Recensione: RACHEL di Roger Michell. Una grande Rachel Weisz non basta a salvare il film dai manierismi

Rachel, un film di Roger Michell. Con Rachel Weisz, Sam Claflin, Iain Glen, Holiday Grainger, Simon Russell Breale, Pierfrancesco Favino.
Seconda cineversione, dopo quella del 1952 con Olivia de Havilland, di uno dei più riusciti romanzi gotico-noir di Daphne du Maurier. Cornovaglia primo Ottocento: chi è Rachel, la misteriosa donna venuta dall’Italia? Una profittatrice o un’innocente perseguitata dai sospetti? Un film che sarebbe potuto diventare un notevole pezzo di cinema del sospetto, dell’ambiguità, della minaccia, o un fiammeggiante melodramma di passioni radicali, e che invece non va oltre il solito period movie inamidato e in crinoline. Peccato, anche perché viene sprecata una magnifica Rachel Weisz, mai così brava e in parte. Voto al film: 5+. Ma 8 a Rachel Weisz
Decoroso e decorativo film per signore che poteva essere qualcosa (molto) di più: un pezzo di cinema dell’ambiguità alla Losey-Pinter o alla Hitchcock, ma che un regista diligente e solo buon mestierante come Roger Michell (Notting Hill e il recente Le week-end) inchioda inesorabilmente al suo genere e ai suoi limiti. Limiti di prodotto da domenica pomeriggio al cinema con le amiche, con tutti i vezzi e vizi e manierismi del bel film d’epoca di ambiente british, e dunque potete immaginare i castellotti country, le trine e le tappezzerie, i cavalli e le scuderie, le tazze da té, l’erica, le brughiere e le scogliere. Quel repertorio che, se non travalicato e sublimato in un altro cinema, in un cinema superiore, diventa una corazza imperforabile, un’inamidatura che irrigidisce un film impedendogli di respirare. Dio ci salvi da film dove a dominare incontrollati sono scenografi e costumisti. Peccato, perché con un personaggio come quello di Rachel, inventato dalla Daphne du Maurier di Rebecca e Gli uccelli nel suo romanzo Mia cugina Rachele (1951), si poteva stavolta andare molto più in là a evocare minacce e fantasmi e paranoie della mente, oltretutto potendo contare su un’attrice magnifica come Rachel Weisz, mai così brava e in parte. Che da sola, quasi contro la piatta regia di Michell, riesce a dare profondità e una luce oscura al personaggio suscitando brividi in platea. Ma che non ce la fa, non può farcela solo con le proprie forze a far decollare Rachel.
Inghilterra, primo Ottocento. Philip, giovin signore di campagna (siamo in Cornovaglia), parte per Firenze dopo aver saputo della misteriosa morte laggiù del cugino, l’uomo che lo aveva cresciuto facendogli da padre. Una lettera speditagli dal morituro lanciava sospetti su Rachel, la donna conosciuta in Toscana poi diventata sua moglie. Ma a Firenze Philip non riesce a sapere molto, nemmeno a incontrare Rachel che nel frattempo ha fatto perdere le proprie tracce. Sicché i sospetti su di lei si ingigantiscono: che abbia circuito e ucciso il cugino? oppure quella lettera allarmante era solo il delirio di un uomo minato nel corpo e nella psiche dalla malattia? Sarà la stessa Rachel a ricomparire dal nulla, e proprio in Cornovaglia. Con Philip che ne resta soggiogato. E Rachel, ospite di Philip nel maniero, a poco a poco ne diventa la padrona di fatto, mentre il giovane uomo, innamorato di lei, abbassa ogni difesa e le si consegna. Ci saranno storie di eredità contese, di soldie e gioielli che passano di mano in mano, di testamenti sospetti. Chi è davvero la cugina Rachel? Una dark lady che dopo aver rovinato il marito ora si appresta a fare altrettanto con il di lui ingenuo, giovane cugino? Una mantide religiosa che si è sbarazzata del consorte o solo una donna perseguitata da una cattiva quanto immeritata fama? Mezza italiana com’è, accende subito lì nella selvaggia Cornovaglia odi e passioni, c’è chi l’adora subendone il fosco fascino mediterraneo e chi la considera una strega. Il film è Rachel, è la sua protagonista, è la sua ambiguità, la sua doppiezza, la sua indecifrabilità. Rachel, sospesa tra colpa e innocenza. Fino a ua chiusura che è un colpo di scena rimarchevole, una frustata, come solo una signora del mystery quale Du Maurier poteva apparecchiare. A conferma che questo è l’anno (cinematografico) degli avvelenamenti con mezzi naturali: dopo i funghi letali di L’inganno di Sofia Coppola e Il filo nascosto di Philip Thomas Anderson, dopo le bacche tossiche con cui la protagonista del noir indonesiano Marlina, omicidio in quattro atti (distribuito da Lab 80) si sbarazza dei suoi stupratori, ecco qui in Rachel il gran ricorso a tisane di erbe tutt’altro che risanatrici. Ed è coincidenza significativa, o forse un ritorno del rimosso che meriterebbe una qualche analisi, questa centralità in tante trame degli intrugli stregheschi, e proprio nell’anno in cui il sistema cinema eleva a totem la donna-angelo insidiata dalle molestie e dagli sporchi desideri maschio-fallocratici.
Si sarebbe voluta una messinscena meno convenzionalmente sontuosa e più asciugata, più sobria, una regia che stesse addosso ai personaggi e ne restituisse tortuosità e tormenti. Che facesse di questo nero-gotico un’arena di corpi e anime affondati nel fango e avvolti nella penombra. Ma ci sarebbe voluto un autore consapevole e con idee, che qui clamorosamente manca. Che occasione sprecata. Non c’era bisogno di vellicare il pubblico femminile dei Dowton Abbey e The Crown (comunque superiori a questo) con l’ennesimo prodotto in crinolina. Quanto era riuscito (abbastanza) l’anno scorso a William Oldroyd con Lady Macbeth, smontare e decostruire il period drama inglese svoltandolo in teatro della crudeltà, qui purtroppo non si ripete. Ma la performance di Rachel Weisz vale comunque l’acquisto del biglietto (quando arriverà in Italia Disobedience, con lei e Rachel McAdams e con alla regia il cileno Sebastian Lelio appena premiato con l’Oscar per Una donna fantastica?). Nella parte di un avvocato fiorentino dai molti segreti, e assai ambiguo, c’è un perfetto Pierfrancesco Favino, che da un po’ compare in ruoli collaterali in film anglofoni. Quando gli daranno un personaggio più consistente? Intanto, Rachel mi ha fatto venir voglia di vedere la prima versione cinematografica del romanzo di Daphne du Maurier, Mia cugina Rachele, anno 1952, con Olivia de Havilland nel title-role e Richard Burton al suo primo film americano. Chissà mai che non sbuchi una sera o l’altra nei palinsesti pazzi di Capri Television.

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