(al cinema) recensione: MARIA BY CALLAS, un docufilm di Tom Volf. La Callas come (davvero) non l’abbiamo mai vista

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas in Grecia nel 1969. Foto dalla mostra ‘Pasolini-Roma’ a palazzo delle Esposizion, 2014.

Maria by Callas di Tom Volf. Documentario. Distribuito da Lucky Red. In sala il 16, 17, 18 aprile.

Con Luchino Visconti

Tre anni di ricerche in tutto il mondo. Risultato: riprese mai viste di performance teatrali e di vita fuori dai teatri, interviste semidimenticate e finalmente ricostruite, lettere agli amici in parte inedite. Una Maria Callas che riprende vita attraverso le sue parole e la sua voce. E che non nasconde mai, a sé e agli altri, le proprie lacerazioni e sconfitte. Da vedere (oggi, 18 aprile, è l’ultimo giorno). Voto 7
Un altro film sulla Callas? Sì, un altro. Tant’è che a Venezia 2017 dove l’han proiettato fuori concorso o in qualche sezione parallela (francamente non ricordo) mi son guardato bene dal fare la fila per entrare. Invece mi sbagliavo, vale la pena andarlo a vedere questo Maria by Callas (oggi è l’ultimo dei tre giorni di programmazione, anche se potrebbe esserci una ripresa nel prossimo futuro: dipende dagli incassi di questa uscita limitata). Certo, niente revisione-rivisitazione-rilettura critica del mito della voce-del-secolo (cosa incontestabile peraltro, non si vede chi le possa ragionevolmente strappare il titolo), e ancora una volta una ricostruzione adorante della vita e delle imprese di Maria Callas nei teatri d’opera d’Europa e America. E però con una sontuosità di materiali, soprattutto visivi, inusuale, essendo andato l’autore Tom Volf – si immagina callasiano devoto – in giro in più continenti per tre anni alla ricerca di immagini, registrazioni e riprese in pellicola e non, ufficiali ma soprattutto ufficiose da parte di fan, di amici, riprese magari non professionali ma che ci restituiscono lati meno noti e illuminati della diva (e divina). E poi lettere, con rivelazioni e confessioni anche sorprendenti, cui ha dato voce nell’originale francese Fanny Ardant e in questa versione italiana un’Anna Bonaiuto di esemplare sobrietà. E interviste rilasciate nel corso dei vent’anni di carriera e anche dopo. L’intento – ed è la cosa nuova dell’operazione – è di raccontarci la Maria Callas dimidiata, spaccata tra la Callas dei palcoscenici e delle cronache e la Maria privata dalle storie tormentate e complicatissime, a partire da quella familiare, e di raccontarla by Callas, attraverso le sue stesse parole. Intento, va detto,  realizzato. Sicché nei momenti di maggiore suggestione questo film si configura come un’autobiografia, un lungo self portrait commentato in vita e post vita dalla stessa protagonista, come se la Callas guardasse se stessa da un qualche altrove. Solo in un’occasione l’autore Tom Volf viene meno a questo formato, quando ci mostra un’intervista, di straordinario interesse peraltro, a Elvira de Hidalgo, l’ex soprano spagnolo che fu maestra e mentore in Grecia di una Maria poco più che adolescente, la sua scopritrice, colei che ne intuì le potenzialità. Si va dai primi anni Cinquanta, dai trionfi in Italia con Tullio Serafin e Antonino Votto, fino al breve ritorno in scena con Giuseppe Di Stefano e gli ultimi giorni a Parigi (Callas morì nel 1977 a soli 53 anni, nella sua casa di avenue Georges Mandel 36). A far da guida lungo tutto il film è un’intervista in bianco e nero tra Sessanta e Settanta dove lei, bellissima, imperiosa, pienamente consapevole del proprio status divistico e divino, straordinariamente somigliante a Capucine e di inarrivabile eleganza, parla di una carriera quasi tutta ormai alle spalle e di un presente di gran fiducia nell’avvenire per via dell’amore in corso con Aristotele Onassis. Tutto già raccontato eppure rivitalizzato e innervato di nuova energia dalla sua presenza, dal suo esserci come testimone. Colpiscono parecchie cose. In primis, la professionalità, la dedizione assoluta al canto, lo studio indefesso e implacabile (ore e ore al giorno). Una lezione in questi tempi cialtroni, perché il talento, anche se ce l’hai in dotazione genetica in enorme quantità come nel suo caso, va coltivato e tenuto vivo con la fatica, l’appplicazione, il rigore. La chiamavano etica del lavoro e anche se oggi è valore obsoleto e deriso, e categoria quasi impronunciabile, non può che far bene rivederla all’opera in un gigante come la Callas. Colpisce la mancanza in lei di ogni autoindulgenza. Non si perdona niente, mai. Sul lavoro e nella vita. Una donna che mantiene anche nei momenti di dolore una lucidità critica e autocritica ammirevole, che forse è solo dei grandi veri, e un sintomo essa stessa della grandezza. Anche quando, disperata, accusa Onasssis, che l’ha appena lasciata per Jackie Kennedy, di averla ingannata, non si ritrae dall’abisso della sconfitta, riconosce l’enormità della sua sofferenza e il vuoto che quell’uomo troppo amato ha lasciato. E sarà pronto a riceverlo a casa quando lui, malato e prossimo alla fine, si rifarà vivo: “Se il nostro amore è stato un fallimento, l’amicizia no, non lo è stata”, scrive a un’amica, e sono parole che non molte avrebbero detto. Si resta stupefatti quando, e lo fa più volte, ribadisce che per una famiglia avrebbe rinunciato a tutto, la carriera, l’arte, la musica, perché la famiglia è la prima cosa e altro non c’è. Signora Callas, pensa che per una donna sia possibile conciliare famiglia e carriera?, le chiedono. E lei, decisa, implacabile: no. Certo poco femminista, pochissimo sintonizzata sulle attuali sensibilità collettive, sulla retorica secondo cui “si può anzi si deve conciliare tutto, figli e lavoro”, ma lei era la Callas e, da quella grande tragica che era, intuiva oscuramente la collisione di forze opposte che stava proprio in quegli anni per segnare e svellere il mondo femminile. Rimpiange di non averlo trovato, il vero amore, perché avrebbe abbandonato tutto. Ci rendiamo conto?, per quella cosa equivoca e sopravvalutata che viene detta amore ci saremmo persi non solo la sua voce, ma il suo genio di musicista che ha fatto di lei la disseppellitrice di un intero repertorio dimenticato come quello belcantistico. Una moglie-madre in più e un genio in meno, a voi stabilire se ci avremmo tutti perso o guadagnato. Poi la si vede felice ai tempi felici con Onassis, e si capisce come fossero la coppia perfetta, i due greci più famosi del secondo Novecento destinati inevitabilmente a incontrarsi e a volersi bene e farsi del male. Ma il film è un’infinità di altre cose e momenti. L’incontro con Pasolini per Medea, oggi film-capolavoro inequivocabile ma allora pessimamente accolto. Il lavoro con Luchino Visconti alla Scala. Il matrimonio borghese, anzi piccolo borghese, con Meneghini (quelle modeste serate in casa, quella villa anzi villetta sul lago di Garda): il tentativo destinato a fallire di mettere una tigre in un gabbia di canarino. La serata all’Opera di Roma in cui abbandonò Norma dopo il primo atto per problemi vocali nonostante la presenza del presidente Gronchi. Restano amplissime ombre sugli anni del suo ritorno in Grecia dall’America con la madre, che furono anni di formazione ma anche quelli della seconda guerra mondiale e poi di una guerra civile feroce (“Le difficoltà di allora mi hanno fortificato”, è il suo solo commento: niente di più). Poi senti quelle voce, e la senti anche, soprattutto, quando non c’è: nelle pause, nei vuoti, nei silenzi, nelle attese, nelle assenze, e capisci che un’altra come lei chissà quando la riavremo.

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