Recensione: IL PRIGIONIERO COREANO, un film di Kim Ki-duk (che stavolta rinuncia alla solita macelleria)

28274-Geumul__The_Net__2Il prigioniero coreano (Geumul) di Kim Ki-duk. Con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun. Al cinema da giovedì 12 aprile distribuito da Tucker Film.
28276-Geumul__The_Net__3Stavolta Kim Ki-duk rinuncia al suo repertorio di bassa o alta (nel senso di autoriale) macelleria. Per raccontarci la parabola esemplare, fin troppo, di un povero pescatore nord coreano che per sbaglio finisce nelle acque del Sud. Dovrà vedersela con le opposte ma simmetriche paranoie e ottusità delle due Coree. Voto tra il 6 e il 7
È stato una discreta sorpresa, quando è apparso (fuori concorso!) in una appena inaugurata e ancora scriccchiolante Sala Giardino nell’ormai lontano Venezia 2016. Ci si aspettava difatti la solita premiata macelleria del laureato regista di Seul Kim Ki-duk, arti spezzati, torture con martellacci, sadismi con motoseghe, un massacro solitamente miscelato ad aneliti spirituali e ansie di riscatto-redenzione. Invece macché. KKD ci spiazzò tutti con questo suo Il prigioiniero coreano (titolo internazionale The Net), racconto rigoroso e senza troppi deragliamenti – oddio, una torturina con un pesante posacenere di cristallo non ce l’ha fatta mancare – intorno a un pover’uomo finito stritolato tra gli opposti estremismi e le opposte e simmetriche paranoie e ottusità di Nord e Sud Corea.
Chul-woo è un povero pescatore del Nord, assai ligio al partito e al leader, che causa avaria della sua barchetta finisce nelle acque del Sud. Catturato, sarà sottoposto dai servizi di Seul a interrogatori, minacce, pressioni in quanto sospetta spia mandata da Pyongyang. Un agente carogna sarà il suo persecutore e carnefice, un ragazzo neoarruolato nei servizi sarà invece il suo angelo custode. Quando il pescatore ce la farà a tornare a casa si ripeterà lo stesso copione, anche se a partri rovesciate: gli sgherri del regime lo terranno in isolamento sospettando sia passato al nemico di Seul. Povera patria, anzi povere patrie, canterebbe un Battiato coreano.
Una storia amarissima su un paese spezzato, su un’identità spaccata in due, che Kim Ki-duk racconta con un pudore  e una misura che non gli si conoscevano. Il limite se mai sta nell’esemplarità del racconto, e nel sovraccarico ideologico che Kim Ki-duk ci mette dentro. Nord e Sud Corea sono entrambi degli inferni, anche se per ragioni diverse: questa ahinoi la morale inequivocabile del film. E allora, mica per fare la lezione a un coreano che di Corea uno e due ne sa più di noi, ma insomma il Sud avrà pure le sue sfighe e iniquità, a partire dalla corruzione, ma il Nord del leader bamboccione a occhio si direbbe molto ma molto peggio, giusto?  Invece a una prostituta di Seul Kim Ki-duk fa dire la seguente e fin troppo didascalica battuta: “Qui abbiamo la libertà, ma se non hai i soldi non sei nessuno, e per averli io mi devo prostituire”. Sì, vabbé, insomma.

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