Rcensione: VISAGES VILLAGES, il documentario di Agnès Varda (e JR) che ha sfiorato l’Oscar

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=K0QCWPr252U

Visages Villages, un documentario di Agnès Varda & JR. Al cinema da giovedì 15 marzo 2018 distribuito da Il cinemaritrovato.
A 89 anni l’Agnès Varda gloriosa di Cléo dalle 5 alle 7 e Senza tetto né legge ha girato con il photoartist JR questo incantevole e freschissimo documentario. In giro per la Francia piccola dei villaggi a fotografare ‘la gente’ e incollarne le gigantografie su muri di case, pezzi di paesaggio, fabbriche attive o dismesse. Nominato all’Oscar ma non premiato purtroppo: ha vinto Icarus (l’Oscar la Varda se l’è preso sì, e proprio in questa edizione, ma alla carriera). Un miracolo che Visages Villages esca in Italia. Non perdetevelo, è stato una delle belle sorprese di Cannes 2017. Voto 8 e mezzo
Peccato, avremmo tanto voluto – per il film, bellissimo, e per lei – che l’Oscar per il migliore documentario andasse a Agnès Varda (e al co-regista JR) per questo meraviglioso Visages Villages, invece ha prevalso Icarus (sul doping russo). Ma non è il caso di lamentarsi: è già un miracolo che un docu europeo sia finito tra i cinque nominati finali. E però che occasione si è persa l’Academy di premiare, oltre all’ottantanovenne James Ivory oscarizzato per la migliore sceneggiatura non originale, quella di Chiamami col tuo nome, anche la sua coetanea Varda: solo otto giorni li separano, Varda è nata il 30 maggio 1928, Ivory il 7 giugno dello stesso anno. Vero, la regista esimia di Cléo dalle cinque alle sette e di Senza tetto né legge, la signora che col marito Jacques Demy formò una storica coppia nouvellevaguistica, il suo Oscar alla carriera se l’è preso proprio in questa edizione (consegnatole da Angelina Jolie settimane prima della serata), ma vuoi mettere la soddisfazione di prenderne un altro non da pensionata per quanto illustrissima ma per un lavoro fresco fresco sul campo?
La Varda dopo un bel po’ di anni di fiero autoesilio a sperimentare cinema di confine con la videoart circolato solo in qualche festival, is back!, e alla grande. A Cannes, dove Visages Villages è stato presentato lo scorso maggio fuori concorso (ed è stato per me, per dirla nei modi dei francesi tromboni, un coup de coeur), è stata osannata come un’icona, un monumento al cinema. E lei massimamente autoironica e allegra a non tirarsela mai, con quel suo caschetto bicolore ormai diventato il suo marchio (e a Cannes la si è vista passare un pomeriggio davanti alla Salle Debussy mentre noi si stava accalcati nella solita fila per non ricordo quale proiezione in attesa del benevolente permesso della security a entrare). Per questo Visages Villages, titolo giustamente non tradotto in italiano perché intraducibile, pena perderne l’assonanza e il gioco di parole – mentre in inglese si è trovata la soddisfacente soluzione di Faces Places -, si è alleata con il fotografo-artista JR, e il risultato è di una grazia, di un incanto diffcilmente rintracciabili nel cinema di oggi. Varda conferma il suo occhio nel riprendere-catturare persone, cose, paesaggi. Nel restituire la vita nel suo farsi. E però, anche, che forza e determinazione: dal film, che è un viaggio nella Francia chiamiamola minore, dai villaggi dal Sud al Nord dell’Exagone, emerge un’indomabile Varda decisa a esplorare il paese delle industrie e delle miniere dismesse, dei cantieri sopravvissuti alla concorrenza globale, dei contadini legati alla francesità profonda. Eccola con JR, un giovane uomo tra i trenta e i quaranta che godardianamente non si toglie mai gli occhiali scuri, battere le strade di Francia sul furgone (o camper?) di lui decorato come una grande macchina fotografica. Et pour cause, poiché JR si ferma come gli ambulanti o i nomadi o gli imbonitori o i giocolieri di un tempo nelle strade, nelle piazze, bivacca, fa salire sul suo furgono abitanti e passanti, li fotografa, sviluppa e stampa i ritratti in gigantografie in bianco e nero. Che poi incolla come enormi graffiti sui muri della case o altri spazi aperti, o su pezzi di paesaggio (compreso un bunker tedesco fatto rotolare sulla spiaggia). Varda lo accompagna, sceglie, consiglia, si impone. Ecco le file di case un tempo dei minatori del Nord che rivivono con le foto giganti di chi le abitò, ecco cantieri dove le enormi strutture vengono ricoperte e femminilizzate dai ritratti di mogli di operai. L’effetto è talvolta quello di ridare vita a zone morte, altre, all’opposto, di rendere fantasmatica e fantastica la più materiale e pesante realtà. L’intesa tra i due autori, pur così lontani per età e sensibilità, sembra totale, anche se con l’avanzare del film Varda assume sempre più un ruolo guida. Visages Villages è puro cinema che sperimenta e si interroga, che va oltre se stesso mescolando documentarismo a tracce di fictionalizzazione e narratività, e all’arte. E che questo sia opera (anche) di una quasi novantenne lascia stupefatti per freschezza di sguardo e curiosità. Alla fine – in un’escursione oltrefrontiera – vediamo Agnès Varda con JR a Rolle, il villaggio svizzero sul lago di Ginevra dove abita il grande eremita Jean Luc Godard, lontano amico e complice dei primi tempi di Nouvelle Vague (Varda fotografò le sue nozze con Anna Karina). La regista suona alla porta una, due, più volte. Invano. Il genio non apre, non appare. Peccato.

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