Recensione: A QUIET PLACE, un film di John Krasinski. Un horror con idee: da vedere

A Quiet Place – Un posto tranquillo, un film di John Krasinski. Con John Krasinsky, Emily Blunt, Millicent Simmonds, Noah Jupe.
Qualcosa di buono sta succedendo nell’horror: prima Get Out, prossimamente Ghost Stories, adesso questo A Quiet Place. Non più solo prodotti stereotipati che riproducono meccanicamente i codici del genere. Qui, per esempio, c’è un’idea narrativa eccellente e originale: i protagonisti non possono parlare, sono costretti al silenzio perché ogni voce, ogni suono, attira su di loro dei mostri orrendi. Mica facile tenere alta la tensione – e l’attenzione dello spettatore – con un film praticamente muto, ma il regista-attore-sceneggiatore John Krasinski vince la sfida. Qualche incongruenza e forzatura, eppure il risultato c’è. Voto 7
Non è un paese per horror. L’Italia, intendo. Prendete questo A Quiet Place, un film di paura con orchi schifosi e feroci parecchio superiore alla media del genere. Bene, negli Usa ottime recensioni già fino dall’anteprima al (sempre più arrembante e importante) SXSW Festival di Austin e incassi stellari al suo primo weekend di programmazione. Più di 50 milioni di dollari, un’enormità. Per capire, basta raffrontare il dato con quello di un colosso perdipiù d’autore ome Ready Player One di Spielberg che nel weekend precedente aveva realizzato 53 milioni, però con un giorno in più di programmazione (uscita il giovedì anziché, come per A Quiet Place, il venerdì). Resta da verificare la tenitura, perché gli horror, come insegnano quelli del cinemarketing, sono soliti perdere parecchio dal primo al secondo fine-settimana di programmazione. Ma intanto i 50 milioni già incamerati restano. Invece in Italia? Uscito in contemporanea con gli Stati Uniti, Un posto tranquillo da noi ha tirato su 398.796 euro tra giovedì e domenica scorsi, piazzandosi solo al terzo posto tra gli incassi. Non dico una miseria, ma certo poco se confrontato con il risultato americano, anche tenendo conto delle diverse dimensioni dei due mercati. Aggiungeteci le critiche perlopiù malmostose ricevute dalle nostre parti, i commenti tranchant, gli sbuffi e e i sorrisi di sufficienza dopo l’anteprima stampa (parlo di Milano) e ci renderemo – vi renderete –  conto della differenza. No, l’Italia non è un paese per horror, anche se ben fatti e con dentro qualche robusta idea come questo. È che da noi la paura via schermo resta una nicchia, magari non così trascurabile, ma occupata e praticata solo dallo zoccolo duro dei matti del genere, gli assatanati, gli intossicati, i nerdissimi, e mai frequentata anzi accuratamente evitata, dal pubblico medio e borghese, non dico solo quello maturo-anziano ma anche giovane e semiadulto, quale cinema sconveniente. Più che una nicchia, un ghetto. Mentre negli Stati Uniti gli steccati son stati abbattuti da un pezzo e l’horror, benché continui a essere un genere più segmentante che generalista, ce la fa ad attirare frange di altri pubblici oltre al proprio di elezione. Non mi azzardo neanche a tentare una spiegazione (detesto i Discorsi sui Massimi Sistemi senza uno straccio di prova o dati a sostegno), ipotizzo solo che c’entrino sensibilità profonde divergenti e differenze culturali e antropologiche. Intanto, prendiamo atto che A Quiet Place è tra i migliori esempi del genere da parecchio tempo in qua. Andando a irrobustire quello che potremmo chiamare horror con idee e ambizioni, dove i codici, peraltro rigidissimi e iperdefiniti, del genere vengono utilizzati e riattraversati per andare oltre il puro obiettivo del brivido, del terrore, dell’urlo da suscitare in platea. Per tentare una narrazione più ricca, meno schematica e stereotipata, più complessa. Che si faccia magari (ma non necessariamente) metafora, o specchio insieme deformante e rivelatore dei nostri incubi e fantasmi (individuali e non). Penso al notevolissimo Get Out – Scappa, dove i modi e gli stilemi del film zombesco e di ultracorpi posseduti vengono piegati a una critica serrata delle sempre complicate relazioni tra bianchi e neri americani (dicendo in forma di cinema di paura cose analoghe a quelle che Raoul Peck, andando a recuperare James Baldwin, aveva dottamente raccontato in I Am Not Your Negro). Penso anche all’imminente Ghost Stories dove, tra gli espliciti rimandi e omaggi all’horror classico, che sia Poe o quello della Hammer e di Roger Corman anni Cinquanta-Sessanta, si va a scandagliare in un tragitto tra l’iniziatico e lo psicanalitico una vita apparentemente razionale devastata da non placati fantasmi inconsci. A Quiet Place mette in scena la sopravvivenza di una famiglia (l’ultima famiglia?) – padre, madre, tre figli presto ridotti a due – in un mondo ostile e minaccioso. In un ambiente desolato-rurale desertificato di ogni altra presenza umana da una catastrofe non detta, ma dagli effetti devastanti. Ebbene sì, siamo nella solita distopia lontana-ma-vicina, in un futuro assai prossimo e assai possibile ma come distorto rispetto al presente, e la lotta dei genitori per sopravvivere e far sopravvivere la prole ricorda quella del padre del romanzo post-apocalittico – qualunque sia stata l’apocalisse – The Road di Cormac McCarthy, gran successo di una decina di anni fa (ne venne tratto anche un film con Viggo Mortensen). Grandissimo inizio, con la più piccola dei tre figli ghermita da un qualcosa di terribile di cui non sappiamo. Come non sappiamo perché la famiglia proceda nel suo vagare con tanta circospezione e nel più completo silenzio, comunicando solo a gesti (e con il linguaggio dei sordomuti con la figlia maggiore, interpretata da una giovane attrice, Millicent Simmonds, davvero sordomuta, già vista l’anno scorso a Cannes nel deludente Wonderstruck di Todd Haynes). Ci vorrano almeno venti minuti di ottima e misteriosa tensione prima che il film ci spieghi. Ogni rumore, ogni parola che non sia sommessamente pronunciata, ogni suono finiscono difatti con l’attirare certi orrendi mostri privi di vista ma dall’udito ultrasviluppato, e alla continua ricerca di prede umane. Ora, questa del silenzio coatto è narrativamente un’idea grandiosa e coraggiosa, che se fosse stata partorita da uno Stephen King tutti a urlare al capolavoro, e invece qui molti a storcere schifiltosamente la boccuccia. Idea per niente sprecata in corso di film, anzi adeguatamente sfruttata come innesco e sostegno di infiniti momenti tesi e sospesi. Ne discende un film, e qui stanno originalità e audacia, al limite del muto. Una scommessa per ogni sceneggiatore e regista, una sfida che ogni tanto rispunta al cinema (avete in mente The Artist e lo spagnolo Blancanieves?) e qui per la prima volta tentata, almeno mi pare, in un involucro horror. Bisogna essere bravi a tener alta l’attenzione su quanto succede o non succede senza far leva sulle parole, e il regista-cosceneggiatore (e anche interprete: è il padre) John Krasinski) ce la fa. Bravo pure nell’orchestrare una partitura di rumori naturali e fremiti e suoni, a dirci come il silenzio non possa davvero mai esistere, sia una pura astrazione (ed è, la sensazione che si prova vedendo A Quiet Place, la stessa di una notte in campagna dove si resta stupefatti da quanto possa essere assordante la quiete della natura). Già questo basterebbe a rendere l’operazione ampiamente positiva. Poi c’è il meccanismo classico di sospensione, perfettamente funzionante: riuscirà la famiglia, l’ultima famiglia, a sopravvivere? Mentre i mostri si palesano e sembrano invincibili. Più sottilmente, e a un livello più profondo, Un posto tranquillo si pone, o può essere visto, come una parabola sullo stato attuale della famiglia mononucleare quale cellula di resistenza e forse residuale in (almeno in Occidente) un mondo che culturalmente non la supporta più. E che anzi ne mina le fondamenta perfino biologiche. Con un protagonista-padre che, in tempi di virilità acciaccata e in ritirata come i nostri, non esita in questa fictionalizzazione distopica ad assolvere fino in fondo i suoi doveri di sostegno primo alla famiglia. Con una madre amorevole e soccorritrice ma anche combattente quando la necessità lo impone. Che questo sia un film pro-family values o meno a me non importa, mentre mi importa assai di più l’eroismo (oltre non posso dire, ovvio) della sua centrale figura paterna. Figurativamente dignitosissimo, narrativamente benissimo congegnato, A Quiet Place trova i suoi limiti in qualche (anzi parecchie) incongruenze di plot, in certi passaggi goffi o forzati. Quel parlarsi al riparo della cascata in modo che le voci siano coperte dal rumore. Quel neonato silenziato, quando si sa che strillano notte e giorno implacabilmente, e per mesi e mesi. Ma sono difetti minori a fronte di una robusta tenuta narrativa e al molto di buono mostrato, a partire dall’eccellenza dell’idea narrativa di base.
Note: John Krasinski e Emily Blunt sono marito e moglie anche fuori dal set (matrimonio a Cernobbio sul Como Lake nel 2010). E chissà se in questa odissea familiare hanno immesso anche qualche fantasma privato. Altro su Krasinski: nel 2006 è stato inserito da People nella lista degli uomini più sexy del pianeta; nel suo curriculum di regista c’è un film tratto da David Foster Wallace, Brief Interviews with Hideous Men.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi