Film stasera in tv: INTERSTELLAR di Christopher Nolan (giov. 15 marzo 2018, tv in chiaro)

Interstellar, Italia 1, ore 21,15. Giovedì 15 marzo 2018.
Interstallar
, un film di Christoper Nolan. Sceneggiatura di Jonathan Nolan e Christopher Nolan. Con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Bill Irwin, Ellen Burstyn, John Lithgow, Michael Caine, Casey Affleck, Matt Damon. Musiche di Hans Zimmer. Direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema.

IS211-700x466Torna il re dei cinecolossi con l’anima (e un pensiero), Christopher Nolan. Nei momenti migliori il suo Interstellar è il più bel film di sci-fi cosmica dai tempi di Odissea nello spazio di Kubrick e Solaris di Tarkovsky. Un viaggio oltre i confini del tempo e dell’universo che è, come Inception, discesa negli abissi dell’inconscio. Film che sfiora il sublime, ma zavorrato purtroppo da un sentimentalismo d’accatto, da dialoghi melensi e/o sentenziosi, da spieghe pseudoscientifiche. Turarsi le orecchie e potenziare la vista: Interstellar funziona magnificamente come fantasmagoria sensoriale, come esperienza dell’ignoto e del mistero. Facendo la sommatoria dei più e dei meno: Voto 7
123368_galChe dire di un film tra i più attesi dell’anno? Uno di quei colossi alla, e di, Christopher Nolan con dentro un’anima e un pensiero, non omologabili nella loro voluta e talvolta orgogliosamente esibita complessità narrativa alle pur pregevoli ma inesorabilmente piatte e iperlineari macchine da spettacolo oggi in circolazione sui nostri (sempre più larghi e maestosi) schermi. Dico che si rimane conquistati da Interstellar come infanti davanti agli spettri cangianti del teatro delle ombre, o a un caleidoscopio, ma non così convinti. All’anteprima stampa di ieri sera (martedì 4 novembre), solo due giorni prima dell’uscita in sala, qui a Milano signora mia c’erano tutti ma proprio tutti, anche giornalisti e firme che di solito se ne stanno a casa e disdegnano, a certificare che di vero evento si trattava, mica di cosa qualsiasi. Alla fine delle quasi tre ore (168 minuti a essere fiscalmente, eleveticamente precisi) si è usciti prostrati, oltretutto in una piovosa e plumbea sera autunnale lombarda, ma per niente annoiati. Il film tiene benissimo, avvince come poche volte è capitato ultimamente, tant’è che non s’è sentito in sala un respiro, un sospiro, un uffa, un basta, un eccheppalle, segno inequivocabile dell’abilità ipnotica di cui anche stavolta Nolan ha dato prova. E però si esce pure abbastanza incazzati, per il capolavoro che Interstellar sarebbe potuto essere, che in qualche passaggio ti sembra che sia, che ti lascia intravedere più volte, ma che non è. Nei momenti migliori, che sono tanti, Interstellar è il più bel sci-fi cosmico dai tempi remoti di Solaris di Tarkovsky e del kubrickiano 2001, Odissea nello spazio, peraltro citato e riverito in infiniti modi, attraverso il robot onnisciente e umano, le danze delle navicelle nel profondo niente, le psichedelie degli sprofondi in mondi lontani. Lo dico da uno che non ama il genere, che solo a sentir parlare di viaggi negli interstizi spazio-tempo e non-siamo-soli-nell’universo e ciance simili dà fuori di testa, e che sopporta tutt’al più la fantascienza quando la butta sul lato umano e umanistico e, ebbene sì, pure un po’ sul pensoso e il filosofale, tant’è che ho sempre destestato quel giocattolone, quella pur perfetta machina celibe e vacua che è Star Wars, antenato di ogni degenerato e glaciale videogame, e ho amato se mai di quegli anni Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ecco, Interstellar è di quella sci-fi lì che si interroga e ci interroga, si fa domande e si dà pure delle risposte, e osa, magari sfiorando il ridicolo e cascandoci dentro (e qui ci si casca più di una volta), addentrarsi nei labirinti psichici riuscendo a condensare, solidificare in cinema le nostre zone più oscure. Con un andamento solenne e perfino ieratico nelle grandi scene del viaggio nello spazio, fasi di sospensione e incantamento, e sempre con il potere di evocare un qualcosa oltre noi e al di là di tutto. Solo che Christopher Nolan, molto più che in Inception (cui Interstellar somiglia nell’esplorazione di dimensioni altre e plurali) e nella trilogia del Cavaliere oscuro, spinge stavolta su un registro patetico-sentimentale che francamente non gli si conosceva, non in questa misura almeno, esagerando in lacrime, melodrammi familiari, dialoghi – specie tra padre e figlia, il nucleo irradiante della narrazione e anche il suo asse di sviluppo – di un sapore mielato francamente imbarazzanti, aggravati da un doppiaggio che, nella sua tonalità dominante, mi è sembrato sciagurato (ma dovrei vedere la VO per esserne certo). Perfino quello che è probabilmente il miglior attore oggi in circolazione, Matthew McConaughey, non ce la fa a essiccare e virilizzare come sarebbe necessario il suo personaggio così gravato da fardelli psicologistici – personaggio che è protagonista assoluto, in scena quasi senza interruzione -, non ce la fa a salvarlo dall’umido del larmoyant. Una zavorra che, se non basta ad affondare il film, gli impedisce però di volare alto come avrebbe potuto. Peccato.
Ma se ci turiamo le orecchie, se non ci curiamo di certi dialoghi ampollosi, ridondanti, sentenziosi e inascoltabili (comprese le troppe spieghe tecnoscientifiche, un vizio non nuovo in Christopher Nolan e nel suo fratello sceneggiatore Jonathan, vedi Inception), se alle voci di questo film così ossessivamente parlato – um filme falado, per dirla con De Oliveira – privilegiamo la visione, i movimenti lenti e avvolgenti della macchina da presa e degli oggetti spaziali che ballano e roteano sullo schermo, e lo stesso andamento frastagliato e sinuoso della narrazione, ci renderemo conto della grandezza di Interstellar. Film impiantato dentro una storia semplice e unidirezionale al suo inizio e poi sempre più stratificato, fino a produrre deviazioni, fughe, percorsi alternativi, fino a ramificarsi in una di quelle reti nolaniane che ti imprigionano come un ragno, salvo poi semplificarsi convergendo su un punto finale, uno solo. Nessuno oggi nel cinema sa come Nolan tenere insieme il grande e il piccolo, connettere l’immenso al microscopico, il dentro (alle persone, ai mondi, agli ambienti) al fuori, e passare dalla dimensione intima a quella epica, lasciando intendere come l’una sia l’estensione dell’altra. Sicché Interstellar si configura come la gigantografia, la mappa in più dimensioni (fino alla quinta di cui si parla e che il regista cerca di farci intuire in una delle sue più belle invenzioni visive, e mi riferisco alla scena in sottofinale del protagonista approdato oltre ogni orizzonte conosciuto) di quello che sta nel fondo più profondo dell’individuo. Cosmo come immagine e proiezione septtacolarizzate del microcosmo in noi. Assai junghiano, più che freudiano. Junghiano Nolan lo è anche nel suo considerare l’individuo più come parte di un insieme, di un collettivo, che come singolarità, e difatti la salvezza non dell’uno ma della specie umana tutta è uno dei temi forti intorno a cui si impernia Interstellar.
Siamo in un futuro molto vicino, forse già domani. La Terra si sta inaridendo, le risorse di cibo vengono a mancare prima per una misteriosa plague, poi per una siccità che produce tempeste di sabbia devastanti. Tutto si sta seccando, pietrificando, perfino gli stessi corpi umani, destinati tutti a morire se non si troverà una soluzione. Un’apocalisse lenta e progressiva che gli autori ci mostrano attraverso la difficile vita familiare in una piccola farm nella grandi pianure americane, con un padre vedovo di nome Cooper (Matthew McConaughey), già ingegnere e pilota spaziale, un nonno, un figlio e una figlia (di nome Murhpy come la legge di, ma detta Murph) adolescenti. Strani fenomeni, strane presenze nella camera-biblioteca della casa, segnali di sabbia che padre e figlia, cementati da un legame assoluto, riescono a decodificare come coordinate di un luogo sconosciuto. Ma chi è quello che Murph chiama fantasma e abita quella stanza? E cosa c’è nel punto indicato dalle cordinate? Padre e figlia ci vanno, e troveranno una base segreta della Nasa. Ente spaziale che ufficialmente era stato spazzato via molti anni prima per compiacere un’opinione pubblica sempre più impoverita e impaurita dalla crisi che non avrebbe più tollerato ingenti investimenti in ricerche cosmiche. Invece eccola attiva in incognito e, ai comandi del vecchio professor Brand (Michael Caine), progettare una soluzione per traslocare l’umanità ormai condannata dal pianeta Terra in un qualche mondo abitabile lassù negli spazi siderali. Hanno mandato sonde a esplorare nuovi possibili universi, hanno mandato missioni. Da tre degli astronauti – nessuno di loro è mai tornato – hanno ricevuto segnali e messaggi di pianeti che potrebbero ospitare gli umani in fuga. Ma bisogna saperne di più, bisogna mandare un’altra spedizione per capire quale punto possa diventare la nuova Terra. Sarà Cooper a pilotare l’Endurance, tale il nome della starship, con lui la figlia di Brand (Anne Hathaway), due scienziati dell’equipaggio più robot intelligenti e simpatici. Pronti, via. Sarà davvero l’inizio di una odissea nel tempo e nello spazio, tra rischi enormi, scoperte sconvolgenti, e pure conflitti e tradimenti tutti interni alla parte di umanità in viaggio. Questo è il meglio del film, ciò che lo pone ai vertici della spettacolarità del cinema anni Duemila. Nessuno come Nolan sa accompagnarci e scagliarci letterlamente nello spazio, sorprenderci, ammutolirci, incantarci. Non moltiplicando effetti ed effettacci, non popolando lo schermo di creature mostruosamente aliene, ma facendoci respirare, semplicemente, l’immenso e l’ignoto. Con i suoi umani – umani come noi, umani che siamo noi – vaganti nel nulla forse con una meta forse no. Ancora una volta ci sbalordisce costruendo e mostrandoci universi colossali che soverchiano e stritolano l’individuo, stavolta un pianeta di ghiacci che si protendono e trafiggono come artigli o punte di lancia, e con quell’oceano con all’orizzonte onde giganti. Sembra l’ultimo livello dell’inconscio di Inception, e difatti lo è. Si va lassù per andare giù, nel profondo nostro, si parte verso l’infinitamente grande per approdare all’infinitamente piccolo. Alla fine scopriremo che l’obiettivo di quel nuovo Ulisse che è Cooper è Itaca. Che quell’andamento a spirale e perfino a frattale è in realtà un periplo, una perfetta circolarità. Matthew McConaughey è il dominatore del film, consegnandoci un eroe credibilmente contemporaneo, solo che i sacrosanti punti di fragilità che la sceneggiatura gli disegna addosso a evitare ogni effetto super eroistico sono francamente più del necessario. Avremmo gradito meno commozione e toni più asciutti. A Anne Hathaway tocca la parte meno risolta, quella della co-comandante della starship, personaggio monco, come appena abbozzato. Dovrebbe essere il contraltare dialettico a Cooper, la portatrice di un’altra storia, di un’altra visione, ma non diventa mai una vera antagonista. E tra i due non c’è nemmeno una storia d’amore. Un personaggio non così essenziale. Jessica Chastain è invece la figlia Murph diventata grande, sempre innamorato del suo papà che se n’è andato via, sempre incazzata per essere stata abbandonata da lui. Appartiene tutta a quel côté di melodramma familiare che è la parte più debole di Interstellar. Il quale, a continuare con l’elenco di limiti e difetti, ha anche una parte iniziale troppo lunga e minuziosa, e non tutta così necessaria. Quando si ingrana e finalmente si va nello spazio è già passata un’ora. Troppo. Comunque, gran sequenza cinefila di apertura con una jeep che corre in un campo di mais e nel cielo un drone, ricordo e citazione dell’inseguimento di Cary Grant in Intrigo internazionale di Hitchcock.

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