Recensione: IL GIOVANE KARL MARX, un film di Raoul Peck. Karl, Friedrich e gli altri ragazzi della rivoluzione

201719017_2The Young Karl MarxIl giovane Karl Marx, un film di Raoul Peck. Con August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet. Al cinema da giovedì 5 aprile 2018. Sul sito del distributore Wanted le sale in cui è programmato.
The Young Karl MarxFilmone di due ore che racconta senza pedanteria gli anni di formazione (e di povertà e galera) di Karl Marx tra Colonia, Parigi, Bruxelles e Londra. E del suo amico Friedrich Engels, e delle donne che li seguirono. E di Proudhonne, e di Bakunin. Il regista haitiano Raoul Peck che ci ha dato I Am Not Your Negro, e qui assai aiutato da una nitida sceneggiatura di Pascal Bonitzer, riesce a non cadere nel tedioso bigino e a presentarci la Storia attraverso personaggi veri, non manichini. Occhio alla signora Marx: è Vicky Krieps, la meravigliosa protagonista di Il filo nascosto. Certo, l’ideologia che balza fuori è quella che è, proletari di tutto il mondo unitevi, sporchi borghesi ancora pochi mesi (e invece). Ma il film è bello nonostante la sua ferrigna visione politica. Peccato per il finale di insostenibile trombonaggine che abbassa la valutazione. E allora voto 7+
The Young Karl MarxLa prima domanda che ti fai è: come mai non ci aveva ancora pensato nessuno? Intendo: a mettere in cinema gli anni giovanili, quelli verdianamente di galera, quelli di incubazione di pensieri e azioni e amicizie e amori, di un colosso come il signor Karl Marx? Che comunque lo si guardi, resta figura immensa, bigger than life, degna di ogni possibile narrazione. E la seconda domanda è invece: a chi mai potrà interessare oggi una storia così, chi volete che conosca Marx e abbia voglia di seguirne al cinema gli anni di formazione e prima eplosione sulla scena rivoluzionaria, se non Corbyn, qualche studente leftist supporter di Bernie Sanders, qualche nostalgico italiano della vecchia sinistra, qualche elettore di PaP?
Eppure quando l’hanno dato in prima mondiale alla Berlinale 2017, in una sala un po’ troppo piccola, c’era una folla di giornalisti da evento massimo. Tutti lì in fila, e moltissimi rimasti fuori. Perché il signor Marx resta il signor Marx, e continua come il suo famoso spettro vagante per l’Europa ad abitare i nostri inconsci, a turbarci e sedurci. Io, che marxista non sono e neppure marxiano (avendo attraversato gli anni Settanta e relative derive ideologiche sono stato vaccinato), e che ritengo le rivoluzioni che da quel pensiero sono discese un disastro della Storia, ecco, io a questo filmone di due ore mi sono appassionato trovandolo a tratti meraviglioso e perfino, si potrà dire a proposito di Marx & Engels?, incantevole. Preferisco i riformisti, ma diciamola tutta, al cinema i rivoluzionari vengono meglio e appassionano di più. Son come i titanici e magari negativi caratteri shakespeariani, stai incatenato a quelli, mica agli smorti esempi di virtù. Nonostante che a Berlino i commenti non siano stati entusiasti (“un polpettone!”), in my opinion questo è un bellissimo film, pur nelle sue apparenze di cinema d’altri tempi, iperclassico, senza azzardi formali e strutturali. Nelle sue apparenze. Perché il regista Raoul Peck (un signore che immagino simpatizzante di Marx e delle sue idee, già ministro della cultura nella Haiti post Baby Doc, sfiora ma evita l’effetti antico sceneggiato storico della Rai era Bernabei, cose come I Giacobini, grazie a una limpida, precissima, per niente pedante nonostante tutte le spieghe fornite allo spettatore, sceneggiatura di Pascale Bonitzer, magnifico scrittore di cinema (e anche regista). E grazie al suo tocco (di Raoul Peck) di metteur en scène. Peck compone il suo affresco come una rappresentazione in un teatro di famiglia, con scenografie e costumi esatti ma non pomposi, abolendo i toni stentorei e raccogliendo spesso i suoi personaggi dai nomi altisonanti in ambienti domestici, intimi, assai privati. Poi certo c’è lo squillo di tromba per i Grandi Eventi della Storia, ma si resta lontani dalla retorica del cinema militante del passato, almeno fino allo disgraziatissimo finale. Si parte nei primi anni Quaranta dell’Ottocento (che secolo!, quello che ancora ci marchia tutti), con il giovane Marx neosposato alla borghese Jenny  – è la lussemburghese Vicky Krieps del Filo nascosto – e firma acuminata di un giornale di Colonia. Visti i continui attacchi alla libertà d’opinione, specie se rivoluzionaria, Marx viene prudentemente mandato dal suo direttore-editore a Parigi, dove avrà modo di elaborare meglio il suo materialismo dialettico che riprende rovesciandolo quello idealista hegeliano. E che lui cerca di calare dai cieli della teoria nella pratica del cambiamento sociale, della rivoluzione a favore della classe lavoratrice. A Parigi conoscerà Proudhonne, riformista da cui dissente ma che rispetta, l’anarchico russo Bakunin, e Friedrich Engels: il figlio di un industriale tessile di Manchester che è passato dalla parte degli operai. Con Marx è colpo di fulmine, e una notte passata nella stessa camera da letto allude perfino a un possibile fondo omoerotico (del resto, sono una delle coppie maschili meglio riuscite di sempre).Si finisce nel fatale 1848, anno che cambia i connotati dellì’Europa e in cui Marx manda alle stampe il mitologico Manifesto del partito comunista. Tutto rievocato con adesione ai fatti, e in modo appassionante. Ottima riuscita, e chi mai l’avrebbe detto. Eccellente August Diehl, l’attore che è Marx, di cui restituisce la possanza fisica, l’ego smisurato, la forza di carattere, la superbia dell’intellettuale e del maschio alfa. Purtroppo la chiusa finale, con tutte quei proletari schierati tipo Quarto stato, e i titoli di coda con il Bob Dylan di Like a Rolling Stone, sono tremendi. E rischiano di rovinare tutto, costringendomi a tirar giù il voto di almeno mezzo punto.

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