Recensione: WAJIB, un film di Annemarie Jacir. Invito a nozze per palestinesi d’Israele

969530Wajib – Invito al matrimonio, di Annemarie Jacir. Con Mohammed Bakri, Saleh Bakri. Al cinema da giovedì 19 aprile distribuito da Satine Film.
969529Wajib è, nella sua forma di classico wedding movie, una finestra, e anche di più, spalancata su un modo poco conosciuto e spesso distorto come quello dei palestinesi d’Israele (e, in questo caso, palestinesi di religione cristiana). Nazareth: un padre gira insieme al figlio per la città a consegnare a parenti e amici l’invito alle nozze della figlia. Ed è il pretesto per entrare in molte case e raccontarci storie illuminanti. Voto 7 e mezzo
969525Cosa intendiamo per film palestinese? Che sia prodotto nei territori dell’autorità palestinese? Che autori e attori appartengano ai territori? E se sono invece palestinesi di nazionalità e passaporto israeliano – non tutti sanno, anche se tutti dovrebbero saperlo, che in Israele vivono almeno 600mila arabi – che marchio dobbiamo imprimere al film? Forse il criterio migliore, anche se il meno oggettivo, è basarsi sulla cultura, la lingua, l’antropologia, l’appartenenza identitaria. E allora Wajib è indubitabilmente palestinese.
Siamo a Nazareth, città araba in territorio israeliano (ma con periferie e nuovi insediamenti sempre più massicciamente ebraici). E il mondo che si va a indagare è tutto e solo plaestinese, ed è un mondo, messo sotto la lente dalla regista Annemarie Jacir, che si rivela assai più sfrangiato di quanto l’informazione media ci fornisca, e di come venga descritto attraverso la gabbia della politica e dell’ideologia. Annemarie Jacir appronta un’abbastanza classica wedding comedy, ma ne fa lo strumento per entrare nella vita di una comunità, per mostrarcene usi, costumi e tratti antropologici, la sospensione e la divisione tra nostalgie tradizionaliste e una modernità spesso ottusamente adottata. E ancora, le complicate relazioni con gli israeliani, il diverso schierarsi rispetto al nazionalismo palestinese e antisraeliano. Tutto nei toni sorridenti, almeno nella prima parte, della commedia di modi, costumi, caratteri, molto ben scritta, e solo un filo troppo lunga. Ma Wajib (in arabo: dovere, obbligo, compito, mansione, incarico) è assai godibile, centra parecchi bersagli, soprattutto apre una finestra su una palestinità assai quotidiana, lontana dal cliché dell’eterna intifada.
Un padre di nome Abu Sahid fa il giro con il figlio trentenne di parenti e amici per consegnare a mano, secondo la tradizione, gli inviti per le nozze della figlia. Abu Sahid è uomo intelligente e rispettato. Non fanatico. Insegnante nella locale scuola, ha tirato su generazione di ragazzi, per strada lo fermano, lo salutano, lo ringraziano. Sua moglie, la madre dei suoi due figli, l’ha lasciato molti anni prima per andarsi a sposare in America un altro uomo. Un’onta per un maschio arabo, ma Abu Sahid è troppo intelligente e pragmatico per autodisprezzarsi. Quei due figli li ha allevati da solo, non ha perdonato la moglie, ma non coltiva desideri di vendetta. Il figlio, architetto, si è trasferito a Roma, dove ha trovato lavoro e si è fidanzato con la rampolla di un esponente della nomenclatura politica palestinese esiliato da Israele.
È dicembre, di lì a qualche settimana sarà Natale, le case sono addobbate, albero e presepe, dal che scopriamo che Abu Sahid è un palestinese cristiano, e come lui lo sono gran parte dei parenti cui va a consegnare l’invito. Sconcerto dopo il press screening al festival di Locarno 2016 dove Wajib è stato presentato in concorso (senza ricevere premi): ma come, ci sono arabi cristiani? e ci sono arabi in Israele? e ci sono arabi cristiani in Israele? ma allora che lingua parlano? l’israeliano? (intendendo, gli sciagurati: l’ebraico). La sagra dell’ignoranza, oltretutto soddisfatta e orgogliosa di sé. Ma passiamo oltre che è meglio.
Nel loro distribuire inviti (in puro Nazareth-style, autoironizza il figlio europeizzato al telefono con un qualche amico straniero o con la fidanzata: non ricordo) incontrano zie savie e zie matte con l’insana passione dell’interior decoration di gusto un filo greve-mediorientale. C’è l’ex ragazza del figlio e la compagna di classe del padre ancora innamorata di lui. C’è la casa vuota di chi si è arruolato nell’Isis (detto giustamente, all’araba, Daesh), e ci sono amici, ex amici, quasi nemici. Un mondo totalmente separato dagli ebrei israeliani o che ha con loro solo rapporti funzionali. E quando il figlio vede in un caffè due soldati di Tsahal si lamenta di quell’intrusione  in uno spazio tradizionalmente palestinese, mentre il padre minimizza. Quella palestinese d’Israele è una comunità che pare sopravvivere faticosamente ma non poverissimamente, espropriata di parti sensibili della propria identità ma non doma. E il senso di umiliazione, stando a quanto si vede nel film, è assai diffuso, ma lo è anche la rassegnazione. Wajib ci mostra gli effetti sulle persone, sulle famiglia, sulla vita quotidiana di una situazione politica così peculiare. E sono istruttive le conversazioni, anzi le risse verbali, tra padre e figlio. Che quando si accorge di come tra gli invitati alla nozze ci sia anche un ebreo israeliano non trattiene la rabbia. Ci si chiede chi abbia ragione: il figlio intransigente che però vive lontanto, all’estero e può permettersi quella purezza ideologica, o il padre saggio, che è rimasto a Nazarethi e ha dovuto fare i conti con la realtà e mediare con Israele? Se posso dire la mia, trovo più convincente il padre. Soprattutto quando punta il dito contro i signori della nomenclatura palestinese (OLP, insomma) come il consuocero, mandati in esilio da Israele ma che in esilio vivono nei privilegi, spesso anche economici. Accuse dure, soprattutto perché dette da un palestinese. Wajib non è cinema da azzardi stilistici, eppure va parecchio dentro non solo la questione palestinese, ma in un’antropologia, in un mondo che sta cambiando veloce al di là del suo apparente immobilismo. Poi ci sono loro due, gli attori protagonisti, Mohammed Bakri e Saleh Brakri, padre e figlio nella vita, e tutti e due un mito della scena palestinese. Mohammed, regista oltre che attore, ha anche lavorato in film europei e americani (Hanna K. di Costa Gavras, Private di Saverio Costanzo). Lo stesso ha fatto Saleh (era il killer di Salvo), di una bellezza e magnificenza fisica con cui poche star internazionali possono reggere il confronto. Vederli insieme è un altro piacere di questo film.

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