sistemica, è un bel risultato, economico e non solo: anche culturale, anche di soft power. Premessa lunga ma necessaria, per dire come questo Hitler contro Picasso sia più di quello che mostra, testimonia, racconta, ricostruisce. Ma sia anche un modello promettente per la nostra industria dell’audiovisivo.
Il titolo (Hitler contro Picasso e gli altri) e il sottotitolo (L’ossessione nazista per l’arte) riflettono nella loro complessità il molto, forse il troppo, che di questo film è la materia. Si oscilla tra infiniti temi e sottotemi, tra piste documentarie diverse e non sempre così assimilabili benché tutte ruotino intorno all’asse portante dei rapporti – ora di fascinazione, ora di orrore, ora di rigetto, ora di appropriazione indebita e selvaggia – tra il Terzo Reich (e suoi leader massimi Adolf Hitler e Hermann Goering) e l’arte. Vasto territorio da indagare, tanto che ognuna delle aree affrontate avrebbe potuto da sola sorreggere una narrazione. Bisogna però riconoscere a Hitler contro Picasso di dipanare l’eccesso, talvolta l’ingorgo, di materiali e di storie con perizia, grazie a una sceneggiatura che ci accompagna abilmente lungo tutte le ramificazioni del tema centrale. Mai un attimo di noia, nei 95 minuti del docu, con la scoperta per lo spettatore di fatti, trame, personaggi non così noti e sempre di straordinario interesse. A partire dalla paranoica condanna-persecuzione hitleriana dell’arte cosiddetta degenerata, additata al pubblico disprezzo in una mostra passata alla storia a Monaco nel 1937, con opere che andavano dall’Impressionismo alle stagioni avanguardistiche e di modernità dei primi decenni del Novecento. Picasso, Chagall, Otto Dix, Emil Nolde, George Grosz. Arte che rifletteva nella sua forma la crisi, la dissociazione del nuovo secolo e che all’hitlerismo parve degradante in quanto negatrice della concezione classica e armonica della bellezza. E difatti le si contrappose l’arte di regime che celebrava i valori nazionali, la patria, la terra, il sangue ariano, i corpi dell’uomo e della donna tedeschi, raccolta e trionfalmente esibita in una mostra contemporanea e parallela sempre nella Monacao di Baviera del 1937. Con il caso paradossale di artisti presenti in entrambe. Le opere ritenute degenerate furono spesso razziate (insieme ad altre dell’arte europea dal Cinque all’Ottocento) a collezionisti e mercanti di origine ebraica. A suggerire subliminalmente ma non troppo l’equazione tra presunta degenerazione dell’arte e quella razziale. Ma non è, questo, che una trama, per quanto possente, del film. Perché molto altro viene aggiunto e raccontato. Come la caccia ai capolavori nei paesi europei invasi dai tedeschi, con approporiazioni, furti, trasporti in Germania, e depositi delle opere razziate in cunicoli sotterranei per tenerli al riparo dalla guerra. Il sogno di Hitler era quello di realizzare un super museo a Linz, nella sua Austria natale. Suo alleato e insieme rivale era il gerarca Hermann Goering, numero due del regime: rivale perché il suo obiettivo primo era di arricchire, lui appassionato-ossessionato d’arte, la propria collezione personale. E i documenti visivi su Goering e le sue proprietà sono tra le parti più interessanti del film, andando a rivelare una personalità complessa, insieme brutale e amante del bello (nota: la prima e defunta moglie cui Goering rimase devoto per tutta la vita non era, come si dice nel film, danese, ma svedese). Hitler contro Picasso non poteva non incrociarsi con il tema della distruzione degi Ebrei d’Europa, della Shoah. Raccontando le storie di mercanti e colezionisti di radici ebraiche cui furono sottratte, con ogni mezzo, opere fondamentali per la storia del continente tutto. Ricostruendo il tragitto dei quadri, delle sculture, degli oggetti trafugati, qualche volta spariti, altre volte riemersi dopo la guerra e la sconfitta nazista nei posti più impensati e in mani che non ti saresti aspettato. E il cuore del film, il suo baricentro drammaturgico e drammatico, sta nella lotta legale intrapresa dagli eredi di chi fu allora derubato e ucciso, per entrare in possesso del maltolto. Qualcosa che abbiamo già visto di recente nel film Woman in Gold con Helen Mirren, dove a essere rivendicato era un quadro di Gustav Klimt, e che qui si arricchisce di ulteriori trame, pezzi di storia, personaggi. Come l’incredibile caso scoppiato nel 2012 quando in un appartamento di un anzianissimo signore di Monaco, Cornelius Gurlitt, furono ritrovare decine e decine di opere, tra cui un Matisse-capolavoro, rievute in eredità dal padre Hildebrand, uno dei mercanti-faccendieri cui il nazismo era ricorso per le sue losche manovre intorno all’arte. Ecco, c’è davvero tanto in questo densissimo e sempre coinvolgente film, anche se si sarebbe preferita una focalizzazione su alcuni temi, come quello della rivendicazione delle opere trafugate, che già da solo è un’enorme narrazione. Toni Servillo fa da guida nei meandri della complicata e sfaccettata questione, prestando la sua voce anche per commenti e informazioni fuori campo. Un prodotto italiano che non ha niente di certa deteriore italianità, senza la minima traccia di provincialismo. Poi, certo, assai tradizionale e convenzionale nella sua fattura e nella sua lingua cinematografica. Didascalico, informativo. Agli antipodi di quanto da tempo si sta sperimentando nel campo del  documentarismo, dove si cerca di ridurre al minimo il commento e ogni didascalicismo per privilegiare la visione, il flusso, e lasciare parlare le immagini. Ma un tema così incandecsente forse è meglio affrontarlo nei modi più tradizionali, come si fa qui, tenendo d’occhio l’esempio dell’alta divulgazione inglese.

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