Un film-capolavoro stasera (tardi) in tv: LADRI DI BICICLETTE di Vittorio De Sica (lun. 19 marzo 2018, tv in chiaro)

Ladri di biciclette, Cine Sony (55 dt), ore 0,55. Lunedì 19 marzo 2018.
Bicycle-ThievesBicycleThieves2Pietra miliare del cinema, della sua storia. Vertice del neorealismo partecipativo-emozionale di Vittorio De Sica, diverso, se non lontano, dall’asciuttezza quasi fenomenologica di Rossellini. In comune tra i due, l’uscire per strada e filmare la realtà per come si presenta, senza riprodurla in un teatro di posa. Una rivoluzione, e una rivoluzione italiano. Da allora, è non è un’esagerazione, il cinema non è più stato lo stesso. Ladri di biciclette, anno 1948, scritto ovviamente da Cesare Zavattini, l’indispensabile alter-ego del De Sica di quella stagione, ha la forza semplice ed esplosiva dei grandi racconti alla Dickens, una storia universale di povertà, dignità, di un padre e di un bambino che lottano per una vita decente. L’hanno visto nei più remoti angoli del pianeta, e l’hanno amato, hanno applaudito e pianto. Racconta Christian De Sica che una volta in Mongolia, sapendo che era il figlio del regista di Ladri di biciclette, quasi lo abbracciarono. In Mongolia. Un film che è stato studiato, riprodotto, rifatto mille volte, in Iran, in India, in Egitto, ovunque ci fosse bisogno di raccontare una storia di ultimi, di diseredati in cerca di dignità. Neorealismo-melodramma, se vogliamo anche neorealismo con la lacrima, però che gran film resta, ancora oggi, Ladri di biciclette. Un uomo, un padre, trova finalmente lavoro come attacchino nell’affamata Roma post-bellica. Ma gli serve una bicicletta, non può fare quel lavoro senza bicicletta. Disperato, ne ruberà una. Lui fermato ai carabinieri, e il figlio che si dispera e piange e grida, come si fa a dimenticare una scena così? un cinema così? Patetico, sì patetico. Però guardate con che rispetto De Sica, con che pudore, tratta i suoi personaggi, come il suo sguardo si adagia su persone e ambienti. Come De Sica non ce ne sono più, non più con quella trasparenza di sguardo, con quell’affetto per tutto ciò che è umano, irresistibilmente umano. Oscar come migliore film straniero. Rivedere e, perché no, piangere. Mica c’è da vergognarsi.

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