Recensione: CHARLEY THOMPSON, un film di Andrew Haigh. Storia di un senza famiglia: cinema umanista alla De Sica

Lean on PeteCharley Thompson (Lean on Pete) di Andrew Haigh. Con Charlie Plummer, Steve Buscemi, Chloë Sevigny. Al cinema da giovedì 5 aprile 2018 distribuito da Teodora.
Lean on PeteUno dei vertici del concorso di Venezia 74. Storia di un ragazzo senza famiglia scagliato da solo nel mondo. Un classico racconto di formazione che il regista Andrew Haigh riesce a trasformare in un esempio di cinema etico e umanista. Con un tocco delicato e un rispetto per i personaggi che ricordano Vittorio De Sica. Assolutamente da non perdere. Premio Mastroianni a Venezia per Charlie Plummer come migliore promessa. Voto 8+
Lean on PeteL’inglese Andrew Haigh si è fatto largo come regista di film queer, realizzando con Weekend uno dei più convincenti e meno ideologici ritratti omosessuali degli ultimi vent’anni. Poi con 45 anni ha abbandonato quei temi identitari andando a esplorare le sotterranee tensioni di un matrimonio di lunga durata, guidando Charlotte Rampling verso la sua migliore performance da parecchio tempo in qua e alla nomination all’Oscar. Lean on Pete conferma che in lui abbiamo trovato un autore vero, dal tocco riconoscibile e unico per delicatezza e pudore nel panorama del cinema survoltato di oggi, un autore che ha saputo mantentere la sensibilità e la sottigliezza e l’educazione di approccio del suo periodo filmicamente lgbt senza restarci intrappolato. A raccontarlo, Lean on Pete sembra una storia qualunque, già mille volte sentita e vista, fin troppo paradigmatica. Difficile rendere conto della sua bellezza smontandola nei suoi elementi narrativi, ancora più complicato capire in cosa consista l’abilità di Haigh di trasformare quello che in mani altrui sarebbe un risultato anonimo in opera di sublime trasparenza e intensità. L’archetipo è quello del ragazzo solo, senza famiglia, scagliato in un mondo ostile, esposto a avventure e disavventure, a prove e sfide, a tortuosi percorsi, a sofferenze e disagi. Charley ha quindici, forse sedici anni, la madre lo ha abbandonato poco dopo la nascita, vive col padre. Un uomo buono ma che non ha mai potuto occuparsi di lui dovendo troppo occuparsi della propria sopravvivenza, anche psichica. L’incontro che imprimerà una svolta nella vita di Charlie è con il proprietario di una scalcinata scuderia di cavalli da corsa. Di gare spesso crudeli in luoghi remoti della profondissima America, ultimo occasione per gi animali di far guadagnare i loro padroni prima di essere mandati al macello in Messico. Lean on Pete non è tra i campioni della scuderia, ha già un’età, e con il ragazzo Charley è subito intesa. E quando la vita di Lean on Pete sarà in pericolo scapperanno insieme. Non aggiungo altro, se no mi arriva addosso l’accusa di spoiler che oggi è peggio di un marchio d’infamia e della lettera scarlatta nel New England puritano.
Si può leggere Lean on Pete come un ennesimo bildungroman, formazione di un giovane uomo in un’America deprivata e derelitta. Come un western dell’anima. Tutto déjà vu. A fare stavolta la differenza è la regia, invisibile, delicata quanto potente e assai consapevole. Andrew Haigh ha una profonda, sincera compassione e un rispetto assoluto per i suoi personaggi (lo aveva dimostrato anche in Weekend e 45 anni), e per Charley in modo speciale, che è di pochissimi autori oggi. A me ha ricordato il più grande Vittorio De Sica, quello di Ladri di biciclette, di Umberto D, della Ciociara, e l’Ermanno Olmi tra anni Sessanta e Settanta. La macchina da presa non è mai aggressiva, diversamente da quanto succede tanto spesso nel cinema giovanottesco, ma si pone come in attesa dei personaggi e del loro agire o non agire. Tempi dilatati, rallentati, ma non estenuanti, e niente esibizionismi, niente piani sequenza interminabili a maggior gloria del suo autore. Qui il tempo della mdp è, semplicemente, quello dei personaggi e della storia, in una sincronia che sa restituire il senso del vero. Della vita. E mi viene in mente anche certo Richard Linklater, inrimis quello di Boyhood. Lean on Pete ci coinvolge fino allo strazio, dificile resistere impassibili all’odissea di Charley. Epppure non c’è mai sentimentalismo, nessuna bassa exploitation. Film etico, esempio di un cinema umanista in via di estinzione. Il ragazzo Charlie Plummer (vista quache mese fa quale Gatty rapito in Tutti i soldi del mondo) è una rivelazione, e giustamente a Venezia gli han dato il premio Mastroianni come migliore promessa.

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