Berlinale 2018. Recensione: PROFILE, un film di Timur Bekmambetov. Lasciarsi conquistare (e reclutare) dall’Isis via Internet

Profile, un film di Timur Bekmambetov. Con Valene Kane, Shazad Latif, Christine Adams, Amir Rahimzadeh, Morgan Watkins. Panorama Special.
Timur Bekmambetov, il regista di Wanted e del Ben-Hur remakizzato, gira un film piccolo quanto deflagrante. Fondando un nuovo genere: il cinema chiuso nello schermo di un computer. Una giornalista londinese apre un falso account su fb per mettersi in contatto con i reclutatori dell’Isis. L’obiettivo è ricostruire come molte giovani donne europee siano finite tra i combattenti dell’esercito islamista. Ma la partita si rivela assai rischiosa e Amy, convinta di condurre il gioco, rischia di diventarne la preda. Film magnificamente orchestrato e tesissimo nonostante certe inverosimiglianze. Uno dei più amati dal pubblico della Berlinale che, votandolo in massa, gli ha fatto vincere la sezione Panorama, la seconda per importanza del festival. Voto 7 e mezzo

Il regista Timur Bekmambetov

Timur Bekmambetov? Sì, lui, il regista postsovietico, kazaco ma professionalmente russo, arrivato da Mosca a Hollywood un bel po’ di anni fa per girarci l’actionaccio Wanted con Angelina Jolie e poi i trashissimi eppure cultistici Abraham Lincoln cacciatore di vampiri e Ben-Hur (inteso come remake, ovvio). Regista muscolare, ma muscolare dentro, nell’interiorità, nel pensiero, nell’anima, nella (in)sensibilità, nella visione di cinema, come solo la Russia putiniana e qualche altra plaga al mondo – Sud Corea, Hong Kong – possono oggi produrre, perché ci vuole un background culturale acconcio, un humus propizio in cui tale visione possa germogliare. Adrenalina e fulgore fisico, clangore delle armi e furore dei corpo a corpo nei suoi film velocissimi, frenetici, che non sono un adeguarsi ai modelli del cinema americano ma un’importazione in quei modelli di una weltanschauung più primordiale, istintuale, bruta, connessa se non al culto almeno al rispetto della forza, e al machismo (anche incarnato da donne, ma sempre machismo). Eccessivo, estremo, barbaro eppure manipolatore sofisticato di ogni nuova chincaglieria e diavoleria tecnologica, Timur Bekmambetov (come si fa a non amare un regista che si chiama Timur?) è un unicum nel panorama del cinema. Pura espressione su grande schermo dell’eccezionalismo russo, dell’irriducibilità di quel mondo alle nostre convinzioni e al nostro bon ton civile. Purtroppo ho visto solo parte del suo capolavoro pre-Hollywood Night Watch – con quella riemersione nell’immaginario profondo-russo di fantasmi ferrigni e superomistici, gli stessi che scorgi balenare nei riti crudeli delle mafie causcasiche o nelle mitologie guerresche che avvolgono il paese – ma quanto ho visto è bastato per folgorarmi. Autore di un cinema della pura esteriorità, dell’effetto mirabolante, della forma che ingoia ogni pretesa contenutistica, del barocco aumentato dalle meraviglie digitali, Bekmambetov ha stupito a Berlino con questo film apparentemente minuscolo e di budget ridotto, tutto all’interno dello schermo di un computer (un MacBook, m’è sembrato). Salvo poi realizzare incredibilmente in un frame così angusto uno dei suoi film più survoltati e accesi, uno di quei film à la Bekmambetov che sono sostanze alteranti immesse proditoriamente nella nostra mente per indurci un’altra percezione.
Profile è uno dei titoli, tra concorso e le molte altre sezioni, che più sono piaciuti al pubblico alla Berlinale, che l’ha vistosamente, convintamente applaudito. Ed è stato il pubblico, attraverso il voto espresso con le schede distribuite all’entrata, a fargli vincere la sezione Panorama, la seconda nel ranking del festival. Con molti a chiedersi: ma perché mai non l’hanno messo in concorso al posto di certe ciofeche massime come Damsel o il (purtroppo) vincitore Touch Me Not? L’impressione è che Profile possa fare, dopo Berlino, molta strada e incassare e diventare un successo globale, al di là delle corpose riserve espresse da certa critica internnazionale. Se mai a ostacolarne la diffusione, specie in Italia e nei paesi dove il consumo di cinema è drogato dalla mala pratica del doppiaggio, è la sua intradicibilità dall’inglese in cui è girato. Non tanto per le voci, ma per la complessa partitura di suoni e scritture digitali – uso e abuso di chat, social e messengerie varie e whatsapp et similia -: un reticolo di finestre sovrapposte e cangianti da rendere impraticabile non solo ogni doppiaggio, ma temo anche ogni sottotitolazione (tranne, forse, quella extraschermo, ma anche in quel caso non tutto potrebbe essere restituito: vedremo che soluzione troverà l’eventuale distributore italiano).
Comunque vada, Profile si situa già alla fondazione di un genere – gli esperti del ramo citano come soli precedenti l’horror Unfriended e un film presentato al Sundance, Search, entrambi peraltro coprodotti dallo stesso Timur Bekmambetov -: un cinema dove la narrazione sta tutto all’interno, e sulla superficie, di uno schermo di computer. Dove i personaggi agiscono e i fatti si dipanano attraverso le interconnessioni visuali e di testo e di voce garantite dai social network, da Skype, da FaceTime, dal ricorso a Google e al suo infinito magma di nozioni e informazioni, insomma da quell’ambiente – solo virtuale? – che chiamiamo Internet. Profile è stupefacente, un’esibizione acrobatica del suo regista, per come da questi materiali e dispositivi riesca a costruire un racconto colossale e avvincente che ti inchioda per un’ora e mezza senza lasciarti fiatare. Oltre per come esplora e definisce una nuova estetica. Uno dei film più spettacolari e travolgenti degli ultimi tempi che si sviluppa tutto nelle luminescenze del Mac di una giovane giornalista di Londra. La quale, in cerca del colpaccio che la faccia ascendere nella scala dell’emittente per cui lavora, e le procuri fama e denaro, apre un falso account su Facebook per mettersi in contatto con i reclutatori dell’Isisi.
L’intenzione è quella di ricostruire in che modo e perché molte giovani donne, in Gran Bretagna, in Francia, in altri paesi d’Europa, abbiano negli ultimi anni abbandonato la banalità tranquilla delle loro vite per convertirsi all’Islam e poi raggiungere la Siria e arruolarsi nell’Isis, l’esercito jihadista che ha occupato fino all’altro ieri una porzione di territorio tra Mesopotomia e (quasi) Mediterraneo. Imponendo nel modo restrittivo e feroce che sappiamo, e che abbiamo visto attraverso i video di propaganda, la sharia, la legge islamica. La storia di Profile è ispirata a quella della reporter francese Anna Erelle (nome di copertura assunto quand’è dovuta passare in un programma di protezione a fine inchiesta), che sulla sua indagine via Internet sul reclutamento di giovani donne da parte dell’Isis ha scritto un libro. Per la verità, Profile non è il primo film a trattare il tema. Al Festival di Locarno 2017 s’era visto, se ricordo bene nella sezione Piazza Grande, il diligente e probo ma comunque inquietante Le ciel attendra, dove una qualunque adolescente di una qualunque città di provincia francese si lasciava irretire via web da un maschio reclutatore arrivando alla conversione e poi al viaggio fatale verso la Siria. Ma Timur Bekmambetov va molto al di là di Le ciel attendra, rendendo narrativamente esplosivo, talvolta alla lettera, quel processo di conquista di una coscienza, di una vita, da parte dell’estremismo-fanatismo jihadista. A interessarlo non è la questione in sé, ma il tasso di spettacolarità che se ne può ricavare, la quantità e la qualità di puro cinema che ne può derivare. Tutto è messinscena, tutto è finalizzato a indurre meraviglia e sbigottimento e angosce primordiali nello spettatore, in un film che per raggiungere il suo bersaglio è pronto a tutto, anche all’inverosimiglianza. Anche ad andare ben oltre il famoso patto di sospensione di credulità che chi entra nella sala buia tacitamente stipula sempre con il film che sta per vedere. Gli snodi narrativi di Profile sono quantomeno grossolani, ma perché fermarci a soppesarne il grado di attendibià quando possiamo abbandonarci senza resistenze alla fantasmagoria indotta dalla macchina delle meraviglie innescata da Bekmambetov? “Silly but effective“, scrive Peter Bradshaw del film sul Guardian, non senza ragione. Già. Com’è possibile che la giornalista Amy Whittaker – questo il nome della protagonista – non appena aperto il suo falso profilo facebook col nome improbabile di Melody Nelson in pochi minuti venga contattata dal recruiter massimo dell’Isis? Uno che si fa chiamare Bilel ed è naturalmente stanziato in Siria, in un qualche santuario dell’esercito islamista. Sì, certo, scrive su fa essere una neoconvertita all’Islam per attirare i falchi jihadisti, ma la pronta risposta, e senza la minima verifica, lascia comunque perplessi. Gli eventi e le svolte si susseguono vorticosamente, come negli action estremi di Bekmambetov, onde abbassare a zero la nostra soglia critica e convincerci dell’improbabile. Ma va bene così, ci si accomoda in questo film come sul rollercoaster, con il manovratore che ci fa provare tutto quanto ci aveva promesso, niente di meno.
Mentre sul Mac di Amy/Melody arrivano messaggi della capa jena in carriera che spinge per lo scoop, dal boyfriend agente immobiliare, dall’amica con penchant per i masculi veri, ecco che lo schermo esplode e si frantuma e frammenta come in un puzzle di tessere incongrue, mentre si moltiplicano dal Bilel che sta laggiù in Siria parole di seduzione e emoji di cuoricini e stelline e faccine e foto di gattini alternati a messaggi islamisti. Si resta incantati da come Bekmambetov inventi incessantemente cinema con i nuovi linguaggi della rete e i suoi infiniti dispositivi e applicativi. Facebook, FaceTime, Google, Google Earth, Google Maps, Google Translator, Spotify, iTunes, YouTube, Skype, Instagram. Mondi opposti e lontani si connettono e fondono sullo schermo di un laptop, incroci e sovrapposizioni e cortocircuiti vertiginosi tra partite di pallone giocate dagli islamisti a Raqqa, i video di propaganda con tagli di testa di ostaggi, sventolii di bandieri, litanie e preghiere, e i pezzi di vite emancipate e postmodernizzate nella globalista Londra, la frenesia degli studi televisivi in cerca di scoop e audience, l’alienazione delle folle solitarie svoltate in culto dei piaceri e nei nuovi narcisimi. Che momenti di cinema, e fa niente se le inverosimiglianze si accumulano, mentre Amy – che si crede in controllo della partita e invece ne sta diventando la preda – affonda man mano nella rete tesagli da Bilel. Lei si mette l’hijab per rendersi credibile agli occhi del reclutatore (ecco, inverosimiglianza: possibile che Bilel non le faccia un paio di domande semplici semplici per verificare se la conversione sia vera o millantata?). E comincia la schermaglia via Skype o fb in cui ognuna delle due parti ha un obiettivo e cerca di perseguirlo a ogni costo. Ma l’intuizione vincente di Bekmambetov sta altrove, nell’impostare l’intera partita tra Amy e Bilel come una seduzione. Ti amo, sei mia, sei l’unica, sarai mia moglie, ti voglio qui con me in Siria, vivremo felici, questa sarà la nostra casa. Ed è incredibile come la scafata londinese giornalista in carriera si lasci irretire e quasi (quasi?) convincere. Ma è anche il bello di Profile, questo progressivo affidarsi di Amy, al di là di ogni ragionevolezza, a uno sconosciuto che sta a migliaia di miglia di distanza, incapsulato in un altro e pericoloso universo, e che pure come uno sciamano sa entrare nel suo inconscio e manipolarlo. Cederà Amy a quel corteggiamento interessato? O è corteggiamento disinteressato? E se davvero lui fosse innamorato di lei? I dubbi si accumulano, tutto diventa sempre più ambiguo e sfumato, non sai più se Amy finga o davvero è diventata il suo alter ego Melody. A rendere vincente il film è anche Shazad Latif, attore britannico di radici pakistane che è un memorabile Bilel. Di una fisicità dirompente e irresistibile, bravissimo nel giocare su più registri, dall’insinuante-seducente al feroce-brutale. Scene che non si dimenticano: il matrimonio islamico via Skype; lui che celebra l’amore per Amy/Melody disegnando nel cielo di Siria a colpi di kalashnikov un cuore. Sperando che qualcuno non copi l’idea per una santavalentinata.
Non sto a dire come si sviluppa e svolta la storia, ci mancherebbe. Dico soltanto che i colpi di scena e i rovesciamenti si susseguono senza sosta, fino al non scontato finale. Cinema malsano? Che punta alle viscere cercando di ibernare le cellule neuronali dello spettatore? Sì, forse. Però esperienza di vero cinema immersivo che ci induce – a visione conclusa – anche a qualche utile pensamento su come siano fragili le linee di difesa di fronte al male e come siano molte le armi a disposizione del Grande Tentatore, e come non sia così scontato resistergli. Profile, senza metterla giù dura, anzi dichiarando come proprio scopo solo lo spettacolo, finisce col dirci che la partita che si gioca oggi tra Occidente e Islam jihadista non ha a che fare solo con la sfera della freda razionalità, ma anche, soprattutto, con quella pulsionale. Sarà meglio attrezzarsi.

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