Recensione: THE CONSTITUTION, un film di Rajko Grlić. Dalla Croazia identità e vite spaccate

foto di Saša Huzjak e Hà Kin

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The Constitution – Due insolite storie d’amore, di Rajko Grlić. Sceneggiatura di Ante Tomić & Rajko Grlić. Con Nebojša Glogovac, Dejan Aćimović, Ksenija Marinković, Bozidar Smiljanic, Mladen Hren, Matija Cigir. Distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione in associazione con Tycoon Distribution.

foto di Saša Huzjak e Hà Kin

Un film croato, ed è una rarità sui nostri schermi. Tolleranza e soprattutto intolleranza in una Croazia sospesa tra i fantasmi del passato nazionalista e una complicata modernizzazione. Protagonisti: un professore radicalmente di destra che di notte assume un’identità femminile, il padre ustascia, una coppia di vicinim serbo-croata. Interessante quando va a mostrare i lati oscuri di un paese in transizione, The Constitution lo è molto meno quando si fa parabola esemplare e mette in scena la sua santa quanto improbabile alleanza tra diversi. Voto 6

foto di Saša Huzjak e Hà Kin

Preceduto da buona fama e ottimi piazzamenti in molti festival, ecco in qualche cinema italiano del circuito d’essai o arthouse (per sapere di più del dove consultate il sito del distributore, Cineclub Internazionale) questo film proveniente dalla vicina ma cinematograficamente lontana Croazia. Pensateci: quanti film croati onestamente ricordate nella vostra vita? No, non jugoslavi: croati. Dunque da intercettare, se non altro per la rarità, prima che venga ingoiato – si spera il più tardi possibile – dal buco nero cui sembrano tanto spesso destinati i piccoli film autoriali non protetti da cast stellari e gigantismi spettacolari (e nemmeno dal passaparola delle prof democratiche assidue frequentatrici dei salotti sedicenti buoni del cinema, le quali capricciosamente adottano alcuni titoli, spesso i più politicamente coretti, e ne disdegnano altri). Anche se, meglio dirlo subito, The Constitution si rivela alla visione un bel po’ al di sotto delle aspettative suscitate dal molto di positivo che si era letto sulla stampa internazionale. Ritratto di vite nello stesso tempo comuni e assai speciali nella Zagabria di oggi, il film di Rajko Grlić ha l’evidente voglia di farsi metafora e racconto di un paese sospeso tra aneliti europeizzanti-globalistici e pulsioni identitarie nazionaliste durissime a scomparire, o anche solo a essere tenute a freno. Ma l’intento didascalico di spiegarci la Croazia qui-e-ora mediante una parabola così scopertamente esemplare rischia di atrofizzare i personaggi, pur potenzialmente interessanti, riducendoli a manichini con tanto di etichetta-messaggio appesa. Ed è un peccato, perché qua dentro ci sono delle gran belle intuizioni. Una su tutte, l’identità spaccata del suo main character, Vjeko, un professore quasi cinquantenne di lettere e storia di Zagabria impregnato, intossicato, degli ideali etno-nazionalisti estremi ereditati dal padre ustascia, ma anche uomo non integrato, anzi disintegrato, in quanto omosessuale che di notte segretamente si traveste e assume il nome di Katarina. Solo che i due sceneggiatori, il regista Rajko Grlić e Ante Tomić, anziché stare addosso a un simile magnifico personaggi e sbalzarne fuori le faglie interne, indagarne le contraddizioni, preferiscono inserirlo in un reticolo di relazioni e trame consolatorie che finiscono con lo smussare ogni esplosiva potenzialità narrativa e drammaturgica. Per planare sulla solita accomodante retorica delle diversità che si accettano, coabitano, e prefigurano un’altra, possibile e migliore, società. Quasi un manifesto per una Nuova Croazia emendata e purgata dei suoi peggiori fantasmi, emancipata dal suo retaggio più pernicioso e fanatico, e avviata sui sentieri sicuri (ma quali? ma quanto?) dell’europeizzazione perfetta. Invece il lato notevole di questo film sta nella sua parte più oscura, dove e quando si tirano fuori le storie tenebrosisssime del passato collaborazionista con i fascisti e nazisti, le gesta degli ustascia e del loro leader Ante Pavelic, le faide atroci – fino alle ultime guerre balcaniche – con i serbi. E il neonazionalismo aggressivo, non solo verbale, dei giovinastri che infestano strade e piazze menando e inveendo contro omosessuali, ebrei, rom, non-croati di varie appartenenze. Quell’anima eternamente balcanica, declinata di volta in volta a seconda delle identità etniche ma sempre di una violenza sotterranea ineliminabile e pronta a eruttare quando meno te l’aspetti. Qualcosa che tutto il cinema, ora serbo, ora croato, ora bosniaco, o ex jugoslavo, ha testimoniato, rappresentato e continua a rappresentare, ricordandoci la peculiarità antropologica di un’area a noi così vicina ma che continua a restarci in parte non leggibile e intellegibile. Di un brutalismo che ci allarma e insieme oscuramente ci ipnotizza.
Ma tutto questo in The Constitution viene evocato e subito depotenziato attraverso gli sviluppi di un intreccio via via sempre più rassicurante. Siamo in un meraviglioso palazzo probabilmente di era imperial-regia austriaca della Zagabria storica, siamo in un appartamento smisurato e gonfio di memorie abitato da Vjeko e dal padre novantenne, prossimo alla fine, un gerarca ustascia mai pentito anzi orgoglioso che fu dalla parte di Ante Pavelic contro i partizan di Tito. E poi sopravvissuto a fatica nel regime titoista. Di quella stagione e passione fascio-nazionalista sono piene le pareti: fotografie, truci memorabilia. Vjeko, disprezzato dal padre per la sua omosessualità e la sua notturna identità femminile, è però anche lui allineato sul nazionalismo acceso di famiglia. Nel liceo in cui insegna spinge i suoi allievi all’orgoglio croato, alla fierezza per il passato glorioso (“oggi andate a studiarvi i trionfi croati medievali”) e, sottilmente, indrettamente, al disprezzo per gli altri, in primis l’odiato nemico serbo. L’altro Vjeko, l’omosessuale, si prende gli sputi dal padre moribondo che vede in lui un figlio e un maschio fallito, rimpiange maman, donna ovviamente bellissima e morta da tempo cui già da bambino lui guardava quale modello di eleganza (ancora? ancora il cliché del figliolo che, innamorato della genitrice, da adulto si veste-traveste come lei? restiamo eternamente ancorati a Psycho, non ce n’è), si strugge soprattutto per l’amato deceduto giusto un anno prima (voloncellista; e Dio santo, mai un amante muratore, truck driver, fastfuddista, anche in fatto di scopate ci si deve sempre muovere nei cieli alti della cultura e del Sublime; e anche questo è una spia del livello midcult-middlebrow e dell’aspirazionalità di The Constitution). Fino a che un giorno irrompe per caso nell’appartamento la vicina del piano di sotto, una solida e concreta proletaria di mestiere infermiera al pronto soccorso. Sarà con Vjeko immediata benché sorprendente intesa, che man mano si consoliderà in un’amicizia destinata ad andare ben oltre il buon vicinato. Anche lei, Maja, del resto è a modo suo differente, scostata dalla media, per aver sposato un brav’uomo di nome Ante, poliziotto di mole estesa e cuore grande, che ha però agli occhi di molti croati medi la pecca di essere di origine serba. Per entrare definitvamente nei ranghi della polizia deve superare un esame sulla costituzione della Croazia post-jugoslava e, soprattutto, vincere i pregiudizi. Su invito di Maja, il professor Vjeko accetta di dare lezioni a Ante sulla carta costituzionale, ed è il pretesto per regista e il suo co-sceneggiatore per far scontrare verbalmente i due sulla questione etno-nazionalista, con Vjeko restio ad accettare la serbità di Ante. Insomma, il quadrilatero è delineato: Vjeko, il padre fascio-ustascia, la vicina Maja, il di lei marito. Un mondo privato e intimo, e minimo, in cui però si riflettono le grandi questioni del paese, a partire da quella della sua identità. Ma i possibili scontri interni a questo quadrilatero vengono smussati (per dire: si accenna solo di passaggio alle voglia dei vicini proletari di mettere le mani sul lussuoso appartamento di Vjeko): gli autori preferiscono condurre il racconto verso una santa benché improbabile alleanza tra il professore omosessuale e i due vicini che di sicuro piacerà moltissimo alle anime belle delle platee virtuosamente, ideologicamente corrette di tutto il mondo. The Constitution svela sempre di più nel suo procedere i proprii intenti pedagogici, fino a mostrarsi come una sorta di manuale di istruzione per il superamento dei pregiudizi. Fosse così semplice. Francamente, le inattendibilità sono troppe. Com’è possibile che un patriota radicale ed estremo e revanscista  e nostalgico come Vjeko nello spiegare la costituzione della nuova iperdemocratica Croazia non esprima la minima riserva? Possibile che uno di tradizionale famiglia fascio-ustascia non abbia nulla da ridire? E com’è possibile che dopo certe iniziali incomprensioni uno come lui accetti il serbo Ante? E com’è possibile che il pur buono Ante, di estrazione popolare e non certo avvezzo alla cultura dei diritti, accetti senza battere ciglio non solo l’omosessualità del vicino del piano di sopra ma anche la sua identità femminile nascosta? Ci sono troppe cose che non tornano in questo film in cui l’ansia dimostrativa finisce con l’ottenebrare la credibilità. Quando poi la buona Maja chiede, ed è la domanda che tutti gli spettatori vorrebbero fare, a Vjeko come concilia la sua gaytudine con i suoi ideali ultradestri, ecco che lui tira in ballo (in una postura autoconsolatoria da sempre presente nella cultura gay) l’omosessualità più mitizzata che reale della Grecia classica, ricordando all’allibita vicina che “nella legione tebana erano incoraggiati i legami omorerotici perché si pensava rafforzassero la coesione e la dedizione alla causa” (cito a memoria), Sì, va bene signor Vjeko, non è però che nella legione di Tebe e in altre armate accettassero signori truccati da signora. Certo The Constitution nella figura del suo protagonista riporta a galla un grande rimosso della cultura omosessale dominante, l’esistenza in passato e credo pure nel presente di una omosessualità di destra profonda e anche estrema (ne parlava un film danese qualche anno vincitore di un Festival di Roma, Brotherhood, e se ne trovano tracce corpose in certi siti web maledetti e sconvenienti come Signal). Ma si guarda bene dall’andare a fondo in quella che è una contraddizione clamorosa ma forse no, sprecando l’occasione di andare oltre certe consolidate e rassicuranti convinzioni secondo cui l’omosessualità o è di sinistra e progressiva e progressista, o non è (ricordare invece che le SA, le squadracce che favorirono l’ascesa di Hitler, erano basate su legami omoerotici). The Constitution scansa ogni possibile complicazione, mettendo in campo attraverso i suoi protagonisti una minicoalizione di diversi impegnata in una resistenza umana minima ma tenace contro i conformismi, i pregiudizi, le sopraffazioni ecc. Restano certe scene cupe e allarmanti, come la carica d’odio verbale eruttata dal giovane naziskin arrestato per aver menato Vjeko, anzi Katarina, odio contro serbi, omosessuali, ebrei. E partizan. La Jugoslavia titina è davvero, definitivamente, passato remoto.
Nota: ma perché quell’assurdo sottotitolo Due insolite storie d’amore, che sembra una sanvalentinata per ingraziarsi il pubblico degli young adult? Tanto film come questo li vanno a vedere solo i cinefili convinti, i quali non hanno bisogno di simili richiami e specchietti, mentre gli young adult non lo andranno mai a vedere a prescindere. E allora perché? Che poi, quali sarebbero mai le insolite storie d’amore, quelle tra la croata e il serbo (numero 1) e quella tra Vjeko e il defunto violoncellista (numero 2)? Mah. Se mai si poteva tradurre il sottotitolo international, quello sì bello e pertinente: A Love Story about Hate, Una storia d’amore sull’odio. Onore allo strepitoso attore Nebojša Glogovac, che della doppia identità di Vjeko sa restituire ogni sfumatura e sottigliezza. E purtroppo morto poco dopo la fine del film, prematuramente, a soli 49 anni.

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