Recensione: THE HAPPY PRINCE, un film di e con Rupert Everett. No, non è il solito Oscar Wilde

The Happy Prince, un film scritto e diretto da Rupert Everett. Con Rupert Everett, Emily Watson, Colin Firth, Edwin Thomas, Tom Wilkinson, Colin Morgan, Béatrice Dalle.
Ci si aspettava, sbuffando, il solito period movie di marca britannica inamidato e inerte. Invece Rupert Everett, regista, sceneggiatore e ovviamente interprete, ci spiazza mettendo in scena un Oscar Wilde sfatto, decaduto, putrescente, corroso dalla malattia, sconveniente, perfino laido. Poi, certo, non ha l’audacia di mantenere tutto il film su questa tonalità dark e immette qualche patetismo di troppo, qualche convenzionalità da film in costume. Ma The Happy Prince resta operazione interessante. Da vedere. Voto tra il 6 e il 7
Ci si aspettava un inamidato, noioso period movie, come da cinema british più convenzionale e tradizionale. Una di quelle parrucconerie con tazze da té e spruzzate abbondanti di humor britannico a ribadire la superiorità antropologica dell’essere inglesi su tutti coloro che stanno oltre la Manica, cioè il mondo tutto. Ci si aspettava, anche, un biopic genuflesso e polveroso, benché per forza aggiornato e rammordernato alla sensibilità d’oggidì e alla cultura pervasiva dei diritti (The Happy Pince va a raccontare una pagina esemplare del martirologio gay, gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde dopo la condanna e il carcere per sodomia e gross indencency). Invece macché, Rupert Everett regista, sceneggiatore, interprete e anima vera del film (ci ha messo dieci anni per realizzarlo, elemosinando finanziamenti e ricevendo parecchie porte in faccia) ci spiazza tutti, non cade nella trappola dell’agiografia, scansa abbastanza agilmente la cerimoniosità e i manierismi del tremendo genere film-in-costume-britannico riuscendo, se non a stupirci, almeno a suscitarci un qualche interesse. Il suo Oscar Wilde in pieno disfacimento fisico, grandiosamente masochista, compiaciuto delle sue stesse abiezioni, delibante il proprio calvario come un Sebastiano che anela al martirio, sconveniente e perfino repellente, e per niente presentabile nei salotti buoni, non è di sicuro un’immaginetta sacra, rischiando di scontentare non solo il pubblico bon ton degli arthouse, o sale d’essai per dirla in termini desueti, che si aspetta “eleganza e classe”, ma pure gli stessi gay. I quali, almeno i più ideologici e militanti, faranno fatica a identificarsi in quel signore putrescente e sgradevole portato e accompagnato sullo schermo per quasi due ore da Everett. Un signore malato, disfatto (e in certa subcultura gay niente risulta più orrorifico e inaccettabile della non perfezione fisica, della vecchiaia, della carnalità non più trionfante ma ormai marcia) e perdipiù non pentito dei suoi vizi, anzi pervicacemente attaccato a assenzio, cocaina e amori mercenari con ragazzi proletari e lumpenproletari. Figuriamoci, sarà anche un martire della gaytudine cui tributare onori, ma a certi cautelosissimi e perbene omosessuali di oggi sembrerà un vecchio zio indegno e imbarazzante da cui prendere le distanze. Cosa mai volete che c’entri un derelitto Wilde come quello che vediamo in The Happy Prince (titolo volutamente, beffardamente antifrastico preso a prestito dalla favola tristerrima per bambini scritta dallo stesso Wilde) con l’omosessualità lucidata, spolverata e carina di oggi, emendata da ogni privato vizio e macchia, esempio preclaro di pubblica virtù con le sue perfette coppie matrimoniabili o già matrimoniate pronte a sorridere da Instagram o dalle più mainstream trasmissioni tv. Invece Rupert Everett pesca a piene mani dal maledettismo – peccati senza redenzione, discese agli inferi senza riscatto – che avvolgeva l’essere omosessuali prima di ogni liberazione, ogni pride, ogni rivolta di Stonewall. Sicché The Happy Prince affascina e inorridisce come un viaggio in una specie di preistoria culturale, o come un esempio di archeologia antropologica. E impressiona l’immedesimazione totale di Everett nel suo protagonista vecchio e gonfio (e fa niente se Wilde morì a 46 anni, che oggi è età da giovinetti), in un ‘Oscar Wilde c’est moi’ dove ogni distanza tra attore e personaggio è annullata. Everett distrugge definitivamente anche il ricordo di se stesso da giovane, bello e trionfante in film come Another Country e Ballando con uno sconosciuto che fecero di lui un effimero sex symbol maschile presso legioni di signore e signorine che poco capirono. Nonostante la sua non convenzionalità, The Happy Prince ha il torto di non essere davvero radicale, mescolando alla messinscena della decadenza momenti di patetismo e, come dire, di riscatto estetizzante e sublimante. Tutta la parte del Wilde che declama a puntate la sua triste favola del Principe felice al ragazzino dei bassifondi di Parigi con il suo equivoco poeticismo va in senso opposto a quella dell’esposizione del Wilde martire sconveniente configurandosi come una sorta di compensazione e lavaggio dei lati meno commendevoli. Come risulta ovvio e di maniera il ritratto della società vittoriana quale macchina produttrice di ipocrisia, esclusione sociale e repressione.
La storia: uscito di galera (siamo nel 1897), Oscar Wilde ripara in Francia, in un paese sul mare vicino a Dieppe, nascosto sotto lo pseudonimo di Sebastian Melmoth. Dietro ha solo disastri, una famiglia – moglie e due figli – che non può più vedere; è senza soldi ma non ha perso la speranza di rifarsi una vita e una carriera, potendo anche contare sulla devozione e il supporto di due amici che non l’hanno abbandonato, Robbie Ross e Reggie Turner (lo interpreta Colin Firth in partecipazione amicale e speciale). Il disastro ricomincia quando accetta di rivedere il luciferino Bosie, l’Alfred Douglas amato e desiderato che è stato la causa della sua rovina e della sua morte sociale. Riaccogliendolo, Wilde rompe definitivamente con la moglie, che gli taglierà ogni aiuto finanziario. Da lì sarà un progressivo rotolare. Con Bosie se ne va a Napoli in una vacanza che è uno sprofondamento nell’Es, nelle proprie pulsioni, fino a restarne prigioniero. I marchettari nel suo letto e in quello di Bosie si moltiplicano. Quando anche l’amante, cui la famiglia ha tagliato i viveri, se ne va, Wilde resta solo, e non può che tornare a Parigi sistemandosi in alberghi sempre più infimi. Fino alla morte per un’otite malcurata, o curata troppo tardi, forse causata dalla sifilide. Storia non raccontata linearmente da Everett, che va su e giù nel tempo, sempre rimanendo in quei tre anni scarsi compresi tra lo sbarco in Francia e la fine. Con inserti di alcuni brani delle opere teatrali. Con la lettura di Wilde della sua favola del Principe (per niente) felice al fratello minore dell’amante adolescente e marchettaro. Sicché la storia della statua principesca che dialoga con la rondine e si spoglia delle sue ricchezze, le foglie d’oro di cui è ricoperto, le pietre preziose incastonate nel suo corpo di pietra, si fa specchio di un Wilde ormai prossimo alla fine. Che è quella nota di patetismo che annacqua il film e gli impedisce di essere davvero, coraggiosamente, coerentemente, estremo: le scene da un martirio, l’ostensione di un corpo putrescente. Lo spirito acuminato di OW non va comunque perduto, riemergendo in battute e aforismi disseminati in corso di film, compreso il sublime “sto morendo al di sopra dei miei mezzi”. Everett cerca di usare a macchina da presa al di là delle regole e del bon ton del medio periodo movie, inanellando perfino un lungo piano sequenza in un interno con camera a mano (o a spalla) in nervoso movimento da una stanza all’altra, tra buio e scarsa luce, quasi fossimo in un film giovanottesco di quelli che si vedono ai festival nelle sezioni più radicali. C’è dentro parecchio amore per il cinema, in The Happy Prince, con precississime citazioni di classici del cinema omoerotico più spleenetico e decadente. Quelle spiagge di Dieppe e della Costiera rimandano direttamente a Morte a Venezia di Visconti. Quella corsa di Wilde su per i vicoli del villaggio francese inseguito dalla marmaglia ricorda la ‘salita al calvario’ del Sebastian di Improvvisamente l’estate scorsa. E quella Napoli dove ogni peccato della carne è concesso purché si paghi ricorda, anche se non credo fosse l’intenzione di Everett, la parte finale, e migliore, del Giovane favoloso di Mario Martone. Ma il film di riferimento resta, nell’abbinare malattia della carne e contagio dell’anima, nel sovrapporre la morte come punizione e la morte come redenzione, il meraviglioso e semidimenticato L’altra faccia dell’amore (The Music Lovers) di un Ken Russell scatenato nel raccontare omoerotismi e sensi di colpa e masochismi di Pëtr Čajkovskij (genialmente fatto interpretare a Richard Chamberlain). Solo che Everett non è evidentemente Ken Russell, non ne ha l’estremismo assoluto e coerente, né una visione altrettanto definita e nitida di cinema.

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