Recensione: READY PLAYER ONE, un film di Steven Spielberg. Celebrazione del cinema come macchina delle meraviglie

Ready Player One, un film di Steven Spielberg tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline. Con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, Mark Rylance, Lena Waithe, Simon Pegg.
Dopo The Post Steven Spielberg ritira fuori il mago giocoliere che c’è in lui, quello di Jurassic Park e Lo squalo. E monta un immenso spettacolo prendendo a prestito, e come pretesto, un racconto qualsiasi e di non grande interesse sulla realtà virtale. Dove un ragazzino si addentra con il suo avatar in un mondo virtual-parallelo per impossessarsi di un tesoro. Storia fiacca, ma messinscena grandiosissima, Una lezione sul cinema come la migliore macchina delle meraviglie possibile. Voto 7 e mezzo
Si sono già versati fiumi anzi cascate di inchiostro digitale su questo film, anche solo contando le recensioni italiche, sicché mi ritrovo tra gli ultimi a scriverne. Con da una parte nerd, geek, altri tipi di intossicati tecnologici e underground critique compatti nel celebrarlo come un capolavoro, un film svolta nei colossi a effetti special-digitali, il film che riassume e supera e sublima tutti i precedenti in un ricominciamento del genere. Dall’altra la critique più tradizionalista, ammodo e prudente, perlopiù cartacea ma non necessariamente, che si è ritratta confusa e infastidita da tanto sbrang-sbrang e maleducato fracasso, dalle volgari battaglione e guerre dei robottoni e mostri, lamentandosi della frenesia, della giocattoleria parossistica ecc., posizione mirabilmente rapresentata da Natalia Aspesi nella sua ormai celebre opinione su Repubblica: “Il mio amico e io siamo usciti barcollando, lui col mal di testa, io (antichissima) in fiamme e con un apparecchio acustico saltato”.
Il rischio come in altri casi è quello della guerra santa tra fazioni cinefile opposte ma ugualmente fanatizzate, con i social quale terreno di scontro e di accuse e attacchi incrociati. Come se non fossero solo film. Certo che Steven Spielberg ha deluso chi lo ama per i suoi lavori alti, seri e engagé, da Salvate il soldato Ryan e Schindler’s List fino a The Post passando per Il ponte delle spie e il meraviglioso Lincoln (capolavoro del cinema degli anni Duemila). Preferendo stavolta ritirare fuori il suo lato (quello prevalente?) di mago giocattolaio. Tornando a essere colui che ha reinventato alla fine degli anni Settanta –  insieme a George Lucas – il cinema popolare per traghettarlo dalla New Hollywood fondata sulle star e il realismo al fantastico e all’entertainment puro dove gli effetti speciali prendono il potere sulle presenze umane e non lo mollano più. Se oggi Hollywood, o quel che ne rimane (dove sono le major?), è il superoistico, è l’action survoltato ai limiti dell’oltre-realismo, è il monster movie, è perché lui ha fatto in altri tempi quel che sappiamo, dallo Squalo a ET a I predatori dell’arca perduta a Jurassic Park. E però di questo Ready Player One, pur cadendo ammirati di fronte alla sapienza registica di Spielberg, non si può non rilevare la gratuità. L’autoreferenzialità. L’incapacità di elevarsi al di sopra di se stesso, di trascendere il proprio immediato dato narrativo in una trama più potente e ricca di senso. Anche rivedendoli oggi, Jurassic Park e Lo squalo continuano a sconvolgerci per l’enormità di suggestioni e echi e rimandi che sanno ricreare, trasformandosi in metafora, simbolo, rappresentazione di qualcosa di più grande, profondo, oscuro, misterioso. Niente di tutto questo in Ready Player One, che rimane sempre e nonostante tutto inchiodato al proprio essere un videogame portato al cinema, con tutta la unidimensionalità e non-complessità del genere. Difatti, ridotta al suo scheletro narrativo, la storia di RP1 altro non è che quella di un ragazzetto che attraverso il proprio avatar gioca un torneo virtuale (l’ambiente è quello della VR) con in palio una posta altissima, e che si snoda in tre segmenti, tre step. Superando ognuno dei quali si riceve una chiave. E solo dopo che le si è conquistate tutte si potrà accedere al sancta sanctorum dov’è custodito il tesoro. Ora, vi pare che un intreccio tanto basico e semplificato, dove si riconoscono infiniti echi e ricalchi di antiche come di moderne e postmoderne saghe, possa essere di suo davvero interessante? E non basta a farci battere il cuore, e nemmeno a indurci a pensose considerazioni e riflessioni narratologiche, il fatto che si alluda pesantissimamente alla ricerca del Santo Graal assegnando all’avatar del ragazzo Wade Watts il nome di Perzival, insomma Parsifal. Perché quella dell’eroe alla conquista delle tre-chiavi-tre resta storia di disarmante e irrimediabile banalità (e non saprei dire quanto ne siano responsabili gli sceneggiatori o l’Ernest Cline autore del romanzo – che non ho letto e non leggerò – da cui è tratto il film). Ora, di fronte a tanta pochezza, e all’impossibilità di spingersi a una qualche altitudine metaforica, Steven Spielberg punta tutto sulla messinscena grandiosa e anche magniloquente, sull’orpello, sull’ornamento, sull’eccesso, baroccheggiando come non mai e allestendo un Teatro delle Magie e delle Meraviglie come solo lui può e sa. E naturalmente è bello, bellissimo, abbandonarsi ai suoi prodigi, basta non scambiare la macchina celibe produttrice di illusioni che è RP1 per una meditazione virtuosa e compunta sulla fallacia e gli inganni della virtualità, o per un proclama sulla bellezza e superiorità del reale (“perché non c’è niente di più reale della realtà” si sentenzia e si tromboneggia a un certo punto). Eppure quanti a prendere sul serio quello che invece va preso con allegrezza e leggerezza. E quanti, ancora, a intravedere nelle pieghe di RP1 una critica al potere e al suo uso della VR come nuova droga di massa per ottundere le coscienze. Un gioco è un gioco è un gioco: è questo in my opinion l’unico possibile messaggio che da RP1 si possa ricavare, sempre che se ne voglia e possa ricavare uno. Questo film ha la profondità e complessità di un viaggio nel tunnel dell’orrore, o in qualche set fantastico di Disneyworld, cioè zero. Spielberg si scatena, e la cosa migliore che possiamo fare è scatenarci anche noi nel piacere della visione lasciando perdere le moraline e le prediche che il film ci ammannisce – peraltro con scarsa convinzione. Solo in certi frammenti RP1 sembra andare oltre, aprendo inquietanti squarci alla Philip Dick: come quella baraccopoli di container dell’inizio, con dentro il lumpenproletariat abbrutito e schiavizzato dalla Virtual Reality. E sembra di rivedere i film degli anni Ottanta e Novanta con i ragazzi degli slums devastati dai cristalli di crack. Ma sono solo momenti, frammenti, accensioni subito spente.
In breve la storia, se già non l’avete letta o se già non avete visto il film. Nel solito futuro prossimo venturo e ovviamente distopico (come farebbe il cinema di oggi senza distopie, ormai diventate un vezzo, un luogo comune, un manierismo?), ovvero disgraziatissimo, impoverito e imbarbarito, il ragazzo Wade abitante in un quartieraccio di non ricordo quale città americana ha poco di che consolarsi e rallegrarsi. Sicché come tutti cerca riscatto e compensazione alle tristezze fiondandosi in Oasis, un mondo parallelo creato in realtà viruale da un signore della tecnologia di nome James Halliday. Fate conto, un guru tipo Steve Jobs però molto, molto più autistico e parecchio sciroccato, interpretato da un immenso Mark Rylance, ormai attore feticcio di Spielberg (please, Oscar subito come best supporting actor!). Il quale Oasis l’ha creato con le migliori intenzioni, senza immaginare che sarebbe diventato strumento del potere per inebetire le folle e spegnere in loro ogni germe di ribellione. Oasis è un mondo complicato e stratificato, non soltanto divertente, con una zona particolarmente rischiosa dove si aggirano tipacci della peggior specie. E lì scorrazza anche il nostro Wade col suo avatar Perzival, aiutato da un omaccione-avatar che veglia su di lui come un ange gardien. I due incontreranno una ragazzina scatenatissima, si coalizzeranno con altre creature, intraprenderanno la grande sfida: conquistare le tre chiavi per arrivare al premio finale, l’Egg messo in palio dal genio Hillman che assicura al vincitore il controllo su Oasis. Allo stesso obiettivo mira però il perfido boss di una company concorrente che, se riuscisse a prevalere, controllerebbe non solo Oasis ma il mondo tutto. Ecco, questa è la storia. Vi pare una cosa seria? Tutt’al più farà fremere e orgasmare qualche nerd intrippatissimo, ma se non si appartiene alla categoria cascano le braccia dallo sconforto. Per fortuna c’è Spielberg, e non oso immaginare che cosa ne sarebbe uscito se non ci fosse stato lui al comando. Come il Prospero shakespeariano che scatena tempeste e altri prodigi, il regista dà fondo a tutte le sua abilità di Intrattenitore Massimo del cinema annichilendo e ridicolizzando ogni possibile concorrente. La corsa di Wade per conquistare le tre chiavi e il tesoro diventa un viaggio, soprattutto nella prima parte, attraverso tutto il cinema fantastico e anche attraverso l’immaginario manga e videoludico delle migliori e peggiori stagioni della nostra vita. Il set in cui Wade/Perzival agisce si trasforma in teatro della nostalgia, dove le citazioni si accumulano vertiginosamente. Jurassic Park, Cloverfield, Godzilla, King Kong, il manga di culto Akira (attenzione: torna al cinema tra poco, il 18 aprile, in un nuovo doppiaggio). E la lista potrebbe continuare all’infinito. Ma il vertice del film lo si tocca quando Spielberg tra gli scenari in cui Perzival deve inoltrarsi per la sua quest ri-allestisce l’Overlook Hotel di Shining. Mai il citazionismo in cinema ha raggiunto simili livelli di perfezione, pienezza e anche devozione: in questo caso a Stanley Kubrick. L’inconfondibile moquette a esagoni. La stanza 237 degli enigmi. Le diaboliche gemelle. Il niagara di sangue che fuoriesce dagli ascensori. Viene voglia di scattare in piedi e applaudire, perché nessuno finora aveva giocato meglio il gioco dell’hommage à. E nessuno aveva mostrato di amare tanto il cinema. Una sequenza che da sola basta a decretare lo status di Ready Player One e catalogarlo tra i film-esperienza indispensabili. Non tutto è allo stesso livello, anzi l’ultima parte annega in effettacci speciali e in battaglie tra mostri come se ne son viste ormai a decine. E se non vi piacciono i giochi, anche se condotti dal maestro Spielberg, allora concentratevi su come lui muove la macchina da presa e organizza lo spazio schermico. Osservate la sequenza di Wade/Perzival impegnato a superare la barriera del suo primo tratto di corsa, mentre megacreature di ogni tipo, dai dinosauri a Godzilla e King Kong, si mettono di mezzo a sbarrargli la strada. Ecco, osservate come la macchina da presa (ma all’interno di un set totalmente digitale si usa ancora la camera o si ricorre ad altri strumenti?) scivola intorno a Perzival, lo avvolge e lo dribbla in movimenti semicircolari per piazzarsi oltre di lui, senza mai staccare, in lunghissimi e virtuosistici piani sequenza. In altre film analoghi si punterebbe sulla concitazione, sul montaggio, sulla compressione di un’infinità di immagini e dettagli nel minor spazio-tempo cinematografico possibile. Spielberg no, Spielberg dilata, asseconda e accompagna la frenesia cinetica dei suoi personaggi-avatar tagliando pochissimo. Bisogna essere bravi, e lui è il più bravo. Non ricordo se nel passato curasse tanto la tecnica di ripresa e il linguaggio cinematografico – dovrei rivedere certi suoi classici -, ma ho l’impressione che è solo da qualche anno che tutto questo è diventato imprescindibile per lui (mentre, tanto per stare ai suoi coetanei, per Scorsese lo è sempre stato). Ready Player One non va visto come una meditazione, o un allarme, sugli inganni del virtuale, o come una celebrazione della nostalgia, ma come puro spettacolo, e se mai, più sottilmente, come una lezione di cinema e sul cinema quale macchina delle meraviglie. Ancora oggi la migliore possibile.

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3 risposte a Recensione: READY PLAYER ONE, un film di Steven Spielberg. Celebrazione del cinema come macchina delle meraviglie

  1. zioluc scrive:

    “Non tutto è allo stesso livello, anzi l’ultima parte annega in effettacci speciali e in battaglie tra mostri come se ne son viste ormai a decine. ”

    condivido tutta la recensione, gratuità del film inclusa. Ma questa frase no: se si conoscono i mostri in questione quella battaglia finale è quasi nello stesso campionato della citazione di Shining. E credo che il quasi dipenda solo dal fatto che Spielberg ha 71 anni.

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