Recensione: UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA, un film di Sean Baker. Vite fuori Disneyworld

4395261.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUn sogno chiamato Florida (The Florida Project) di Sean Baker. Con Brooklynn Prince, Bria Vinalte, Willem Dafoe. Al cinema da giovedì 22 marzo distribuito da Cinema di Valerio De Paolis.
172801.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxNei non-luoghi intorno a Disneyworld, un residence clamorosamente fucsia che è un concentrato di fuori casta, uno specimen dell’America più derelitta. Una madre single, una figlia di sei anni e la loro selvaggia, vitalistica lotta per farcela. Travolgente. Grande scoperta a Cannes-Quinzaine e uno dei successi indie dell’anno. Wllem dafoe candidato all’Oscar come best supportin actor (poi andato a Sam Rockwell). Voto tra il 7 e l’8
5510175.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxFragorosamente applaudito alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, benissimo accolto alla sua uscita americana, uno dei film indipendenti più clamorosamente riusciti dell’anno, e dei meno malmostosi e più amichevoli verso il pubblico. Opera del regista americano ultra-indie Sean Baker si era visto al Festival di Torino qualche anno fa il vitalistico Tangerine, due trans del Sunset Boulevard losangelino in una giornata balorda in cerca dello stronzo ex di una delle due. Con la peculiarità, di cui molto si parlò, di essere girato con l’iPhone, con una resa tecnica e visiva stupefacente (adesso ha ripetuto l’impresa Steven Soderbergj girando – intanto ci son stati gli aggiornamenti – con l’iPhone 7 il bellissimo Unsane dato un paio di settimane fa fuori concorso alla Berlinale).
Sean Baker conferma con The Florida Project di prediligere gli ambienti marginali con sempre venature tossiche (orami la dipendenza da sostanze è come quella dalla grappa di certe aree alpine e subalpine di mezzo secolo fa: un dato ineliminabile del paesaggio dis-umano d’Occidente), la povera gente dell’America disgraziata, e però senza lamentosità né ambizioni di denuncia sociale. Solo seguendo, anche amando, i suoi travolti e stravolti personaggi. Che in questo The Forida Project sono una bambinetta di sei anni assai sveglia, Moonee,  e la sua madre scombinata e interrotta di nome Halley, forse tossica, di sicuro prostituta all’occorrenza, del cui passato niente sappiamo, solo il presente. Che è abitare con sua figlia in uno squallido e però vistoso motel di colore viola, The Magic Castle, a Orlando, Florida, ai margini di DisneyWorld, calamita irresistibile per l’America profonda. E arrabattarsi, inventarsi la vita ogni giorno per tirar su quanto occorre per campare e pagare l’affitto. Intanto Mooneee con i suoi due amichetti vive come una selvaggia, gioca a giochi maleducati e sconvenienti, esplora a modo suo il mondo. Intorno un’umanità derelitta, governata e tenuta sotto controllo per quanto è possibile dall’eroico custode-manager del building, un perfetto Willem Dafoe in una personaggio finalmente non carogna. Si fatica delle volte a stare dalla parte della madre e anche della figlia, troppo chiassose, selvagge, ineducate, ma si resta ammirati da come Baker senza smancerie sbalza fuori il ritratto di questa madre sciagurata eppure amorevole e protettiva verso sua figlia. Finale alla 40o colpi, con DisneyWorld e i suoi castelli al posto del mare. Film al quale per un po’ si fatica a voler bene, ma che poi ti travolge.

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