Recensione: TONYA, un film di Craig Gillespie. Ascesa e caduta di una proletaria

Tonya (I, Tonya) di Craig Gillespie. Con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Paul Walter Hauser.
Ascesa, successi e caduta di Tonya Harding, proletaria dai modi rozzi che diventò campionessa di pattinaggio artistico. E che uscì di scena dopo l’accusa di aver fatto gambizzare la rivale Nancy Kerrigan. Un Eva contro Eva tra lame e ghiaccio. Il film ricostruisce l’adolescenza infelice e il matrimonio ancora più infelice di Tonya, stretta tra una madre-mostro e un marito manesco. Siamo dalle parti dell’America triste e deprivata già vista in film come Un gelido inverno e The Fighter. Voto tra il 7 e l’8
Il cigno nero in versione pattinaggio artistico sul ghiaccio, disciplina chissà perché insediatasi nel solito immaginario collettivo quale sinonimo di leziosaggine e graziosità. Invece fatica, sudore, lacrime, sangue, rivalità, invidie feroci, colpi bassi. Un inferno. Dietro alla perfezione e all’apparente carineria, ai movimenti leggiadri e alle silhouette angelicate benché inguainate in stupidi costumini, c’è l’inconscio pulsante e sempre violento, eccessivo, esagitato, tumultuoso. Pronto a emergere, sommergere e distruggere. Chissà cosa avrebbe ricavato Darren Aronofsky da questa vera storia – Tonya Harding vs Nancy Kerrigan – di distruttiva violenza sulle lame, chissà che visioni, distorsioni, deliri, orrori psichici e discese negli abissi. Ma alla regia lui non c’è, ci sta l’australiano Craig Gillespie di cui, scorrendo il curriculum, non si notano film rilevanti prima di questo (se mi sbaglio correggetemi, grazie). Gillespie porta quella storia celeberrima e trucida, un Eva contro Eva che neppure il peggior misogino avrebbe potuto inventare, verso un naturalismo desolato e insieme tossico, alterato, come emanata dalla psiche divelta e spappolata dei suoi protagonisti. A partire da lei, la star, Tonya Harding. Pattinatrice americana entrata nella storia non per le sue performance, che pure ci furono e ad altissimi livelli atletici e acrobatici (come ripete il film: la prima a riuscire in un triplo axel in una competizione ufficiale, come se noi sapessimo cos’è un axel), ma per l’aggressione che mise fuori cambattimento la sua rivale Nancy Kerrigan. La quale, colpita da una bastonata al ginocchio infertale da un misterioso uomo – era il 6 gennaio 1994 – fu costretta a lasciare i campionati nazionali. Dell’incidente Tonya fu sospettata subito quale mandante, benché si sia sempre proclamata innocente e del tutto ignara del complotto. Colpevole o meno, è però passata alla storia come la pattinatrice che spezzò le gambe alla sua più pericolosa rivale, e tale resterà in saecula saeculorum. A meno che questo film, tutto dalla sua parte, non riscriva la narrazione universalmente condivisa.
Della brutta facenda Tonya racconta i fatti e soprattutto gli antefatti, ricostruendo nascita e crescita della Harding campionessa e incrociandole con i suoi disastri personali, psicologici, familiari. Nella prima parte del film, nettamente la migliore, Gillespie adotta i modi del neo-neorealismo applicato alla parte più desolata d’America, quella dei red necks, del white trash deprivato di cultura e opportunità e chance di ascesa sociale che abbiamo visto più volte al cinema. Penso a Un gelido inverno di Debra Granik e soprattutto a The Fighter di David O. Russell. Vite squallide, donne sole e, se accompagnate, male accompagnate a maschi ottusi e abbrutiti che le menano, padri che scompaiono ingoiati dal nulla, madri single sempre a corto di dollari per tirar su la prole. Molto alcol, molte droghe, fino a quegli oppioidi che sono uno dei flagelli dell’America disagiata di oggi. (Mi astengo dall’ovvietà di dire che questa America triste e dimenticata ha fatto da zoccolo duro e basamento alla vittoria trumpiana.) Nella seconda parte di Tonya, quella del misfatto, delle indagini, della ricerca dei responsabili, del processo, Craig Gillespie vira invece su un registro di commedia nera ovviamente alla Coen (che, vista la quantità di imitatori in ogni parte del mondo, dovrebbero chiedere i diritti), con scemi e più scemi che finiscono con l’inguaiare se stessi e gli altri. Ma ad aver convinto i cinefili più intransigenti son stati certi modi e vezzi autorialistici che mai ti aspetteresti in un film americano per quanto indipendente. Modi da mockumentary, mimando  e rifacendo con (finte) interviste ai protagonisti e qualche personaggio laterale le (vere) interviste a Tonya Harding e all’ex marito sciaguratissimo Jeff Gillooly effettuate in fase di preparazione del film. Non bastasse, ecco che ogni tanto, soprattutto la Tonya di Margot Robbie (strepitosissima: ma quanto fosse brava lo si era capito da un pezzo) si rivolge alla camera, anzi brechtianamente allo spettatore abbattendo la famosa quarta parete, facendo aleggiare sul film un sentore, più che di avanguardismo, di confessione da tribunale, da Grande Fratello inteso come reality, da videoesibizionismo YouTube. Intento dichiarato fin dal titolo originale, I, Tonya (occhieggiante a precedenti illustri quali I, Claudius di Robert Graves), ma purtroppo piallato via nella solita banalizzante versione italica (ma perché? un Io, Tonya sarebbe stato così respingente?).
Della Harding vediamo e seguiamo l’adolescenza triste. Con una madre-mostro – tra le più devastanti che si siano viste al cinema: siamo ai livelli di Mammina cara – convinta dell’abuso come strumento di motivazione, sicché eccola conculcare la povera Tonya con ogni possibile angheria e tortura psicologica, negandole la pur minima dose di affetto, affinché la rabbia dell’infelice rampolla si trasformi in spinta al combattimento e alla vittoria. Bisogna purtroppo dire che il metodo funziona, perché la piccina e poi ragazzina eccelle subito sui pattini oscurando compagne e rivali. Certo non possiede la grazia delle altre pupattole, certo è volgare e proterva, oltretutto stretta in costumini kitschissimi con nappe confezionatile dalla madre-mostro e con la cattiva abitudine di scegliere musicaccia quale colonna sonora delle esibizioni, però in fatto di tecnica e atletismo non la batte nessuno. Nonostante che i giudici la boicottino abbassandole il voto per i suoi grezzi modi proletari, Tonya tiene duro, e sale sempre più nel ranking. Intanto ha incontrato l’uomo, purtroppo, della vita, un deficiente e nullafacente che, diventato suo marito nonostante l’avversione della madre, si trasforma nel suo carnefice, e son botte un giorno sì e l’altro pure. Sarà un ti lascio e ti ripiglio, un on-off come dicono le sciurette del gossip, con Tonya incapace di liberarsi del peso. Fino al fattaccio della gambizzazione di Nancy Kerrigan che a Tonya costerà tutto: l’onore e la carriera. Il film sposa completamente il punto di vista della Harding, e questo è un limite, Harding che si è sempre dichiarata all’oscuro di tutto. Sicché il ferimento della rivale sembra, a vedere il film, più il frutto più dell’insipienza dei cretini coinvolti e dell’insufficiente funzionamento della catena diciamo così organizzativa (con l’esecutore che forse malintende gli ordini e con un mandante che non sa che cosa vuole davvero) che un lucido complotto. Oltre che troppo indulgente nei confronti della sua protagonista, Tonya è pure un po’ troppo lungo, specie quando rimbalza da una versione all’altra del misfatto. Però la sequenza in cui la Harding, radiata per sempre dalle piste di pattinaggio, esplode in un urlo di protesta e sofferenza graffia davvero. Onore a Margot Robbie, il cui temperamento era già evidente in The Wolf of Wall Street e ancora di più in Justice League, e qui messo al servizio di un personaggio perdente in cui rabbia e volgarità sono elementi strutturanti. Tonya è anche la sconfitta di una ragazza che voleva una vita più decente e non ce l’ha fatta, l’altra faccia della success story che Greta Gerwig ci ha raccontato in Lady Bird. Cigno nero si nasce e si resta, è l’amara morale del film. Giusto Oscar come migliore attrice non protagonista a Allison Janney, la madre che nessuno vorrebbe avere.

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