Recensione: IO SONO TEMPESTA, un film di Daniele Luchetti. L’occasione mancata di una commedia italiana differente

Io sono Tempesta, un film di Daniele Luchetti. Con Marco Giallini, Eleonora Danco, Elio Germano, Simonetta Columbu.
Film pazzo, ma più sgangherato che felicemente anarchico. Film che rivisita uno schema narrativo più volte usato dal cinema: quello del ricco che scende tra i poveri, tra gli ultimi. Di solito succede che il ricco si penta, si converta, si rigeneri, cambi la sua visione del mondo. Qui invece, ed è l’intuizione di Io sono Tempesta, è il ricco a corrompere i poveri e assimilarli a sé. Peccato che questa intuizione venga annacquata in un’infinità di sottotrame e bozzettismi superflui. L’occasione mancata di una commedia italiana finalmente anomala. Voto 5 e mezzo
Dalla sinossi, sembrava la solita antiberlusconata (anche fuori tempo massimo, visto come le ultime elezioni han fatto del cumenda un has been della politica, benché non domo e pronto a vendere carissima la pelle: vedi le trattative in corso per il governo). Figuriamoci, un ambiguo, equivoco riccastro di questa Italia – che poi per la nostra commedia di radici cattomarxiane e populiste alla Masaniello il ricco è sempre equivoco e reo di un qualche peccato, un presunto colpevole – viene arrestato per truffe e fuffe finanziarie, processato, condannato a un anno di lavori socialmente utili. In una struttura tipo Caritas dove si accoglie il povero, l’ultimo, l’indigente, lo si nutre, gli si dà un letto e un tetto (e lo si fa pure pregare e partecipare a certi gruppi di autocoscienza e autorganizzazione che sono uno dei lati più divertenti del film, configurandosi come parodia e satira dell’ideologia assistenziale e di igiene sociale del recupero). Dunque è ovvia l’allusione a quanto accadde al Berlusca allorché fu comandato a prestar servizio, anche se non si capì mai esattamente in che cosa consistesse, all’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, alle porte di Milano. Invece, e per fortuna, Io sono Tempesta non va molto oltre nelle analogie con quanto accaduto all’uomo di Arcore (ci penserà, immagino, l’imminente Loro 1 e 2 di Paolo Sorrentino ad affondare la lama della critica nell’antropologia berluscoide). Tutt’al più, il faccendiere Numa Tempesta interpretato con la solita eleganza pop(olare) da Marco Giallini, è un gaglioffo nella peggio-meglio tradizione della nostra commedia, quella dei Risi Scola Monicelli ecc, dei Sordi Gassman Tognazzi Manfredi. Una maschera oltre il tempo e le contingenze storiche di certa italianità arruffona e arraffona in cui amiamo-odiamo specchiarci.
L’idea narrativa di partenza è quella – un archetipo – del ricco che per sua volontà o per una serie di circostanze avverse si ritrova in un mondo straccione e deprivato opposto al suo, idea portata mille volte al cinema. Dalla regina Cristina di Svezia, intesa come Greta Garbo, che di notte si traveste da uomo per passare inosservata nei bassifondi, alla favola del Principe e il povero. Ma forse Daniele Luchetti e i suoi cosceneggiatori (il glorioso Sandro Petraglia e Gulia Calenda: parente?) hanno tenuto d’occhio quella gemma di commedia intelligente che è I dimenticati di Preston Sturges, dove un regista scende tra gli ultimi per documentarsi sul film di amaro realismo che intende finalmente girare dopo tanti facili successi. L’archetipo vuole, esige, prescrive che attraverso questa discesa simbolica agli inferi il potente cambi radicalmente, si penta, si emendi dalle colpe e dall’arroganza, si rigeneri a contatto con la vita vera e rinasca migliore. Invece Io sono Tempesta, ed è il suo merito maggiore, forse l’unico, ha il coraggio di scostarsi dal cliché, anzi di sovvertirlo e capovolgerlo. Perché qui non sarà il ricco a farsi umile e ultimo tra gli ultimi, ma saranno i poveri a farsi suoi discepoli e apprendere da lui l’arte di fare soldi. Insomma, la tesi che sotterraneamente percorre Io sono Tempesta, alquanto in controtendenza rispetto alla sensibilità dominante, è quella che i poveri sono dei ricchi mancati e che la loro aspirazione è l’opulenza. Peccato che gli autori anziché assecondare questa intuizione facendone l’asse narrativo, la annacquino e anneghino in infinite tramucce parallelele e bozzettismi anche divertenti e acuti ma che inesorabilmente infiacchiscono il racconto. Che procede confusamente tra continue deviazioni, ritorni, ritirate, ingorghi, inciampi perdendo di vista la sua traiettoria.
Numa Tempesta, riccastro romano con magione principesca anzi imperiale (complimenti allo scenografo, davvero), finisce nella suddetta struttura di accoglienza retta da una signora assai timorata di Dio e devota alla causa della redenzione del mondo dai suoi egoismi. Ma il Numa, con la sua genetica ruffianaggine, la asseconda anziché scontrarsi con lei e anziché fare lo schifato si presta alle peggio mansioni, conquistandosi via via il consenso dei derelitti ospiti (fondamentale, perché saranno loro a valutare il suo operato). Compreso un giovane uomo senza lavoro, senza casa, mollato dalla moglie, con figliolo peraltro sveglissimo (il classico bimbo sapiente) a carico. Finirà che il Tempesta trasformerà quel gruppo di sconfitti in astuti piccoli pescecani pronti a nuotare nelle acque infide del turbocapitalismo e piegarne a proprio profitto regole e sregolatezze. Certo, le inverosimiglianze si sprecano (tutta la parte kazaka con i locali visti come degli allocchi facili da imbrogliare non la si regge proprio), certo la solita retorica anticapitalistica – i borghesi son tutti dei porci! – sembra ferma al cinema plebeo anni Cinquanta. Eppure qualche buon colpo Io sono Tempesta lo assesta. La satira dei buonismi delle strutture assistenzialiste è feroce e funziona. Come si fa a non sghignazzare quando la responsabile celebra l’empatia – parola infame che dovrebbe essere espunta dai dizionari per l’uso ignominioso che se ne fa – quale collante della comunità e necessario ingrediente di qualsiasi umana relazione? Ma è tutta la lingua condiscendente, falsamente virtuosa e compassionevole dell’imperante assistentato sociale a venire sbeffeggiata. Solo che quando il macchiettismo deborda e prevale il film si incaglia e perde ogni possibile direzione e sviluppo (tra le trovate che funzionano ci sono le tre escort studentesse di psicologia). Un film pazzo, ma più sgangherato che felicemente, demenzialmente anarchico, che procede più per accumulo di singole situazioni e ritratti che secondo un disegno coerente. Poi, vero, Daniele Luchetti gira molto, molto bene, basta confrontare con qualsiasi altra commedia italiana recente per rendersene conto. Con una Roma spesso notturna e sempre magnificamente fotografata che ricorda quella della Grande Bellezza (del resto, come in Sorrentino, alla fotografia c’è Luca Bigazzi), e momenti di virtuosismo registico anche troppo esibito, come la sequenza alla Shining del ragazzino nei lunghi corridoi. Si esce con la sensazione di un’occasione mancata. Menzione speciale per Simonetta Columbu, bellissima, perfetta quale escort dal cuore dolce. Columbu come Giovanni Columbu, l’austero regista sardo dei meravigliosi Su Re e Surbiles, quest’ultimo appena uscito in qualche sala (troppo poche). Difatti Simonetta è sua figlia: la si vede anche in Surbiles, e la si è vista live lo scorso agosto al festival di Locarno dove venne ad accompagnare il padre alla proiezione del film.

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